Meena Keshwar Kamal

attivista afghana
Meena Keshwar Kamal nel 1982

Meena Keshwar Kamal (Kabul, 27 febbraio 1956Quetta, 4 febbraio 1987) è stata un'attivista afghana impegnata nella difesa dei diritti delle donne e fondatrice del movimento Associazione rivoluzionaria delle donne dell'Afghanistan (RAWA). Fu assassinata da sicari nel 1987.

BiografiaModifica

Nata nel 1956 a Kabul in una famiglia benestante di etnia Pashtum, il gruppo etnico maggioritario in Afghanistan; il padre, architetto e funzionario governativo acconsente che tutti i figli, incluse le 5 femmine, frequentino le scuole superiori; Meena studia alla scuola superiore femminile Malalai.[1]

Iscrittasi all’Università di Kabul, nel 1977 fonda il movimento Associazione rivoluzionaria delle donne dell'Afghanistan (RAWA), un’organizzazione costituita con la missione di lottare per l’uguaglianza e la giustizia sociale delle donne, per i diritti fondamentali all’istruzione, alla difesa legale, alle cure mediche e per la liberazione dalla povertà e dalla violenza. Se l’obiettivo primario è la difesa delle donne, nel corso degli anni Rawa si è sempre opposta alle forze di invasione russe e all’occupazione talebana.

L’associazione, per la sicurezza delle sue partecipanti, era strutturata in piccoli gruppi clandestini che non si conoscevano reciprocamente per sopravvivere al regime repressivo; tra le priorità il reclutamento delle donne anche delle minoranze tagike e hazara, in opposizione alle discriminazioni etniche e tribali diffuse nel paese.[1]

L’organizzazione, che è conosciuta prevalentemente con l’acronimo RAWA (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan) è ancora oggi attiva nel dare voce alle donne afghane.[2]

Nonostante la Rivoluzione di Saur e le successive riforme durante la Repubblica Democratica dell'Afghanistan, Meena afferma che le modeste conquiste sociali non erano sufficienti a garantire i diritti delle donne afghane e nel 1979 organizza campagne contro il Governo e incontri nelle scuole per mobilitare gli studenti alla difesa dei diritti delle donne e contro la povertà; nel 1981 fonda la rivista femminista bilingue Payam-e-Zan ( Il messaggio delle donne) per promuovere la consapevolezza della necessità di opporsi al fondamentalismo talebano.[1][3] La rivista denunciava le minacce e gli abusi subiti dalle donne; stampata con ciclostile, veniva anche utilizzata come testo per le lezioni di alfabetizzazione.

Alla fine del 1981, in periodo di occupazione sovietica dell’Afghanistan, su invito del governo francese, Meena rappresenta il movimento di resistenza afghano al congresso del Partito socialista francese. La delegazione dell’Unione Sovietica al Congresso, guidata da Boris Ponamaryev, abbandona l’aula in seguito agli applausi rivolti a Meena che aveva presentato una relazione sulle violenze inflitte dai sovietici alla popolazione afghana.[4][5]

Nel marzo 1982, Meena partecipa a Milano al 19º Congresso del PSDI quale rappresentante della resistenza afghana contro l’invasione sovietica, presentando una relazione sullo stato del conflitto.[6]

A partire dal 1982, in considerazione delle repressioni in atto in Afghanistan, Meena e la direzione di Rawa si trasferiscono in Pakistan dove avevano trovato rifugio in campi profughi quasi 2 milioni di profughi afghani. Qui, nel campi profughi di Quetta, Meena fonda le Scuole Watan (patria in lingua farsi) per i bambini e le donne dei campi, offrendo loro sia un rifugio sia percorsi di istruzione e formazione professionale.[3][4]

Con la collaborazione di profughe allestisce un laboratorio di cucito e sartoria, che fornisce il supporto economico per le donne sole e per l'organizzazione della scuola. Meena concepisce l’alfabetizzazione e l’educazione quale unico strumento per sottrarre i giovani ai fondamentalismi. Nel momento di maggiore affluenza, la scuola accolse 500 ragazzi e 250 ragazze, in quanto in una situazione di grande difficoltà era ancora più facile convincere le famiglie a far studiare i figli maschi piuttosto che le figlie femmine.[1]

A partire dal 1986, Meena avvia una raccolta internazionale di fondi per la costruzione di un ospedale, che sarà realizzato e inaugurato dopo la sua morte.

Vita privataModifica

Meena sposa nel 1978 Faiz Ahmad, medico e membro dell’Organizzazione per la Liberazione dell’Afghanistan[1] che fu assassinato da sicari di Gulbuddin Hekmatyar il 12 novembre 1986.[7][8]

Meena e Faiz hanno avuto 3 figli, da lei stessa affidati ad amiche fidate, il cui destino non è noto.

AssassinioModifica

Meena fu rapita e assassinata a Quetta, Pakistan il 4 febbraio 1987.[1][9] Ci sono diverse supposizioni sulle identità degli assassini.

Apparentemente risulta coinvolto il suo interprete e guardia del corpo, Ahmed Sultan, ma si ritiene che siano stati agenti del servizio di intelligence afghano KHAD, la polizia segreta afghana o agenti del leader del fondamentalismo Gulbuddin Hekmatyar.[2]

Nel maggio 2002, su pressione degli Stati Uniti[1], Ahmed Sultan e il cugino, connesso con il KHAD, sono stati impiccati con l’accusa di aver assassinato Meena. Con la loro morte si chiude la possibilità di risalire ai diretti mandanti.[10]

Eredità moraleModifica

Nel numero del 13 novembre 2006 della rivista Time, la figura di Meena è elencata tra i 60 eroi del mondo asiatico sottolineando che "… Sebbene avesse solo 30 anni alla sua morte, Meena aveva già diffuso i semi di un movimento per i diritti delle donne Afghane fondato sul potere della conoscenza"[11]

L’associazione RAWA sul proprio sito dichiara che "Meena ha dedicato 12 anni della sua breve ma intensa vita a combattere per il proprio paese e il popolo afghano. Era mossa dalla profonda convinzione che nonostante il buio dell’ignoranza e del fondamentalismo e la corruzione e la decadenza imposti alle donne, alla fine questa metà della popolazione si sarebbe risvegliata e si sarebbe avviata sul sentiero della libertà, della democrazia e dei diritti delle donne".[4]

Una costante citazione di Meena afferma:[3][1]

«Le donne Afghane sono leoni addormentati; quando si svegliano possono giocare un ruolo meraviglioso in qualsiasi rivoluzione sociale»

NoteModifica

  1. ^ a b c d e f g h Melody E. Chavis, Mai tornerò indietro, la storia di Meena fondatrice di RAWA, Milano, CISDA, 2016.
  2. ^ a b (EN) Jon Boone, Afghan feminists fighting from under the burqa, su theguardian.com. URL consultato il 21 marzo 2020.
  3. ^ a b c (EN) Gioseffi Daniela, Women on War: An International Anthology of Women's Writings from Antiquity to the Present, Feminist Press at CUNY, 2003, p. 283, ISBN 978-1-55861-409-3.
  4. ^ a b c (EN) Biography of Martyred Meena, RAWA’s founding leader, su rawa.org. URL consultato il 21 marzo 2020.
  5. ^ Meena Keshwar Kamal al Decimo Congresso del Partito Socialista Francese, su cisda.it. URL consultato il 21 marzo 2020.
  6. ^ Partecipazione di Meena al XIX Congresso del PSDI Milano 24 – 30 marzo 1982, su cisda.it. URL consultato il 21 marzo 2020.
  7. ^ Gulbuddin Hekmatyar, CIA Op and Homicidal Thug
  8. ^ Models and Realities of Afghan Womanhood: A Retrospective and Prospects Archiviato il 13 marzo 2012 in Internet Archive.
  9. ^ Meena Keshwar Kamal - fondatrice di RAWA, su osservatorioafghanistan.org. URL consultato il 21 marzo 2020.
  10. ^ (EN) BBC News - SOUTH ASIA - Afghan activist's killers hanged, BBC. URL consultato il 21 marzo 2020.
  11. ^ TIME Magazine | 60 Years of Asian Heroes: Meena - Archiviato il 12 gennaio 2007 in Internet Archive.

Voci correlateModifica

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