Sette lagnanze

Le Sette lagnanze (mancese: ᠨᠠᡩᠠᠨ
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nadan koro; Qī Dà HènP) fu un manifesto pubblicato da Nurhaci il tredicesimo giorno del quarto mese lunare del terzo anno dell'era Tianming (; 7 maggio 1618[1]). Esso era una vera e propria dichiarazione di guerra contro la dinastia Ming.

Le sette lagnanze erano:[2]

  1. I Ming hanno ucciso il padre e il nonno di Nurhaci senza alcuna ragione;
  2. I Ming hanno soppresso il clan Jianzhou e favorito Yehe e Hada;
  3. I Ming hanno violato gli accordi territoriali con Nurhaci;
  4. I Ming hanno inviato truppe per proteggere Yehe contro Jianzhou;
  5. I Ming hanno sostenuto Yehe disattendendo le promesse fatte a Nurhaci;
  6. I Ming hanno costretto Nurhaci a lasciare le terre di Chaihe, Sancha e Fuan;
  7. Shang Bozhi, ufficiale del Ming, ha abusato del suo potere e ha calpestato la gente.

Dopo l'annuncio delle "Sette lagnanze", iniziò l'attacco a Fushun. I disertori Han giocarono un ruolo molto importante nella conquista della Cina da parte dei Qing. I generali cinesi Han che disertarono verso i Manciù avevano spesso in sposa donne della famiglia imperiale Aisin Gioro mentre i soldati semplici che disertavano venivano spesso dati come mariti a donne manciù non reali. Il capo dei manciù, Nurhaci, fece sposare una delle sue nipoti con il generale Ming Li Yongfang 李永芳 | 李永芳 dopo che si era arreso a Fushun nel Liaoning nel 1618.[3][4] La progenie di Li ricevette il titolo ereditario di "Visconte di terza classe" (sān děng zǐjuéP).[5] Un anno dopo, per rappresaglia, una forza punitiva Ming di circa 100.000 uomini, che comprendeva truppe Coreane e Yehe, si avvicinò ai manciù di Nurhaci secondo quattro diverse direttive. I manciù ottennero vittorie consecutive, la più famosa delle quali vicino alla città di Sarhu. La dinastia Ming era fiaccata da una combinazione di conflitti interni e costanti molestie da parte dei manciù.

Il 26 maggio 1644, Pechino venne conquistata da un esercito di ribelli contadini guidato da Li Zicheng. Durante il tumulto, l'ultimo imperatore si impiccò ad un albero del giardino imperiale al di fuori della Città Proibita. I manciù si allearono quindi con il generale Ming Wu Sangui e presero il controllo di Pechino rovesciando la dinastia Shun di Li Zicheng e fondando in Cina la dinastia Qing.

NoteModifica

  1. ^ 兩千年中西曆轉換
  2. ^ Seven Grievances, su cultural-china.com, culture-china.com. URL consultato il 14 dicembre 2008 (archiviato dall'url originale il 29 marzo 2010).
  3. ^ Anne Walthall, Servants of the Dynasty: Palace Women in World History, University of California Press, 2008, pp. 148–, ISBN 978-0-520-25444-2. Frederic Wakeman, Fall of Imperial China, Simon and Schuster, 1º gennaio 1977, pp. 79–, ISBN 978-0-02-933680-9. Kenneth M. Swope, The Military Collapse of China's Ming Dynasty, 1618-44, Routledge, 23 gennaio 2014, pp. 13–, ISBN 978-1-134-46209-4. Frederic E. Wakeman, The Great Enterprise: The Manchu Reconstruction of Imperial Order in Seventeenth-century China, University of California Press, 1985, pp. 61–, ISBN 978-0-520-04804-1. Mark C. Elliott, The Manchu Way: The Eight Banners and Ethnic Identity in Late Imperial China, Stanford University Press, 2001, pp. 76–, ISBN 978-0-8047-4684-7.
  4. ^ http://www.lishiquwen.com/news/7356.html Archiviato il 3 dicembre 2017 in Internet Archive. Archived copy, su fs7000.com. URL consultato il 30 giugno 2016 (archiviato dall'url originale il 7 ottobre 2016). 75800 Archiviato il 7 ottobre 2016 in Internet Archive. read01.com
  5. ^ Evelyn S. Rawski, The Last Emperors: A Social History of Qing Imperial Institutions, University of California Press, 15 novembre 1998, pp. 72–, ISBN 978-0-520-92679-0.