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I reati ministeriali sono una fattispecie di reato dei membri dell'Esecutivo, che alcuni ordinamenti costituzionali sottopongono a forme di giustizia politica o, comunque, a fori speciali o misti[1].

In Italia, la materia è disciplinata direttamente dall'articolo 96 della Costituzione della Repubblica Italiana.

Si tratta di reati commessi nell'esercizio delle funzioni ministeriali (solitamente contro la pubblica amministrazione) dal presidente del Consiglio o da un ministro.

Indice

StoriaModifica

Prima del varo della legge di revisione costituzionale 1/1989, l'articolo 96 prevedeva che il presidente del Consiglio e i ministri potessero essere messi in stato d'accusa dal Parlamento in seduta comune per quanto atteneva ai reati commessi nell'esercizio delle loro funzioni. Con lo scandalo Lockheed del 1977 - che portò alla condanna di fronte alla Corte costituzionale del ministro della Difesa Mario Tanassi - si ravvisarono i non pochi limiti insiti in tale procedura.

Nel 1987 un referendum popolare abrogò del tutto le disposizioni legislative riguardanti le cosiddette commissioni inquirenti, ossia quelle commissioni bicamerali che istruivano le denunce pervenute a carico dei ministri.

Disciplina normativaModifica

Anche a seguito dell'esito referendario del 1987, la disciplina procedurale per questi reati è mutata con apposita revisione costituzionale[2]: l'attuale formulazione dell'art. 96 afferma che sui suddetti reati giudica la magistratura ordinaria e non più la Corte costituzionale integrata; ciò avviene previa autorizzazione della Camera a cui l'indagato appartiene e, se l'inquisito non è un ministro parlamentare, l'autorizzazione a procedere verrà richiesta al Senato.

La richiesta viene avanzata dal cosiddetto "Tribunale dei ministri" e la Camera competente può negarla nel caso in cui l'inquisito «abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante o per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell'esercizio delle funzioni di governo». La stessa Camera deve poi autorizzare le eventuali misure limitative della libertà personale. Nella fase di giudizio, comunque, nei confronti del presidente del Consiglio dei ministri e dei ministri non può essere disposta alcuna pena accessoria che comporti la sospensione dal loro ufficio.

Per qualsiasi altro reato, non commesso nell'esercizio delle proprie funzioni, il Ministro o il Presidente del Consiglio rispondono al pari di qualsiasi altro cittadino. In questo caso saranno possibili anche l'irrogazione provvisoria o definitiva di pene che portano alla decadenza dell'incarico ministeriale.

NoteModifica

  1. ^ In Francia, dal 1993, vige in materia la competenza della Corte di giustizia della Repubblica, composta da 12 parlamentari e 3 magistrati: v. EMMANUEL MACRON DEVANT LE CONGRÈS À VERSAILLES: LE FLOU AUTOUR DE LA SUPPRESSION DE LA COUR DE JUSTICE DE LA RÉPUBLIQUE, Le Figaro, 3 Juillet 2017.
  2. ^ Legge costituzionale 16 gennaio 1989, n. 1.

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica