SEAT Inca

autovettura del 1995 prodotta dalla SEAT

Il SEAT Inca fu un furgone di taglia piccola disegnato e costruito in Spagna dalla SEAT e basato sulla SEAT Ibiza seconda serie,[1] con cui condivideva base, meccanica e parte anteriore.

SEAT Inca
MHV Seat Inca 01.jpg
Descrizione generale
CostruttoreSpagna  SEAT
Tipo principaleFurgonetta derivata da automobile
Produzionedal 1995 al 2003
Sostituisce laSEAT Terra
Altre caratteristiche
Dimensioni e massa
Lunghezza4207 mm
Larghezza1695 mm
Altezza1836 mm
Passo2601 mm
Massaa vuoto 1105 kg
Altro
Stessa famigliaSEAT Ibiza
MHV Seat Inca 02.jpg

StoriaModifica

È stato presentato nella primavera del 1995 al Salone dell'automobile di Barcellona[2]. Sul mercato sostituiva il SEAT Terra, derivato dalla SEAT Marbella. Era disponibile in versione Van, per il trasporto di merci (con motore a benzina da 1.4 litri o due motori diesel da 1.9 litri) o in versione kombi, per il trasporto di persone con motorizzazione 1.6 e 1.9 diesel.[1] I motori erano in grado di erogare potenze tra i 55 e i 75 CV.[1] Contemporaneamente la Volkswagen (a cui la SEAT fa capo) produceva un mezzo gemello, il Volkswagen Caddy, basato sulla Volkswagen Polo di terza generazione (dato che il Gruppo Volkswagen aveva deciso che la SEAT avrebbe dovuto avere caratteristiche più sportive), e l'Inca fu presto tolto di produzione in favore del Caddy. Nonostante questo, il Caddy veniva assemblato nelle stesse fabbriche in cui veniva costruito l'Inca, quando la produzione di quest'ultimo smise nel giugno 2003, senza un erede, rimanendo quindi l'ultimo veicolo commerciale prodotto dalla SEAT.

Sia il Caddy che l'Inca furono particolarmente apprezzati per la portata (625 kg), buona per la dimensione del veicolo,[1] e di quasi 3 m3 come volume.

NoteModifica

  1. ^ a b c d Seat Inca: van o kombi è un veicolo nato con la vocazione del trasporto, "Corriere della Sera" del 27 gennaio 1996, su archiviostorico.corriere.it. URL consultato l'11-10-2009.
  2. ^ Reginette di Spagna, "Corriere della Sera" del 13 maggio 1995, su archiviostorico.corriere.it. URL consultato l'11-10-2009.

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