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Ritratto del cavaliere Pietro Secco Suardo

dipinto a olio su tela di Giovanni Battista Moroni
Ritratto del cavaliere Pietro Secco Suardo
Giovanni Battista Moroni 023.jpg
AutoreGiovanni Battista Moroni
Data1563
TecnicaOlio su tela
Dimensioni183×104 cm
UbicazioneUffizi, Firenze

Il Ritratto del cavaliere Pietro Secco Suardo è un dipinto a olio su tela (183x104 cm) di Giovanni Battista Moroni, datato 1563 e conservato negli Uffizi di Firenze.

Indice

StoriaModifica

Noto dal 1713, fu menzionato con certezza la prima volta in un inventario di Palazzo Pitti tra i beni appartenenti al Gran Principe Ferdinando, rimanendo neglia appartamenti di Violante alla sua morte e poi in quelli di Eleonora di Guastalla[1].
Già ritenuto come raffigurante sant'Ignazio di Loyola, sulla base della presenta veduta di Pamplona sullo sfondo. Fu inviato alla galleria degli Uffici nel 1797, nella sala dedicata all'arte veneta. Inizialmente fu identificato nel Secco Suardi dal Mazzi dopo che ne venne fatto un primo restauro. La presenza della fiamma che arde e il motto latino che tradotto in volgare significa Suardi, e il solo della famiglia che nel 1563 potesse avere un'età di circa quarantanni, data di realizzazione del dipinto, era Pietro. Fu definitivamente riconosciuto nel cavaliere bergamasco Pietro Secco Suardo da Giovanni Morelli nel 1904. La sua ipotesi è stata accettata comunemente[2].

Descrizione e stileModifica

Ritratto in piedi e a grandezza naturale, il nobiluomo, vestito in nero secondo la moda del tempo, porta una mano sull'elsa della spada legata in vita e con l'altra indica una fiamma accesa in un braciere. A essa si riferisce anche l'iscrizione sull'ara "ET QVID VOLO NISI VT ARDEAT?" (Che cosa voglio se non che [il fuoco] arda?), derivata dal Vangelo di Luca (12, 49), e scelta perché nasconde in acrostico il cognome "SUARDI". Si tratta di un piccolo indovinello figurato amato dall'aristocrazia bergamasca, come se ne trovano anche nei ritratti qui eseguiti da Lorenzo Lotto.

L'uomo è ritratto con notevole penetrazione fisiognomica, che pare uscito dal pennello di Bramantino per la semplificazione geometrica e il controllo luministico. Il soggetto è posto vicino a una finestra in cui si vede un cristallino paesaggio lombardo con la diruta Torre del Comune ripresa dalla parte del colle san Salvatore, dove si trovavano le abitazioni bergamasche dei Secco Suardo, anche se questi resiedevano generalmente a Venezia[3]. L'ombra del cavaliere si deforma sul pavimento a quadri, denunciando un certo sperimentalismo portato avanti in quegli anni dal pittore.

NoteModifica

  1. ^ Citato nel suo guardaroba nel 1771
  2. ^ Gregori, p. 259.
  3. ^ Gregori, p.260.

BibliografiaModifica

  • Mina Gregori, Giovan Battista Moroni, Bergamo, Poligrafiche Bolis, 1979, p. 259-261.
  • Gloria Fossi, Uffizi, Firenze, Giunti, ISBN 88-09-03675-1.

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