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Evocatio

rito religioso della roma antica atto a "invitare" la divinità protettrice di una città avversaria sotto assedio ad unirsi al pantheon romano

L'evocatio fu un rito religioso della Roma antica atto a "invitare" la divinità protettrice di una città avversaria sotto assedio ad unirsi al pantheon romano.

Indice

StoriaModifica

Il cosiddetto rito della "evocatio" era pronunciato dal dittatore o generale romano, e da nessun altro, prima di affrontare un nemico; la formula aveva lo scopo di evocare le divinità protettrici della città nemica, all'inizio dell'assedio col fine di farle stabilire a Roma, dove la divinità riceverà un tempio e un proprio culto. Come una tattica di guerra psicologica, la evocatio minava il senso di sicurezza del nemico poiché minacciava la santità delle mura della città (vedi pomerio) e altre forme di protezione divina. In pratica, la evocatio era un modo per mitigare il saccheggio[1].

Celebre è l'evocatio del dittatore Marco Furio Camillo durante l'assedio di Veio:

«Una folla immensa si riversò nell'accampamento. Allora il dittatore, dopo aver preso gli auspici, si fece avanti e, dopo aver detto ai soldati di armarsi, disse: "O pitico Apollo, sotto la tua guida e per tua divina ispirazione mi avvio a distruggere la città di Veio e a te offro in voto la decima parte del bottino che se ne ricaverà. Nello stesso tempo supplico te, Giunone Regina che ora risiedi a Veio, di seguire le nostre armi vittoriose nella nostra città di Roma, tua dimora futura, la quale ti riceverà in un tempio degno della tua grandezza"»

(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, V, 21, 2)

Altra "evocatio" famosa fu quella pronunciata dal console Scipione Emiliano durante l'assedio di Cartagine durante la terza guerra punica.

«Che sia un dio o una dea, sotto la cui protezione sono posti il popolo e la città di Cartagine; e soprattutto tu, che hai intrapreso la difesa di questa città; io vi prego e imploro e supplico a voi chiedo che voi abbandoniate il popolo e la città di Cartagine, e lasciate i loro luoghi, templi, cose sacre e la città, e vi allontaniate da essi, e che ne ispiriate il popolo e la città con paura, terrore e perdita del ricordo, e che uscendo veniate a Roma, a me e ai miei, e che i nostri luoghi, templi, cose sacre e città siano per voi più accettabili e graditi, e che vi disponiate per me e per il popolo romano e per i miei soldati, e che noi possiamo saperlo e capirlo. Se così avrete fatto, io faccio voto che vi consacrerò templi e solennità.»

(Macrobio, Saturnalia, Libro III, cap IX.6)

In senso figuratoModifica

Il termine è all'origine dei sintagmi, presenti nelle lingue neolatine moderne, con cui si indica la condotta verbale di colui che fa rivivere sentimenti o sensazioni del passato[2].

NoteModifica

  1. ^ Nicholas Purcell, "On the Sacking of Corinth and Carthage", en Ethics and Rhetoric: Classical Essays for Donald Russell on His Seventy (Oxford University Press, 1995), p. 140–142.
  2. ^ Loretta Secchi, Tra sensi e intelletto. Cecità e forza dello sguardo interiore.

BibliografiaModifica

  • Giorgio Ferri, Tutela segreta ed evocatio nel politeismo romano ("Secret protection and evocatio in the Roman polytheism"), "Mos maiorum - Studi sulla tradizione romana" 4, Bulzoni editore, Roma 2010
  • Chiara O. Tommasi, Il nome segreto di Roma tra antiquaria ed esoterismo. Una riconsiderazione delle fonti, Studi Classici e Orientali, Vol. 60 (2014), pp. 187-219

Collegamenti esterniModifica

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