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Con l'espressione esistenzialismo ateo si Indica un indirizzo esistenzialistico che esclude elementi trascendentali, metafisici o religiosi dal suo orizzonte, e ciò per quanto esso condivida con l'esistenzialismo religioso (tipico in Kierkegaard), l'elemento di angoscia e scacco per la finitudine umana e per i suoi limiti.

Caratteristica è in esso l'assenza di qualsiasi referente trascendente l'esistenza stessa. L'esistenzialismo ateo è quindi un indirizzo filosofico autonomo, tanto lontano dall'esistenzialismo religioso oppure da quello neo-metafisico (Heidegger) quanto vicino all'ateismo filosofico.

StoriaModifica

AntichitàModifica

Da un punto di vista storico l'origine di un esistenzialismo ateo può essere colta già nella poesia di Lucrezio, che in numerosi passi del De rerum natura evoca problemi e stati d'animo tipici dell'esistenzialismo moderno. Si legge nel Libro III:

«Qui palpitano infatti l'angoscia e il timore, qui intorno / Le gioie provocano dolcezza; qui è dunque la mente, l'animo. /La restante parte dell'anima, diffusa per tutto il corpo, / obbedisce e si muove al volere e all'impulso della mente./Questa da sé sola prende conoscenza, e da sé gioisce,/ quando nessuna cosa stimola l'anima e il corpo.[1]»

Nel Libro IV i passaggi esistenzialistici sono parecchi, ad esempio il seguente:

«Questa è Venere per noi; di qui il nome amore,/di qui prima stillarono dolcissime gocce nel cuore, e a vicenda successe la gelida pena;/se infatti è lontano chi ami, ti è accanto l'immagine /del suo volto, ti aleggia alle orecchie il suo nome soave./Ma conviene che tali fantasmi si fuggano, che si ricusi/Ogni alimento d'amore, ad altro il pensiero si volga,/e il seme si eiaculi in casuali amplessi,/né lo si serbi, una volta filtrato, a un amore esclusivo,/futura pena a se stessi e sicuro travaglio./Brucia l'intima piaga a nutrirla e col tempo incarnisce,/divampa nei giorni l'ardore, l'angoscia ti serra,/se non confondi l'antico dolore con nuove ferite,/e le recenti piaghe errabondo lenisca d'instabili amori,/o ad altro tu possa rivolgere i moti dell'animo.[2]»

Ancora nel Libro V:

«Ed ecco il fanciullo, come un naufrago buttato a riva /Dalle onde infuriate, giace nudo sul suolo, incapace di parlare,/bisognoso d'ogni aiuto vitale appena la natura lo getta/sulle prode della vita, con doglie del grembo materno,/e riempie lo spazio d'un disperato vagire, come è giusto che faccia/colui cui in vita è serbato il passare per tante sventure.[3]»

Mondo modernoModifica

Un atteggiamento di esistenzialismo ateo molto netto può essere colto, nel XIX secolo, in Giacomo Leopardi in numerosi passaggi dei suoi Canti. Il grande poeta di Recanati ha dichiarato in più occasioni il suo ateismo e nello stesso tempo ha tradotto in poesia le angosce di un'umanità vinta antropologicamente e filosoficamente fuori del tempo. Appare anche indubitabile che Leopardi abbia ripreso l'atteggiamento e gli stati d'animo che già erano stati di Lucrezio, alcuni temi, come il considerare una disgrazia l'esser venuti al mondo erano già del poeta latino.

Il tardo XIX secolo ha in Nietzsche un pensatore molto particolare e sfuggente alle categorizzazioni, ma comunque inscrivibile per alcuni aspetti nell'esistenzialismo ateo.

XX e XXI secoloModifica

Nel XX secolo l'esistenzialismo ateo può essere riferito a Jean-Paul Sartre e ad Albert Camus, posto dal primo in modo più specificamente filosofico e dal secondo in modo più letterario. Da parte di Sartre l'esistenzialismo ateo nasce attraverso un capovolgimento di quello di Heidegger, che è spiritualistico, in direzione prima umanistica (L'esistenzialismo è un umanismo) (1946) e successivamente materialistica (Critica della ragione dialettica) [4]

Per quanto riguarda Camus il suo saggio più esistenzialistico può essere considerato Il mito di Sisifo, ma anche La morte felice, che lo precede, contiene numerosi aspetti esistenzialistici ed atei.

È specialmente Jean-Paul Sartre (1905-1980) a rappresentare l'ateismo nell'esistenzialismo, ma esso va visto in relazione non secondaria col marxismo.

A parte L'essere e il nulla (1943) Sartre manifesta la sua filosofia spesso più nella drammaturgia che nell'opera filosofica in senso stretto. Il pensiero sartriano tuttavia è fondamentalmente espresso in L'essere e il nulla. Il tema principale posto in essa è la fondamentale libertà di realizzarsi di ogni uomo come uomo-dio e l'ineludibilità di rimanere sempre un dio-fallito. Ciò che evidenzia il fallimento è l'angoscia che attanaglia l'uomo nel vivere il suo esistere come una libertà fasulla, basata sul nulla:

«Questa libertà, che si rivela nell'angoscia, può caratterizzarsi con l'esistenza di quel niente che si insinua tra i motivi e l'atto. Non già perché sono libero, il mio atto sfugge alla determinazione dei motivi, ma, al contrario, il carattere inefficiente dei motivi è condizione della mia libertà. E se si domanda qual è questo niente che fonda la libertà, risponderemo che non si può descriverlo perché non è, ma si può almeno indicarne il senso, in quanto questo niente è stato per l'essere umano nei suoi rapporti con se stesso. Corrisponde alla necessità per il motivo di non apparire come motivo altro che come correlazione di una coscienza "di" motivo. In una parola, poiché rinunciamo all'ipotesi dei contenuti di coscienza, dobbiamo riconoscere che non vi sono motivi "nella" coscienza ma solo "per" la coscienza. E per il fatto stesso che il motivo non può sorgere come apparizione, si costituisce da sé come inefficace.[5]»

Differenziato rispetto a Sartre, almeno dal 1950, l'esistenzialismo ateo di Albert Camus che alla fine del saggio Il mito di Sisifo precisa la sua negazione del divino, soppiantato dalla natura, o meglio dal rapporto uomo-natura:

«Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore che nega gli dèi e solleva i macigni. Anch'egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo.[6]»

Per un uomo che non sa che farsene di Dio perché ha solo se stesso su cui contare per dare senso all'esistere, Camus rifiuta però il nichilismo rinunciatario per la lotta umana al non-senso. Bisogna ribellarsi al non-senso in nome della solarità e della "misura", le caratteristiche migliori dei popoli mediterranei pre-cristiani. Si legge nel quinto capitolo de L'uomo in rivolta (sottotitolo: Il pensiero meridiano):

«La rivolta è essa stessa misura: essa la ordina, la difende e la ricrea attraverso la storia e i suoi disordini. L'origine di questo valore ci garantisce che esso non può non essere intimamente lacerato. La misura, nata dalla rivolta, non può non può viversi se non mediante la rivolta. È costante conflitto, perpetualmente suscitato e signoreggiato dall'intelligenza. Non trionfa dell'impossibile né dell'abisso. Si adegua ad essi. Qualunque cosa facciamo la dismisura serberà sempre il suo posto entro il cuore dell'uomo, nel luogo della solitudine. Tutti portiamo in noi il nostro ergastolo, i nostri delitti e le nostre devastazioni. Ma il nostro compito non è quello di scatenarli attraverso il mondo; sta nel combatterli in noi e negli altri.[7]»

NoteModifica

  1. ^ Lucrezio, La natura delle cose, L.III, Milano, Rizzoli 2000, vv.141-146, p.257
  2. ^ Ivi, L. IV, vv.1058-1072
  3. ^ Ivi, L. V, vv.222-227
  4. ^ Maurizio Pancaldi, Mario Trombino, Maurizio Villani Atlante della filosofia: gli autori e le scuole, le parole, le opere, Hoepli Editore, 2006, p.386
  5. ^ J.P. Sartre, L'essere e il nulla, Il Saggiatore, Milano 1965, pp.69-70
  6. ^ A. Camus,Il mito di Sisifo, cit., p.121
  7. ^ A. Camus, L'uomo in rivolta, Bompiani, Milano 1951, p. 329

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica

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