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Selezione di gruppo

Basi della teoriaModifica

La teoria formulata negli anni '60 da V.C. Wynne-Edwards proponeva che in un gruppo di animali l'esistenza di comportamenti altruisti di soggetti che in determinate situazioni si sacrificano o comunque si espongono a rischi e danni per proteggere altri individui (ad esempio la prole, le femmine o maschi e altri individui) si potesse essere sviluppata in relazione al beneficio che questi comportamenti apportavano al gruppo o alla specie. Questa ipotesi fu presto accantonata e ampiamente criticata dagli altri scienziati, infatti l'ipotetico altruista sacrificandosi non avrebbe tramandato i suoi geni e la caratteristica non si sarebbe potuta evolvere all'interno del gruppo.[1]

Le nuove teorieModifica

Nacque così la necessità di trovare nuove spiegazioni più rigorose per comportamenti collaborativi apparentemente altruistici che sembravano suggerire l'esistenza di un qualche tipo di sacrificio per il bene del gruppo o della specie. Per esempio in molte specie di erbivori (cervi, daini, gazzelle, suricate) si trovano degli individui che segnalano la presenza di eventuali predatori stando di guardia ed esponendosi quindi a rischi molto maggiori, le api pungendo un eventuale predatore o essere che può nuocere alla colonia sacrificano la propria vita. Tutti questi esempi necessitavano quindi di nuove teorie che ne spiegasse l'esistenza in accordo con la selezione naturale. La soluzione arrivò con l'utilizzo della teoria dei giochi, sviluppando concetti come le strategie evolutivamente stabili, con cui si poteva dimostrare che i comportamenti apparentemente altruistici che si ritrovano in natura possono essere riconducibili ad una convenienza per la linea genetica dell'individuo, attraverso meccanismi come la selezione parentale scoperta da Ronald Fisher e J. B. S. Haldane e formalizzata rigorosamente da William Donald Hamilton nel 1964, o, nel caso manchi la parentela diretta, secondo il meccanismo dell'altruismo reciproco proposto da Robert Trivers nel 1971. La chiave per interpretare in modo ancora più rigoroso questi comportamenti fu fornita dagli studi di George C. Williams, efficacemente divulgati da Richard Dawkins nel libro Il gene egoista, che individuano nel gene il soggetto di base su cui operano i meccanismi evolutivi.[2]

NoteModifica

  1. ^ Dawkins, op. cit., pag. 9-11
  2. ^ Dawkins, op. cit.

BibliografiaModifica

Collegamenti esterniModifica

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