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L'istituzione della potestà maritale prevede che l'uomo assuma in una famiglia oltre alla patria potestà, anche un ruolo predominante rispetto a quello della moglie.

L'uomo avrebbe dunque il diritto di impartire ordini e divieti alla moglie, come anche il diritto di punirla. Il principio era saldamente ancorato, fino ad alcuni decenni fa, nella maggior parte delle legislazioni. Ancor oggi, vige in diversi Paesi.

  • La subordinazione della moglie faceva parte nell'antica Roma della cosiddetta patria potestas, dove vi era potere di condannare a morte moglie, figli e schiavi in caso vi fossero motivi ritenuti gravissimi, tuttavia in caso di maltrattamenti e percosse vi era la possibilità da parte della moglie di chiedere divorzio e restituzione della dote
  • tra l'altro, il principio trovava applicazione anche nel Regno d'Italia postunitario: rispetto al diritto romano, i poteri del marito erano limitati, benché la moglie non potesse esercitare attività lavorativa senza il permesso del coniuge.[1]
  • la Shari'a sancisce tra l'altro che quello di picchiare la moglie sia, seppure con limitazioni, un diritto;[2]
  • simili principi, seppure di ambito limitato, valevano fino a pochi anni fa anche in paesi europei. In Italia, l'istituzione della potestà maritale era prevista nel Codice Civile (art,. 144); nel 1975, tale normativa veniva abrogata a favore dell'articolo 263, 1. (19 maggio) con la riforma del diritto di famiglia.[3] A partire da quell'anno, si parla tra l'altro non più di patria potestà ma di potestà genitoriale.

Citate in giudizio per il fatto di aver picchiato la moglie, in tempi recenti sempre più persone di fede diversa da quella predominante nel paese in cui vivono si appellano al principio di libertà di religione per legittimare quello di potestà maritale.

NoteModifica

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