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Altare taurobolico di Lione

antico altare romano nei pressi di Lione
Veduta dell'altare

L'altare taurobolico di Lione è un altare in pietra con scolpita una testa di toro, scoperto a Lione (collina di Fourvière) nel 1704.

Si tratta di un altare di circa 1 m di altezza, che presenta scolpita sul lato anteriore una testa di toro decorata con un'infula (benda che ornava gli animali sacrificati) legata alle corna e passante sulla fronte. Sopra e sotto la testa del toro è stata incisa un'iscrizione di dedica latina. Sul fianco destro è scolpita una testa di ariete, sempre con infula, con un'altra breve iscrizione, e sul fianco sinistro un coltello sacrificale.

L'iscrizione permette di datare l'altare al 160 d.C. Il ritrovamento fu particolarmente importante per l'archeologia di Lione e portò all'identificazione di alcuni resti ritrovati negli scavi, in corrispondenza della località di rinvenimento dell'altare con un presunto santuario della dea Cibele, che sarebbe stato fondato proprio nel 160 su una terrazza immediatamente sovrastante un odeion (piccolo teatro). Gli scavi in seguito condotti negli anni novanta, hanno piuttosto permesso di identificare un edificio, datato intorno all'anno 10 d.C., la cui identificazione è incerta, essendo conservate solo le fondazioni.

L'altare è attualmente conservato presso il museo della civiltà gallo-romana di Lione, esposto insieme ad altri oggetti relativi al medesimo culto rinvenuti successivamente e in differenti luoghi.

IscrizioniModifica

Iscrizione sul lato anteriore
(LA)

«Taurobolio(m) Matris d(eum) M(agnae) Id(aeae) / quod factum est ex imperio Matris {{d}} / deum / pro salute Imperatoris [C]aes(aris) T(iti) Aeli(i) Hadriani Antonini Aug(usti) Pii p(atris) p(atriae) / liberorumque eius / et status coloniae Lugdun(ensium) / L(ucius) Aemilius Carpus IIIIII uir Aug(ustalis) item / dendrophorus / uires excepit et a Vaticano trans / tulit ara(m) et bucranium / suo inpendio consacrauit / Sacerdote / Q(uinto) Sammio Secundo ab XV uiris / occabo et corona exornato / cui sanctissimus ordo Lugudunens(ium) / perpetuitatem sacerdoti decreuit / App(io) Annio Atilio Bradua T(ito) Clod(io) Vibio / Varo co(n)s(ulibus) / L(oco) d(ato) d(ecreto) d(ecurionum)»

(IT)

«Taurobolio della Gran Madre degli dei Idea, che è stato fatto per ordine della Madre degli dei, per la salute dell'Imperatore Cesare Tito Elio Adriano Antonino Augusto Pio, padre della patria, e dei suoi figli, e per la conservazione della colonia di Lugdunum. Lucio Emilio Carpo, seviro augustale, dendroforo ha ricevuto la virilità (del toro, ovvero i suoi testicoli) e l'ha trasportata dal Vaticano, ed ha consacrato a sue spese l'altare e il bucranio. Essendo sacerdote Quinto Sammio Secondo, ornato dai quindecemviri del bracciale e della corona, al quale il venerabile ordine (dei decurioni) di Lugdunum ha decretato la perpetuità del sacerdozio. Essendo consoli Appio Annio Atilio Bradua e Tito Clodio Vibio Varo. Luogo dato per decreto dei decurioni.»

(CIL XIII, 1751 = ILS 4131)
Iscrizione sul fianco destro
(LA)

«Cuius mesonyctium / factum est V id(ibus) dec(embres)<»

(IT)

«La cui cerimonia di mezzanotte fu fatta cinque giorni alle idi di dicembre»

(CIL XIII, 1751 = ILS 4131)

L'iscrizione rappresenta la più antica attestazione del culto di Cibele (Magna Mater) nella Gallia. Il sacrificio, ordinato dalla stessa dea, ebbe luogo a Roma, nel santuario della dea detto Phrygianum, collocato in corrispondenza dell'attuale facciata della basilica di San Pietro[1] in Vaticano e i testicoli del toro sacrificato vennero portati a Lione dal dedicante, per essere seppelliti in un luogo pubblico, sul quale venne innalzato l'altare.

Il dedicante, Lucio Emilio Carpo, facente parte del collegio sacerdotale dei seviri augustali, doveva essere un ricco liberto, il cui nome da schiavo, Carpus è una latinizzazione del greco Karpos ("frutto") e potrebbe essere un indizio di una sua origine orientale. Faceva parte del collegio dei dendrofori, i portatori dell'albero sacro durante il Sanguem, ed era quindi un devoto del culto della dea Cibele.

NoteModifica

  1. ^ Filippo Coarelli, Roma (Guide archeologiche Laterza), Bari 1980, pp.340-341.

BibliografiaModifica

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