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Gregorio di Elvira (320405) è stato un vescovo spagnolo.

Santo spagnolo, detto anche Gregorio Betico, è il primo vescovo conosciuto della diocesi di Elvira (Eliberis o Illiberis) nella Spagna Betica. Fu autore di trattati teologici, omelie e opere esegetiche. È commemorato il 24 aprile nel Martirologio Romano.

Indice

BiografiaModifica

Sono giunte poche notizie sul conto di Gregorio, la maggior parte delle quali derivano da Girolamo[1]. Non si sa nulla sulla data e il luogo di nascita. Si sa che all'epoca del concilio di Rimini (359) era da poco vescovo di Elvira, dunque almeno trentenne[2]. In questo concilio, tutti i vescovi partecipanti furono obbligati dall'imperatore Costanzo II a sottoscrivere una formula di fede filoariana[3]. Tuttavia, come ricorda Girolamo, Gregorio non si compromise mai con l'eresia ariana[4]. Secondo Simonetti, l'affermazione di Gerolamo va interpretata nel senso che Gregorio non partecipò direttamente al concilio né si piegò a sottoscriverne la formula in seguito[5]. In seguito, Gregorio fu esponente di spicco dell'eresia luciferiana, sorta da sentimenti di intransigenza ortodossa l'indomani del concilio di Rimini per contrastare la politica di moderazione tenuta, per esempio, da Ilario di Poitiers nei confronti dei vescovi che avevano sottoscritto la formula filoariana[6]. Gregorio era ancora vivo nel 392, anno di composizione del De viris illustribus di Girolamo, in cui di lui si dice (al cap. 105): ...hodieque superesse dicitur. Visto che il suo nome non compare fra quello dei firmatari del concilio di Toledo (400), se ne può dedurre, senza totale sicurezza, che sia morto prima[6]. Altri elementi[7] sembrano portare a posticipare la morte almeno dopo il 405.

De fideModifica

Questa è l'opera principale di Gregorio. Fu pubblicata due volte dal suo stesso autore, fatto eccezionale nella letteratura patristica, poiché la prima redazione suscitò critiche da parte cattolica, al punto che Gregorio ritenne opportuno pubblicare una seconda versione riveduta e corredata da una lunga prefazione e un breve epilogo[8]. Il fine dell'opera è quello di mettere in guardia i fedeli dall'apparente ortodossia dell'eresia ariana.

ContenutoModifica

Nel primo capitolo, l'autore ammonisce i cristiani, soprattutto i meno esperti di teologia, a non lasciarsi ingannare da certe formule ariane, apparentemente innocue, come per esempio quella imposta nel 359 a Rimini, in base alla quale si negava la consustanzialità del Padre e del Figlio.

Nel secondo capitolo, Gregorio illustra il punto fondamentale della formula riminese, vale a dire il fatto che il Figlio sia soltanto simile al Padre. Pertanto, il Figlio è solo la prima e la più importante delle creature[9].

Gregorio, poi, nel capitolo terzo, argomenta sulla liceità di utilizzare il termine homousion, pur non essendo presente nelle Scritture[10].

Segue nel quarto capitolo un'obiezione da parte di Gregorio all'idea degli Ariani che ritenevano che Dio pur avendo creato le sostanze non potesse essere definito come sostanza. Gregorio, in maniera superficiale, risponde affermando che la trascendenza divina implica l'ignoranza totale in tale materia da parte degli uomini[11].

Il quinto capitolo prosegue il tema dell'inconoscibilità di Dio, riprendendo l'immagine tradizionale luce dal luce[12].

Il capitolo successivo rappresenta una specie di excursus sugli appellativi con cui Cristo è nominato nelle Scritture. Essi riferiscono, per Gregorio, i vari aspetti del mondo ma nulla dicono circa i caratteri intrinseci della natura divina[13].

Terminata la digressione, Gregorio riprende, al capitolo settimo, l'argomento principale dell'opera. Così facendo, mostra, ancora di più, quanto fosse importante per lui la confutazione delle tesi ariane[14].

L'ultimo capitolo ha un'impostazione nettamente cristologica, con discussione di certe teofanie del vecchio testamento. Gregorio conclude, poi, la sua opera ricordando brevemente la vicenda terrena di Cristo[15]

La seconda redazioneModifica

Come già anticipato, Gregorio scrisse una seconda versione del De fide. Oltre ad alcune modifiche nel testo passim, la seconda redazione vede l'aggiunta di una breve conclusione e di una lunga prefazione. In più, il testo è costellato da una nutrita serie di modifiche di differente entità, tra le quali non è facile distinguere le revisioni di Gregorio dalle innovazioni della tradizione manoscritta[16].

Nella prefazione, Gregorio giustifica la sua scelta di rivedere l'intera opera: sed non defuit qui vel pro studio doctrinae vel pro caritatis officio ea quae a nobis dicta sunt scrupolosius retractaret, et quaedam illic vel superflua vel ambigua diceret, quae aliter possint a quibusdam quam a me dicta sunt accipi[17]. I suoi detrattori non avrebbero accettato certe dichiarazioni, che il nostro autore passa in rassegna in vista di un definitivo chiarimento. Dopo questa spiegazione, Gregorio afferma di aver fugato ogni dubbio e di aver chiarito la sua ortodossia[18].

La conclusione, invece, interessa solo poche righe, nelle quali l'autore afferma, con molta chiarezza la sua fede ortodossa nelle tre persone della Trinità, accomunate da una sola sostanza e una sola divinità[19]. Si conclude con l'adesione esplicita al credo del Concilio di Nicea: Nicaeni autem synodi tractatum omni animi nisu ex tota fide servantes, amplectimur[20].

Il testoModifica

La tradizione manoscrittaModifica

Per un completo inquadramento del De fide, è necessario considerare la singolare tradizione manoscritta attraverso la quale l'opera è giunta fino a noi.

I manoscritti, infatti, si dividono tra quelli che riportano la prima redazione e quelli che riportano la seconda. Ciò ha prodotto la falsa convinzione che si trattasse di due opere distinte. I manoscritti che riportano la prima redazione sono tredici e prevalentemente di origine francese[21]. Per quanto riguarda la seconda versione del De fide, si segnalano dodici manoscritti[22]

In entrambi i casi, per di più, i codici non associano l'opera a Gregorio: la prima redazione è giunta sotto il nome di Ambrogio; la seconda è connessa alle traduzioni in latino di Rufino dei discorsi di Gregorio Nazianzeno[23].

Solo nel XX secolo, grazie al lavoro di Wilmart[24], si recuperò l'originale paternità di Gregorio per il De fide.

Le edizioni a stampaModifica

La conseguenza di queste attribuzioni ha generato, evidentemente, confusione anche nelle edizioni a stampa.

L'editio princeps della prima redazione del De fide fu pubblicata a Basilea nel 1492.

Una svolta importante si ebbe nel 1614, quando il Chifflet pubblicò il De fide tra le opere di Vigilio di Tapso[25]. In seguito, i Maurini hanno usato lo stesso testo per la loro edizione parigina delle opere ambrosiane (1686-90)[26].

Questi errori si ripercossero sulla Patrologia Latina, in cui si trova il De fide sotto i nomi di tre autori diversi:

  • PL LXII, 449-463, 466-468: opera di Vigilio di Tapso
  • PL XVII, 549-568: opera di Ambrogio
  • PL XX, 31-50: opera di Febadio

Appare inutile aggiungere che una situazione del genere procurò una notevole confusione attorno non solo all'opera di Gregorio, ma anche alla sua stessa figura di vescovo e scrittore, dato che la Patrologia latina per decenni fu lo strumento principale per gli studi patristici.

Altre opereModifica

Fino agli inizi del '900, Gregorio era associato soprattutto alla composizione di un trattato teologico sulla fede[27]. In seguito sono state attribuite con assoluta certezza al nostro autore altre opere, di cui si dà una breve descrizione qui di seguito.

Tractatus de libris Sanctarum ScripturarumModifica

Si tratta di un complesso di venti omelie, che ci vengono tramandate nella loro interezza solo da due testimoni manoscritti[28]. Le prime diciannove riguardano passi veterotestamentari, mentre l'ultima illustra l'azione dello Spirito Santo sulla base di Atti 2,1. Il criterio esegetico utilizzato da Gregorio è quello allegorico, soprattutto in senso tipologico, cioè ritenendo che le figure del nuovo testamento fossero prefigurate già nel vecchio testamento. Inizialmente l'opera era considerata una traduzione medievale di omelie di Origene[29]. Sulla base di analogie formali e contenutistiche con il De fide, fu proposta l'attribuzione a Gregorio di Elvira dal Morin[26]. Inoltre, nel terzo trattato ci sono esplicite concordanze con la traduzione latina di Rufino dell'omelia origeniana sulla genesi. Tale traduzione è datata al 403-4, periodo in cui, stando alle informazioni che si hanno, Gregorio dovrebbe essere già morto. Per cui si è ipotizzato che sia stato Rufino ad attingere spunti e riflessioni da Gregorio[6]. Tuttavia Vona ritiene che la derivazione sia stata da Rufino a Gregorio. Ciò obbliga a spostare la data della morte del vescovo di Elvira dopo il 405[26].

Tractatus de arca NoeModifica

È un breve testo di argomento ecclesiologico che commenta i capitoli 6,13-16 e 8,10-11 del libro della Genesi[30]: l'arca con cui Noè scampò al diluvio universale prefigura la Chiesa che sfida la tempesta del mondo. Il trattato, che era tramandato sotto il nome di Origene, solo agli inizi del secolo scorso fu attribuito a Gregorio[31].

Tractatus in Cantica CanticorumModifica

L'opera, suddivisa in cinque libri, ricavati da omelie, propone un'interpretazione, assolutamente tradizionale, ai primi capitoli (fino a 3,4)[32] del Cantico dei Cantici, in cui si parla di due sposi, figure di Cristo e della Chiesa. La tradizione manoscritta è concorde sull'attribuzione a Gregorio[33]. Una datazione di massima del commentario, conosciuto anche con il titolo Epithalamium, è possibile grazie a una notizia di Gerolamo nel suo commento ad Abacuc del 392[34]. Dunque, a meno di postulare una fonte intermedia per Gerolamo, il trattato di Gregorio doveva già circolare in quegli anni.

Ad un'analisi del testo, sembra chiaro che l'Epithalamium abbia conosciuto due stesure. Una prima versione, ridotta, viene trasmessa da due Manoscritti (A, B); l'editio longior , invece ,da R N U; una commistione fra le due è presente in P[35]. Si può concludere che le due versioni abbiano avuto una trasmissione indipendente.

Expositio de psalmo XCIModifica

Si tratta di un breve testo esegetico di carattere allegorico, attribuito dai manoscritti a Origene[36]. A Wilmart si deve l'attribuzione a Gregorio, nel suo lavoro del 1912[37].

Fragmenta tractatus in Gen. 15, 9-11Modifica

Erroneamente attribuito ad Agostino e Origene, è senza dubbio opera esegetica di Gregorio[38]. Il testo è tramandato nello stesso manoscritto (Leòn, A. Cat., 22) che conserva il commento sull'Arca di Noè. Si tratta di poche righe che contengono la spiegazione dell'allegoria della capra come figura degli uomini peccatori, opposta all'agnello del sacrificio pasquale[39].

NoteModifica

  1. ^ Cfr. Hier. Vir. ill. 105. Gregorius, Baeticus, Eliberi Episcopus, usque ad extremam senectutem diversos mediocri sermone tractatus composuit, et de Fide elegantem librum, qui hodieque superesse dicitur.
  2. ^ Cfr. Lib. Prec. 10: erat ... rudis adhuc episcopus.
  3. ^ Cfr. Simonetti 1975, p. 6.
  4. ^ Cfr. Hier. Chron. s.a. 287: numquam se Arianae miscuit pravitati.
  5. ^ Cfr. Simonetti 1975, p. 8.
  6. ^ a b c Ibidem.
  7. ^ Vd. infra, nel paragrafo dedicato ai Tractatus de libris Sanctarum Scripturarum.
  8. ^ Cfr. Greg. Hisp. de fide, praef., 34-36: proinde rursus ea ipsa planiori sermone in hoc libello digessi, ut et simplicitatem sensus mei ostenderem et scrupulum legentibus amputarem.
  9. ^ Cfr. Simonetti 1975, p. 13.
  10. ^ Cfr. Greg. Hisp., de fide, 3, 1-3: sed dicis mihi homousion (quod est unius essentiae nomen) ob hoc nominari non oportere, quia in scripturis divinis non contineatur.
  11. ^ ibidem, 4, 47-49: quod tamen -ut iam dictum est- quantus et qualis sit, nec mente concipi nec sensu aestimari, nec animo definiri potest.
  12. ^ ibidem, 5, 19.
  13. ^ ibidem, 6, 49-51: vides ergo propter haec vocabula significationes dispositionum et operum divinorum praeostensas, non tamen ipsum proprie definitum.
  14. ^ ibidem, 7, 3-4: nos vero patrem et filium ita nominamus ut unum deum in his personis et nominibus consignemus.
  15. ^ Ibidem, 8, 96-98: sic et cum hominem induere dignatus est, non labem aeternitati intulit, ut spiritus se mutaret in carnem, sed ut suscepto homini immortalitatem atque aeternitatem caelestis vitae praestaret.
  16. ^ Cfr. Traditio Patrum I, p. 187
  17. ^ Greg. Hisp., De fide, praef. 31-34.
  18. ^ Cfr. Greg. Hisp., De fide, praef. 92-94: qua de re, explanatis his verbis quae scrupulum non mihi, qui scio quod dixerim, sed aliis inferebat, puto occasionem malae interpretationis fuisse sublatam.
  19. ^ Cfr. Greg. Hisp., De fide, 8, 162-165: quia nos patrem vere patrem confitemur; et filium dei vere filium dei, et spiritum sanctum vere spiritum sanctum credimus, tres personas unius substantiae et unius divinitatis confitentes.
  20. ^ Greg. Hisp., De fide, 8, 167-168.
  21. ^ Cfr. Traditio Patrum I, p. 188, per un elenco dei manoscritti
  22. ^ Ibidem, pp. 190-191, per l'elenco dei manoscritti.
  23. ^ Cfr. Simonetti 1975, p. 29.
  24. ^ Cfr. Wilmart, La tradition des opuscules dogmatiques de Foebadius, etc., in Sitz Akad. Wien, 159 (1908), p. 7 e ss.
  25. ^ Cfr. Simonetti 1975, p. 41
  26. ^ a b c Ibidem.
  27. ^ Cfr. Hier. Vir. ill. 105: ...diversos mediocri sermone tractatus composuit et de fide elegantem librum.
  28. ^ Cfr. Traditio Patrum I, pp. 145-146.
  29. ^ cfr. Simonetti 1975, p. 9.
  30. ^ Cfr. Traditio Patrum I, p.175.
  31. ^ La prim edizione critica è di A. Wilmart in Revue Bénédectine, 1909, pp. 5 e ss. Allo stesso studioso si deve l'attribuzione dell'opera a Gregorio di Elvira
  32. ^ Cfr. Traditio Patrum I, p. 157.
  33. ^ Per un'edizione critica abbastanza recente, vd. Schulz-Flügel 1994.
  34. ^ Cfr. Traditio Patrum I, p. 157.
  35. ^ Per l'identificazione precisa di questi manoscritti si rimanda a Traditio Patrum I, pp. 158-160.
  36. ^ cfr. Traditio Patrum I, p. 182.
  37. ^ cfr. Wilmart, in Revue Bénédectine 29 1912, pp. 274-293.
  38. ^ Cfr. Simonetti 1975, p. 11.
  39. ^ cfr. Traditio Patrum I, p. 179.

BibliografiaModifica

  • E. Colombi, Note su due nuovi testimoni dei «Tractatus Origenis» attribuiti a Gregorio di Elvira, in «Rivista di cultura classica e medievale» 56, (2014), pp. 405–434 [Colombi 2014]
  • E. Colombi (a cura di), Traditio patrum I, Scriptores Hispaniae, Turnhout 2015 [= Traditio Patrum I]
  • F. Gasti, Profilo storico della letteratura latina tardoantica, Pavia 2013 [Gasti 2013]
  • Gregorius Eliberritanus, Epithalamium sive Explanatio in Canticis Canticorum, a cura di E. Schulz-Flügel, Freiburg 1994 [Schulz-Flügel 1994]
  • Gregorio de Elvira, Obras completas, version, edicion y notas por Domínguez del Val Ursicino, Madrid 1989 [non vidi]
  • D. Gianotti, Gregorio di Elvira interprete del Cantico dei Cantici, in «Augustinianum» 24, 1984, pp. 421–439.
  • Gregorio di Elvira, La fede, introduzione, testo critico, traduzione, commento, glossario e indici a cura di M. Simonetti, Torino 1975 [Simonetti 1975]
  • V. Bulhart, Gregorii Iliberritani episcopi quae supersunt, ed. Vincentius Bulhart, CC 69, Turnhout 1967, pp. 1–283

Collegamenti esterniModifica

http://www.santiebeati.it/dettaglio/50640: voce biografica di Gregorio di Elvira

http://www.treccani.it/enciclopedia/gregorio-di-elvira/: voce biografica di Gregorio di Elvira

https://www.academia.edu/4604527/Gregorio_di_Elvira_interprete_del_Cantico_dei_cantici: articolo scientifico su Gregorio di Elvira

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