Burford (canto liturgico)

Canto liturgico n. 6
(Burford)
Compositoreanonimo
Tonalitàsol minore
Tipo di composizionemelodia per salmi e inni in versi
Epoca di composizioneXVII-XVIII secolo
Pubblicazione1718
Organicocoro
Ascolto
(info file)

Il canto liturgico n. 6 (Z 125) detto Burford (nomi alternativi: Hexham, Norwich, Uxbridge) è una composizione musicale non posteriore al 1718,[1][2] attribuita a Purcell ma in realtà di autore ignoto.[1][3][4] È variamente armonizzato e pubblicato a quattro voci in numerosi salteri e innari per musicare salmi e inni metrificati secondo il metro suo proprio, che è quello comune (C. M.) della salmodia metrica inglese (8.6.8.6).[5]

Tra gli inni ai quali è stato applicato si ricorda On the Passion of Our Saviour di Samuel Wesley il Giovane.[5] Con questo testo il canto ha ricevuto notorietà cinematografica dal film L'uomo che sapeva troppo di Alfred Hitchcock nel 1956.

AttribuzioneModifica

Purcell e Carey: nessuno dei due probabilmente compose il canto liturgico

L'attribuzione del canto a Purcell sembra essere sorta senza alcun fondamento nel 1791, nei Psalms of David curati dal compositore Edward Miller. Il prestigio di Purcell in Inghilterra è però tale che il Burford è rimasto lungamente legato al suo nome. Ancora nel 1962 Lewis e Fortune lo includono tra le opere del maestro, citando un tardo manoscritto. Il catalogo Zimmermann invece lo ritiene apocrifo, indicando come vero autore il poeta Henry Carey, ma di nuovo non si tratta di attribuzione fondata; né maggiori indizi esistono della paternità del canto da parte di William Wheal (mai citato prima del 1777).[4] Tra i possibili autori del Burford è menzionato anche un Matthew Wilkins.[2] Si tratta nei fatti di una melodia anonima, di probabile origine gallese.[6]

StoriaModifica

Pubblicato per la prima volta nel 1718 nel Book of Psalmody di John Chetham, il canto ebbe in seguito numerose edizioni anche negli Stati Uniti, in due fasi (1759-1771 e 1799-1810). Il Burford appare nel XVIII-XIX secolo, sotto diversi nomi, in oltre duecento raccolte inglesi e in quarantacinque statunitensi,[4] dotato di vari testi ma spesso anche privo di testo.[1][2] Il nome corrente sembra essergli stato assegnato dall'Harmonia perfecta di Nathaniel Gawthorn nel 1730.[4]

StrutturaModifica

La composizione è in metro ternario (32) e in modo minore,[1] scritta generalmente in sol. Presenta ritmo anacrusico, che si riproduce in tutte e quattro le frasi di cui si compone, corrispondenti ai singoli versi di una strofa. Il ritmo è costantemente giambico, formato quindi dalla successione breve-lunga (qui rappresentate da minima e semibreve), con la sola apparente eccezione delle sillabe in battere che si spezzano in due note brevi. La partitura segue lo schema del cosiddetto metro comune salmodico inglese (commom metre), il quale corrisponde alla successione sillabica 8.6.8.6: pertanto le frasi (versi) dispari contengono quattro battute e le pari tre, oltre alle rispettive anacrusi. La melodia, variamente armonizzata nelle diverse versioni, si svolge per intero sui primi cinque gradi della scala minore (sol-la-si♭-do-re) con l'aggiunta della sensibile (fa♯). Procede inoltre quasi sempre per gradi congiunti (un unico «piccolo» salto - di terza minore - si pone tra la fine del terzo verso e l'anacrusi del quarto) ed è perciò molto semplice da intonare.[5]

InfluenzeModifica

Alfred Hitchcock usò il Burford nella nota scena del film L'uomo che sapeva troppo (1956) in cui i protagonisti Ben e Jo McKenna visitano l'Ambrose Chapel, la chiesa di Londra che nella trama è il covo dei rapitori del figlioletto Hank. La coppia entra nella cappella mentre è in corso una funzione e l'assemblea è intenta a cantare l'inno di Wesley On the Passion of Our Saviour (prima e ultima strofa). I versi di quest'inno sono associati al Burford nell'innario di Magdalen Chapel del 1791 e la melodia tratta da questa raccolta era disponibile presso la biblioteca musicale della Paramount. La scelta parrebbe quindi casuale. È però notevole e suggerisce alcune letture critiche la sostituzione del verso finale della prima strofa «Why hides the Sun his Rays?», voluta non si sa se dal regista, dall'autore della colonna sonora Herrmann o dalla produzione. Nel riferimento del testo al terremoto - che riecheggerebbe la tempesta della cantata Storm Clouds - si è notata perfino una possibile allegoria della vicenda dei protagonisti.[7]

Il testo cantato nel film è riportato di seguito.[6]

«From whence these dire Portents around,
that Earth and Heav'n amaze?
Wherefore do Earthquakes cleave the Ground?
Why hides the Sun in Shame?

Let Sin no more my Soul enslave,
break, Lord, the Tyrant's chain;
o save me, whom thou cam'st to save,
nor bleed, nor die in vain.[8]»

La scena offre lo spunto per una gag in cui Doris Day (cantante nella vita e nel film), seguendo James Stewart nel trucco ingegnoso di scambiarsi informazioni di nascosto, cantate sulle note del Burford, prova goffamente a intonare l'inno senza conoscere la musica, stona e attira l'attenzione dei presenti.

NoteModifica

  1. ^ a b c d Core Repertory, p. XXIX.
  2. ^ a b c Hymnary.
  3. ^ (FR) Henry Purcell (1659-1695). Catalogue de l'œuvre. Chants (Z 120-Z 125), in Musique et musiciens. URL consultato il 4 luglio 2019.
  4. ^ a b c d The Hymnal 1982, pp. 1229-1231.
  5. ^ a b c Episcopal Common Praise, p. 335.
  6. ^ a b Pomerance.
  7. ^ (EN) Robert J. Yanal, Hitchcock as Philosopher, Jefferson-Londra, McFarland, 2010, p. 173, ISBN 978-0-7864-8230-6. URL consultato il 5 luglio 2018.
  8. ^ «Donde [vengono] questi tremendi presagi dintorno,
    che sconcertano la terra e il cielo?
    Perché i terremoti fendono il suolo?
    Perché dalla vergogna si cela il sole? [originale: Perché il sole cela i suoi raggi?]
    Fa' che il peccato mai più mi soggioghi l'anima,
    spezza, o Signore, la catena del despota;
    oh! salvami, tu che sei venuto a salvarmi,
    non sanguinare e non morire invano».

BibliografiaModifica

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica