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Alberto Monroy (scienziato)

medico, biologo e biochimico italiano

Alberto Monroy (Palermo, 26 luglio 1913Woods Hole, 25 agosto 1986) è stato un medico, biologo, biochimico e scienziato italiano.

Indice

La vitaModifica

Rampollo di una nobile famiglia siciliana, fu pioniere della biologia molecolare marina e, nel secondo dopoguerra, uno dei fondatori di questa disciplina in Italia, istituendo le scuole di Palermo e Napoli.

Dopo essersi diplomato presso l’Istituto Gonzaga di Palermo, si iscrisse alla facoltà di medicina dell’Università degli Studi di Palermo, fu precocemente attratto dalla biologia sperimentale, anche per l’influenza dell’anatomista E. Luna, nel cui istituto fu interno. Ricevette un’educazione decisamente più orientata alla biologia che alla medicina e questo influì molto sulle sue successive scelte di carriera (Monroy, 1963-1964, p. 19).

Dopo un breve periodo nel laboratorio di T. Terni a Padova, nel 1936 il M. ottenne dall’Accademia d’Italia una borsa di studio di quattro mesi per un soggiorno di studio all’estero. La spese all’università di Erlangen in Germania, presso il laboratorio di O. Mangold, primo allievo di H. Spemann.

In quel periodo l’embriologia sperimentale attraversava una fase di rinnovamento, innescata alla metà degli anni Venti proprio dagli esperimenti di Spemann e H. Mangold e dalla teoria degli «organizzatori», porzioni dell’embrione che influenzano lo sviluppo delle cellule circostanti indipendentemente dalla posizione. Negli anni Trenta, la caccia all’organizzatore e la spiegazione della sua natura e modo di azione furono uno dei fronti più avanzati della biologia, paragonabile per risonanza alla genetica americana.

Laureatosi nel 1937 con una tesi dal titolo Contributi alla conoscenza della meccanica dello sviluppo del midollo spinale. Ricerche sperimentali in «Discoglossus pictus», fu nominato assistente presso l’istituto di anatomia umana normale di Luna, dove continuò anche durante la guerra le proprie ricerche sullo sviluppo e la rigenerazione della placca midollare negli anfibi.

Preside della facoltà di scienze matematiche, fisiche e naturali nell'Università di Palermo, tra gli anni cinquanta e sessanta, ebbe anche la cattedra di anatomia comparata nel medesimo ateneo.

Per oltre dieci anni diresse l'Istituto di biologia molecolare da lui fondato, oggi diventato Dipartimento di Biologia Cellulare e dello Sviluppo "A. Monroy".

Fondò a Napoli il Laboratorio di embriologia molecolare del C.N.R. e diresse la Stazione zoologica Anton Dohrn di Napoli.[1]

Nel 1956-55 si recò negli Stati Uniti presso il Marine Biological Laboratory di Woods Hole con una borsa di studio dove dalla fine degli anni sessanta cominciò a passare regolarmente lunghi periodi di lavoro e dove morì nel 1986.

Ancora nel pieno dell’attività, il M. morì a Woods Hole, il 23 ag. 1986.

Dalla moglie Anna aveva avuto tre figlie: Gabriella, Valentina e Beatrice Monroy.

L'impegno politicoModifica

Da sempre vicino alla sinistra parlamentare, già nel 1948 aveva aderito all’Alleanza per la difesa della cultura, un gruppo d’intellettuali che sosteneva il Fronte popolare. Nel 1975 fu eletto consigliere comunale di Napoli da indipendente nelle liste del Partito comunista italiano (PCI). Dimessosi nel 1978, chiese e ottenne la tessera del partito. Le sue simpatie progressiste gli crearono dissapori con i circoli nobiliari palermitani ma non con gli Stati Uniti d’America, che mai in quarant’anni gli negarono il visto d’ingresso.

La ricercaModifica

Nel settembre del 1944, solo un anno dopo la liberazione di Napoli e in una situazione ancora d’emergenza, il M. abbandonò una sicura carriera accademica all’università di Palermo per un posto da caporeparto presso la Stazione zoologica, il celebre istituto internazionale di biologia marina. Nonostante le gravi difficoltà pratiche, economiche e politiche, la ricerca non vi era stata mai interrotta e alla riapertura delle frontiere, dopo il 1945, essa recuperò velocemente la sua frequentazione cosmopolita. Da capo del reparto di zoologia, prima, e di fisiologia dal 1949, il M. fu per otto anni testimone diretto e protagonista di tale rinascita e con la Stazione zoologica mantenne un legame strettissimo per tutta la vita. Negli anni Quaranta, Napoli era una capitale dell’embriologia sperimentale: vi sopravvivevano tradizioni di ricerca in sistematica, citologia, fisiologia e biochimica e cominciavano ad attecchire la genetica e la biofisica, i nuovi approcci riduzionisti e quantitativi allo studio del vivente. Il M. subì l’influenza di questo eclettismo, mantenendo, da studioso dello sviluppo, una costante attenzione per la genetica cromosomica e, più tardi, della biologia molecolare.

I contatti stabiliti alla stazione gli aprirono molte porte. Nel 1948 fu per sei mesi al Wenner Gren Institut di Stoccolma, ospite di J. Runnström. La scuola embriologica svedese era all’epoca uno fra i maggiori centri mondiali per lo studio biochimico e fisiologico della fecondazione e dello sviluppo, e il M. ne subì l’influsso: adottò come modello di studio il riccio di mare e studiò i cambiamenti chimici superficiali dell’uovo nelle diverse fasi della fecondazione e il meccanismo di prevenzione della polispermia, in collaborazione con sua moglie, Anna Oddo Monroy, e con lo stesso Runnström.

Come per molti fra i maggiori biologi italiani della sua generazione, tuttavia, il vero spartiacque della carriera del M. fu la prima esperienza statunitense, con un grant della Fondazione Rockefeller. Fra il 1949 e il 1951, fu dapprima al Rockefeller Institute di New York, con il biochimico A. Mirsky, poi al Marine Biological Laboratory di Woods Hole (Ma), dove conobbe A. Tyler, allievo di Morgan e fra i maggiori studiosi della fecondazione al mondo, con cui instaurò una collaborazione scientifica lunga e fruttuosa, poi ereditata dalle rispettive scuole. Il laboratorio di Woods Hole fu per il M. un luogo d’elezione, come e forse più della Stazione zoologica: ammesso nel 1955 come membro della Corporation di scienziati che possiede e gestisce il centro, fu eletto trustee (membro del comitato di gestione) per il quadriennio 1972-76, e quindi emeritus negli anni Ottanta. Dai primi anni Cinquanta, vi spese quasi ogni estate, partecipando anche all’attività didattica del centro.

Nel dicembre 1951, ancora in America, accettò l’insegnamento di anatomia comparata nella facoltà di scienze dell’Università di Palermo, e con esso la sfida di costruirvi da zero un centro di ricerca di livello internazionale. G. Reverberi lo accolse in poche stanze del suo istituto di zoologia, in via Archirafi, e la Fondazione Rockefeller elargì un contributo di 5000 dollari per l’equipaggiamento del laboratorio. Nella primavera del 1952 l’istituto, intitolato ad A. Giardina, aprì i battenti: il personale era costituito dai soli M. e G. Giardina, assistente, cui fra il 1954 e il 1956 s’aggiunsero E. Mutolo, V. D’Amelio, R. Maggio e G. Giudice. Dal 1954 il M. divenne professore ordinario.

Nonostante il peso della didattica e l’impegno accademico, gli anni palermitani furono i più produttivi della vita del Monroy. In breve tempo, il piccolo istituto di Palermo s’impose come uno dei principali centri europei per lo studio della fecondazione: malgrado la collocazione sfavorevole, esso «aveva una clientela più brillante e internazionale che il Grand Hotel all’altro capo della città, o delle eleganti terme di Mondello» (Gross, p. 507). Oltre che dall’università e dal Consiglio nazionale delle ricerche (CNR), i fondi giungevano dai grandi enti scientifici internazionali (NATO, Euratom) e statunitensi (Atomic Energy Commission, National Institutes of Health, National Science Foundation). La Fondazione Rockefeller finanziò le ricerche dei gruppi del M. e Reverberi con due grants quinquennali, dal 1956 al 1964, per un totale di 85.000 dollari.

Fra il 1954 e il 1969, il M. fu preside della facoltà di scienze, alla cui crescita lavorò alacremente: nel 1965 vi chiamò G. Sermonti alla cattedra di genetica e nel 1967 ottenne l’istituzione del primo insegnamento di biologia molecolare in Italia, affidato a E. Scarano.

Nel secondo dopoguerra, lo studio sperimentale dello sviluppo fronteggiava uno stallo: l’approccio morfologico allo sviluppo aveva da tempo esaurito il proprio impeto, né quello chimico aveva portato l’atteso mutamento di paradigma. Il M. fece parte di quell’avanguardia internazionale di scienziati che tentarono di interpretare lo sviluppo in termini d’interazioni molecolari, con metodi biochimici, biofisici e immunologici. Nel corso degli anni Cinquanta, il suo gruppo seguì tre linee di ricerca principali: i mutamenti superficiali dell’uovo alla fecondazione e il problema della fecondazione multipla; il metabolismo delle proteine nell’uovo appena fecondato; l’attività dei ribosomi e dei mitocondri nelle prime fasi dello sviluppo. In particolare, Giudice, il M. e il giapponese E. Nakano ricorsero, fra i primi in Italia, ai radioisotopi per osservare l’attività dell’uovo prima e dopo la fecondazione, riportando un rapido incremento nella sintesi proteica subito dopo la fusione dei gameti. In parallelo, con il gruppo di Tyler i palermitani affrontavano con le medesime tecniche la questione dell’influsso reciproco di uovo e spermatozoo nelle primissime fasi della fecondazione.

Il problema più serio dell’embriologia nella seconda metà del ventesimo secolo restava, però, il distacco dalla genetica, rappresentato simbolicamente nell’incomunicabilità fra il nucleo (provincia dei genetisti) e il citoplasma (regno degli embriologi) e, a un livello più fine, nel problema del rapporto tra DNA e proteine. Negli anni Cinquanta, la nascente biologia molecolare sembrava offrire la possibilità di colmare la distanza, grazie alla scoperta dei meccanismi di trascrizione e traduzione del DNA e all’isolamento delle diverse famiglie di RNA coinvolti nel processo.

La transizione dall’embriologia chimica alla cosiddetta «embriologia molecolare», negli anni Sessanta, fu guidata da una piccola élite di ricercatori, e il M. vi ebbe un ruolo importante. Gli studi del suo gruppo sul metabolismo proteico nell’uovo vergine e fecondato furono estesi a comprendere il metabolismo degli RNA e il ruolo dei complessi ribosomali nella sintesi proteica, nel quadro di una interpretazione regolativa e informazionale dell’interazione nucleo-citoplasma.

In quel decennio, inoltre, il M. produsse i suoi contributi sintetici più significativi: Chemistry and physiology of fertilization (New York, 1965); Fertilization: comparative morphology, biochemistry, and immunology (I-II, New York 1967-69) curato con Charles B. Metz e riedito in tre volumi nel 1987, nonché diversi capitoli in antologie scientifiche.

Nel 1966, con A.A. Moscona, fondò la serie Current topics in developmental biology, che diresse fino alla morte. Il progetto poggiava sulla considerazione che la biologia molecolare avesse contribuito all’embriologia in termini «essenzialmente metodologici e concettuali» (Monroy, 1970), in primo luogo evidenziando la comunanza dei meccanismi alla base dello sviluppo embrionale, della differenziazione cellulare e della rigenerazione. Ciò comportava la reinterpretazione del processo di fecondazione come un caso particolare dei meccanismi di comunicazione e riconoscimento cellulari, centrali anche per l’immunologia e la genetica molecolare e quindi, in prospettiva, la dissoluzione dell’embriologia tradizionale in una scienza più generale, la biologia dello sviluppo.

Nel 1962, insieme con C.B. Metz, C.R. Austin e L. Nelson, il M. organizzò a Woods Hole, nel Massachusetts, il primo Training program in fertilization and gamete physiology, un corso estivo di embriologia sperimentale che, grazie al sostegno dell’NHI (National Institutes of Health) americano, fu per dodici anni un importante luogo di elaborazione e diffusione di nuove tecniche e teorie nel settore.

Da ultimo il M. s’impegnò nella realizzazione, in Italia e in Europa, delle condizioni necessarie al progresso della biologia, specialmente alla promozione di un’organizzazione interdisciplinare della ricerca, secondo l’esempio americano.

Dal 1964 collaborò con il Laboratorio internazionale di genetica e biofisica di Napoli, diretto da A. Buzzati Traverso, e in special modo con J. Brachet che ne dirigeva la sezione di embriologia molecolare. Nel 1967 sostituí Brachet a capo della sezione e, nel 1969, lasciò la cattedra palermitana per fondare a Napoli il Laboratorio di embriologia molecolare del CNR: gli anni del LEM (1969-76) coincisero con la definitiva maturazione della biologia dello sviluppo, come testimoniato dall’influente sintesi, Introductory concepts in developmental biology, pubblicata con Moscona nel 1979.

Nel 1976 il M. fu nominato direttore della Stazione zoologica di Napoli. Fra il 1976 e il 1980 guidò l’approvazione del nuovo statuto e la riorganizzazione dell’ente, prima di lasciare la carica per dedicarsi al Laboratorio di biologia cellulare. Negli anni Ottanta, i suoi interessi si estesero all’evoluzione molecolare (Halvorson e Monroy, 1985), espandendo così in una direzione pionieristica il suo caratteristico approccio comparativo.

Fu socio fondatore della International molecular biology organization nel 1962 e membro del suo Council dal 1970 al '75; membro del Comitato consultivo per la biologia dell’Euratom dal 1963 al 1968; membro fondatore della International cell research organization e presidente della International society of developmental biology dal 1969 al 1974. Fu, inoltre, commendatore di Gran croce dell’Ordine della Repubblica (1962), medaglia d’oro ai Benemeriti della scuola, cultura e arte (1966) e membro dell’Accademia nazionale delle scienze. Visiting professor in varie università del mondo, fra cui la Rockefeller University (1964), il California Institute of Technology (1956 e 1960), l’università di Chicago (1972 e 1975), presso cui fu insignito di un honorary degree nel 1967. Fu membro onorario di diverse accademie straniere, fra cui l’American academy of arts and sciences (1970), e ricevette il premio Brachet dell’Académie royale des sciences nel 1975.

Il M. coltivò interessi anche fuori dal laboratorio. Scrisse di storia della scienza e fu sensibile alla divulgazione. Nel 1985 pubblicò un volumetto, Alle soglie della vita (Roma-Bari), dedicato ai principi della biologia dello sviluppo, alle sue ricadute pratiche e ai connessi problemi etici. I suoi contributi a giornali nazionali, napoletani e palermitani su argomenti di scienza, politica e società furono riuniti postumi in volume (Quello dei ricci di mare, Caltanissetta 1988).

Alberto Monroy si è a lungo dedicato allo studio della fecondazione delle uova di riccio di mare, e fu uno dei primi ad utilizzare nei suoi esperimenti i microelettrodi a livello unicellulare.

Le sue ricerche pionieristiche lo portarono a scoprire il fattore di inibizione della sintesi proteica nell'uovo vergine, individuandolo in una proteina che ostacola l'aggregarsi dei ribosomi in poliribosomi.

Studi recenti, effettuati dall'Istituto di biomedicina e immunologia molecolare "A. Monroy" del C.N.R. di Palermo, hanno largamente dimostrato come molte delle sue intuizioni, all'inizio della sua carriera reputate da alcuni estreme, e talvolta scarsamente produttive, siano in realtà perfettamente in accordo con i risultati sperimentali. Questi studi dimostrano come egli fu all'avanguardia nel proporre idee oggi comunemente accettate da tutti. In particolare, è stata dimostrata la possibilità di applicare allo studio delle malattie umane i risultati ottenuti da Monroy sulle cellule staminali derivate dal riccio di mare.

"Grazie al sequenziamento" - ha fatto sapere una ricercatrice[2]- "è stato possibile ottenere il primo genoma di un echinoderma clonato che contiene 23.500 geni, di cui la metà utilizzati nello sviluppo dell'embrione. Il risultato scientifico si colloca sulla scia degli studi di Alberto Monroy, cui è dedicato l'Istituto di Palermo, che nei primi anni sessanta iniziò le ricerche a livello molecolare e fu tra i primi ad estrarre l'RNA dall'uovo di riccio di mare".

Tali studi embriologici sono finalizzati ad applicare i risultati ottenuti lavorando sul genoma del riccio di specie americana all'analisi dei meccanismi del funzionamento di geni analoghi a quelli umani.

Ulteriori recenti studi, sempre condotti dall'Istituto di biomedicina e immunologia molecolare Alberto Monroy del C.N.R. di Palermo, hanno dimostrato quanto la ricerca sugli embrioni del riccio di mare possa contribuire alla delucidazione dei meccanismi della patogenesi della malattia di Alzheimer. Questi risultati costituiscono un primo passo verso lo sviluppo di una possibile prevenzione primaria di questa malattia

PubblicazioniModifica

Alcuni scritti di Alberto Monroy sono stati pubblicati nel volume A. Monroy. Quello dei ricci di mare edito nel 1988 da Sciascia Editore.

NoteModifica

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica

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