Grotta Guattari

Grotta Guattari
Grotta guattari.jpg
L'ingresso della grotta.
UtilizzoGrotta
Epoca100-80.000 anni fa (livello 7)
75.000 anni fa (livello 5)
55.000 anni fa (livello 1)
50.000 anni fa (tana di iene)
Localizzazione
StatoItalia Italia
ComuneSan Felice Circeo
Scavi
Data scoperta24 febbraio 1939
ArcheologoAlberto Carlo Blanc e L. Cardini
Mappa di localizzazione

Coordinate: 41°13′52.85″N 13°05′35.57″E / 41.231346°N 13.093214°E41.231346; 13.093214

La grotta Guattari è un sito preistorico situato nel Lazio. Si apre a un centinaio di metri dalla costa del mar Tirreno, sul fianco orientale del promontorio del Circeo, a San Felice Circeo.

Storia del ritrovamentoModifica

La scoperta del sito avvenne per caso il 24 febbraio 1939 quando alcuni lavoratori furono incaricati di estrarre alcune pietre da Guattari, un proprietario terriero della zona; un'antica frana aveva infatti bloccato l'ingresso della grotta.

In fondo alla grotta, in un antro terminale poi denominato "Antro dell'Uomo", assieme a quello che fu interpretato come un approssimativo cerchio di pietre, il proprietario scoprì un cranio evolutivamente attribuibile a Homo neanderthalensis, ben conservato, mentre in superficie furono ritrovate due mandibole, conosciute come Guattari 2 e 3. Il cranio si presentava quasi completo tranne la perdita di porzioni ossee pertinenti l'area orbitale destra e parte del margine del forame occipitale, il punto in cui il cranio si articola con la colonna vertebrale. Vennero immediatamente condotti degli scavi dal prof. Alberto Carlo Blanc e L. Cardini.

Un nuovo ritrovamento, questa volta di ossa di 9 individui sempre neandertaliani - nel corso delle ricerche della Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Frosinone e Latina in collaborazione con l’Università degli studi di Roma Tor Vergata, iniziate nell’ottobre del 2019, viene reso noto nel 2021.[1]

I reperti, insieme agli altri due trovati in passato nel sito, portano così a 11 il numero complessivo di individui presenti nella Grotta Guattari. Degli ultimi ritrovamenti, otto risalgono ad un periodo compreso tra i 50.000 e i 68.000 anni fa, mentre il più antico risale ad un perido tra 100.000 e i 90.000 anni fa.[2] Oltre ai resti dei Neanderthaliani, questi ultimi scavi hanno portato alla luce numerosi reperti ossei animali, tra i quali elefanti, rinoceronti e cervidi.[3]

 
Ritrovamenti della campagna archeologica 2019-2021

Studi e interpretazioniModifica

I primi studi sul cranio vennero effettuati dal prof. Blanc, il quale, esaminando attentamente le ferite che il cranio riportava, in particolar modo il forame occipitale allargato, giunse alla conclusione che erano stati altri uomini di Neandertal ad effettuare quest'operazione di allargamento per poter estrarre il cervello e mangiarlo, a scopo rituale: il fatto di averlo trovato al centro di una corona di pietre sembrava confermare la sua ipotesi.

L'interpretazione di Blanc venne però smentita nel 1989, esattamente cinquant'anni dopo il ritrovamento, quando si riunirono al Circeo, in un convegno, studiosi provenienti da ogni parte del mondo. Questi ultimi sottolinearono che sul cranio non erano stati trovati segni di utensili con i quali si sarebbe potuto compiere, da parte di altri uomini, l'allargamento del forame del cranio stesso: gli unici segni trovati erano quelli di denti di iena. Tutti furono così concordi su questa nuova tesi: la grotta "Guattari" fu, intorno a circa 50.000 anni fa, la tana di una iena, e lo dimostrano le numerose ossa fossili ritrovate al suo interno, resti dei suoi pasti. L'animale ha trasportato nella sua tana il cadavere dell'uomo, o forse solo la testa, e ha allargato il foro occipitale per estrarne il cervello. Prova di ciò sono anche studi compiuti in Africa sul comportamento delle iene le quali, quando si imbattono in animali morti, portano via ossa e crani per spolparseli nelle loro tane e si limitano solamente a mordere la carne che vi è attaccata, senza spezzarne le ossa. Cosa che invece gli uomini avrebbero sicuramente fatto, se avessero voluto mangiare il contenuto del cranio. L'ipotesi del cannibalismo venne così ufficialmente smentita. L'intera vicenda in versione romanzesca è stata riportata dallo scrittore locale Antonio Pennacchi, nel suo libro "Le iene del Circeo", nel quale vengono riproposte le prime ipotesi della ricostruzione dello studioso Blanc, legando il cranio nuovamente a un rituale misterico da parte dei neanderthaliani.

Allo stato attuale la Soprintendenza sta valutando interventi tecnologicamente innovativi per la comprensione della frequentazione antropica della cavità. Tale progetto sarà mirato a una maggiore tutela, decodifica e valorizzazione di uno dei siti più importanti di frequentazione neandertaliana. Nuove datazioni e rivalutazioni paleoantropologiche saranno in grado di offrirci scenari più attendibili. Gli ormai obsoleti, ma non per questo meno importanti, studi del convegno del 1989, in cui vennero presentati i risultati degli studi circa la tafonomia e le datazioni dei resti, presentarono dei dati così riassunti:

 
Calco del cranio ritrovato
  • da 100.000 ad 80.000 anni fa (livello 7): la cavità è completamente invasa dal mare
  • 75.000 anni fa (livello 5): a seguito dell'ultima glaciazione Würm, il mare inizia a regredire e la grotta, svuotata dall'acqua, viene occupata dall'Homo neanderthalensis
  • 55.000 anni fa (livello 1): la presenza dei cacciatori neandertaliani si riduce progressivamente, probabilmente a seguito della parziale occlusione dell'ingresso della grotta a causa di una frana
  • 50.000 anni fa: la grotta, oramai abbandonata dagli uomini, diviene tana di iene, che usano la cavità per accumulare resti di cibo per i cuccioli. Successivamente un'altra frana ostruisce, questa volta completamente, l'ingresso della grotta, che rimane così inviolata per cinquantamila anni, fino al 1939, quando viene di nuovo portata alla luce.

Nel più recente congresso del 2019 per gli 80 anni dalla scoperta, molte di quelle ipotesi sono state ridiscusse, soprattutto sulle modalità di frequentazione e sull'attribuzione di una delle due mandibola rinvenute al cranio Circeo 1.

Oggi i reperti fossili neandertaliani sono conservati presso il Museo Pigorini (cranio) e il Servizio di Antropologia S.A. B.A.P.-LAZ (le due mandibole).

La testimonianza del prof. BlancModifica

Questa è la testimonianza che il prof. Alberto Carlo Blanc rese all'Accademia Nazionale dei Lincei sul ritrovamento del cranio:

«Ai primi di febbraio di quest'anno, il cav. A. Guattari, proprietario della Villa Guattari e dell'omonimo albergo, situato ai piedi del Monte Circeo presso San Felice, mi mostrava alcune ossa di Cervidi e di Equidi, che egli aveva rinvenuto operando uno scasso nel terreno adiacente al suo albergo, a ridosso di un'eminenza di calcare liasico, costituente l'estrema propaggine orientale del Monte Circeo. Le ossa appartenevano tutte ad animali ancora viventi in Italia, e non poteva quindi giudicarsi con certezza la loro età, ma il loro grado di fossilizzazione ed il fatto che alcune mostravano segni di frattura intenzionale mi indussero a fare calde raccomandazioni al Guattari, di non disperdere il materiale che veniva trovando, e di curarne la buona conservazione, in attesa di maggiori elementi di giudizio, insistendo inoltre sul fatto che egli avrebbe ben potuto fare, occasionalmente, qualche scoperta di grande importanza scientifica, come quella di un fossile umano. Ciò mi era suggerito dal fatto che da ormai vari anni ero venuto raccogliendo, nel vigneto Guattari, dei frammenti litici attribuibili al Paleolitico litoraneo, di tipo analogo a quello dell'industria esistente nelle grotte del monte Circeo e sulla costiera pontina: il che indicava che l'Uomo paleolitico aveva percorso e forse abitato quella località, così felicemente situata dal punto di vista topografico. In un sopralluogo compiuto il 15 febbraio, constatavo che nuove ossa fossili, sempre attribuibili ai medesimi generi, erano venute in luce, e rinnovavo le mie raccomandazioni al Guattari.

Il 25 febbraio, passando a San Felice Circeo, proveniente da Napoli e diretto a Roma, ebbi dal Guattari la notizia che il giorno prima, nella prosecuzione dello scasso, e nel medesimo punto ove erano state rinvenute le ossa fossili, il suo operaio Vincenzo Ceci aveva scoperto l'apertura di un cunicolo sotterraneo: il Guattari stesso vi si era avventurato carponi, giungendo dopo qualche metro in una vasta cavità interamente oscura il cui suolo era cosparso di ossa. La mattina stessa del 25 febbraio, prima del mio arrivo a San Felice, il Guattari e l'elettricista Damiano Bevilacqua, penetrati nella grotta, e visitando uno degli antri secondari che si dipartono dal vano centrale, avevano notato la presenza di un teschio umano, giacente assieme ad altre ossa, in uno degli antri stessi. Memore delle mie raccomandazioni e conscio dell'importanza del trovamento, il Guattari lasciò il cranio sul posto, dove io stesso dovevo poi ritrovarlo poche ore più tardi.

Nello stesso pomeriggio infatti penetrai con il Guattari nella grotta, procedendo carponi nell'angusto e tortuoso cunicolo e, giunto nel vano principale, constatai che il suolo era letteralmente cosparso di ossa e corna fossili, spesso arrossate e annerite, e talvolta intenzionalmente scheggiate. Prevalevano quelle riferibili a Cervidi ed Equidi. Questi fossili giacevano qua e là, sul terreno, appena ricoperti da un lieve velo di concrezione calcarea, assumente spesso la forma di una specie di infiorescenza, composta di piccoli mammelloni calcarei, rilevati e ramificati, coralliformi. Il vano principale, che ha una forma irregolarmente ovale, e misura circa m. 3,20 x 5 e circa m. 3,65 di altezza, si dirama lateralmente ai vari antri secondari. Sulla sinistra entrando, e passando sotto un arco piuttosto basso della vôlta, si accede a due antri intercomunicanti, l'uno terminante in un piccolo lago e l'altro, di forma subovale, di circa m. 4,10 x 5,40 di diametro, dell'altezza di circa m. 1,80, e che d'ora innanzi chiamerò l'Antro dell'Uomo, contenente il teschio umano.

Questo giaceva quasi al centro dell'antro, verso il fondo, assieme ad ossa di Cervidi, Suidi ed Equidi, scheggiate, tra alcune pietre disposte circolarmente. Quando io lo vidi, il cranio giaceva sulla sua calotta con la base rivolta in alto. Ma il Guattari mi disse che lo aveva preso tra le mani e che non escludeva di averlo rimesso al posto in posizione diversa da quella in cui originariamente si trovava, ché anzi si ricordava di aver visto in primo luogo la rotondità della calotta.

Questa affermazione e la natura e distribuzione delle concrezioni calcaree aderenti al cranio mi fanno ritenere che esso riposasse con la parte occipitale in alto. Constatata immediatamente sul fossile la presenza di accentuati caratteri neandertaliani, decisi di asportarlo, giudicando imprudente di lasciarlo ulteriormente sul posto, tanto più che numerose persone (ragazzi, donne, dipendenti del Guattari ecc.) erano penetrate prima di me nella grotta e ne avevano asportato varie ossa. Non avevo con me il magnesio necessario ad una fotografia. Del resto, essendo il cranio già stato mosso, l'importanza di una sua fotografia in situ sarebbe stata relativa, ed il rischio di lasciarlo sul posto era, ripeto, troppo grande. Decisi anche di non toccare le ossa e le pietre framezzo alle quali esso giaceva, e raccolsi solo una piccola scapola di Cervide, che era in suo contatto.

Raccomandai al Guattari di chiudere l'accesso della grotta e di non lasciarvi più entrare nessuno.

Giunto a Roma, procedei immediatamente a fotografare il cranio e lo consegnai la sera stessa al prof. S. Sergi, direttore dell'Istituto di Antropologia della R. Università di Roma.

Ritornando quindi sul posto il 28 febbraio in compagnia di G. A. Blanc e di S. Sergi, mi veniva consegnata dal Guattari una mandibola umana che era stata raccolta da un dipendente del Guattari stesso, Maddalena Palombi, nell'Antro dell'Uomo, a pochi decimetri di distanza dal cranio.»

NoteModifica

BibliografiaModifica

  • Bietti, A., et S. Grimaldi, « Small flint pebbles and mousterian reduction chains: the case of Southern Latium (Italy) », Quaternaria Nova, VI, (1996), pp. 237-260.
  • Piperno, M., et Giacobini, G., « A taphonomic study of the paleosurface of Guattari Cave », Quaternaria Nova, Vol. I, 1990-1991, Proccedings of the International Symposium « The fossil man of Monte Circeo: fifty years of studies on the neandertals in Latium », A. Bietti et G. Manzi Eds., (1992), pp. 143-161.
  • Stiner, M., « The Guattari faunas then and now », Quaternaria Nova, Vol. I, 1990-1991, Proccedings of the International Symposium « The fossil man of Monte Circeo: fifty years of studies on the neandertals in Latium », A. Bietti et G. Manzi Eds., (1992), pp. 163-192.
  • Toth, N. et White, T., « Assessing the ritual cannibalism hypothesis at Grotta Guattari », Quaternaria Nova, Vol. I, 1990-1991, Proccedings of the International Symposium « The fossil man of Monte Circeo: fifty years of studies on the neandertals in Latium », A. Bietti et G. Manzi Eds., (1992), pp. 213-222.

Voci correlateModifica

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