Ursulo

politico romano

Ursulo (latino: Ursulus; ... – 361) fu un funzionario dell'Impero romano, messo a morte dal tribunale di Calcedonia istituito dall'imperatore Giuliano.

BiografiaModifica

Ursulo ricoprì il ruolo di comes sacrarum largitionum (una sorta di ministro delle finanze) di Giuliano, quando questi fu nominato cesare e inviato a governare le Gallie dal cugino e imperatore Costanzo II (355). Molti degli alti funzionari di Giuliano furono ostili al cesare e tentarono di ostacolarlo, in particolare negandogli i fondi per fare donativi all'esercito e tenerlo tranquillo; ma Ursulo, invece, lo aiutò quando l'esercito stava per ammutinarsi, inviando una lettera al tesoriere provinciale in cui gli ordinava di concedere tutto ciò che voleva al cesare.[1]

Di fronte alla distruzione di Amida (359/360), un'importante roccaforte frontaliera, per mano dei Sasanidi, Ursulo ebbe a commentare dolorosamente «Ecco con quale animo le città sono difese dai soldati, per aumentare il cui stipendio ormai vengono meno le ricchezze dell'impero!».[2]

Dopo la morte di Costanzo e l'ascesa al trono di Giuliano, a Calcedonia fu istituito un tribunale che aveva il compito di giudicare i membri della corte di Costanzo: Ursulo fu condannato a morte, e la sua uccisione fu «pianta dalla Giustizia stessa, che accusò di ingratitudine l'imperatore».[1] La notizia della morte di Ursulo, infatti, causò malumore e accuse nei confronti di Giuliano, che tentò di discolparsi affermando che la morte di Ursulo era stata decisa a sua insaputa e per colpa dell'astio dei militari nei suoi confronti.[3]

NoteModifica

  1. ^ a b Ammiano Marcellino, XXII 3.7.
  2. ^ Ammiano Marcellino, XX 11.5.
  3. ^ Ammiano Marcellino, XXII 3.8.

BibliografiaModifica