Grisì

frazione del comune italiano di Monreale
Grisì
frazione
Grisì – Veduta
Localizzazione
StatoItalia Italia
RegioneCoat of arms of Sicily.svg Sicilia
Città metropolitanaProvincia di Palermo-Stemma.svg Palermo
ComuneMonreale-Stemma.png Monreale
Territorio
Coordinate37°57′11″N 13°05′20″E / 37.953056°N 13.088889°E37.953056; 13.088889 (Grisì)Coordinate: 37°57′11″N 13°05′20″E / 37.953056°N 13.088889°E37.953056; 13.088889 (Grisì)
Altitudine480 m s.l.m.
Abitanti995 (dati ISTAT del 31 dicembre 2011)
Altre informazioni
Cod. postale90040
Prefisso091
Fuso orarioUTC+1
Cl. sismicazona 2 (sismicità media)
Nome abitantigrisiesi, grisioti
PatronoSacro Cuore di Gesù
Giorno festivo16-17-18 agosto
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Grisì
Grisì

Grisì è una frazione di 995[1] abitanti del comune di Monreale, nella città metropolitana di Palermo, in Sicilia.

StoriaModifica

Età anticaModifica

Si ipotizza che il nome Grisì derivi dal sostantivo greco χρυσός (Krysòs) "Oro", che mutò poi nel periodo bizantino in grysòs, con il significato attribuito di "Terra d'oro", in riferimento alla ricchezza e alla fertilità dei suoi terreni, particolarmente vocati all’agricoltura e favoriti da un clima temperato.

Scavi effettuati negli anni 80 per conto di un’indagine archeologica dal nome The Monreale Survey, hanno provato che il territorio di Grisì, come tutta l'area dell’Alto Belice, fu terra di antichi insediamenti dell’età neolitica e, in maniera più incisiva, dei periodi ellenistico, romano e della dominazione araba[2]. In cima al colle sotto cui si trova Grisì, furono riportati alla luce ruderi di fondamenta di un antico maniero (da qui il nome del colle, Castellaccio), insieme a delle costruzioni di periodo Greco-Romano, utilizzate poi dai Saraceni. I ritrovamenti di antichi resti di vasellame e di resti di animali domestici hanno inoltre confermato che l’area di studio della Monreale Survey fosse nota sin dai tempi remoti per la sua fertilità adatta all’agricoltura e all’allevamento. Con altri scavi praticati per scopi agricoli, furono rinvenute tracce di un antico cimitero, nei cui sarcofagi furono ritrovati oggetti e monete riconducibili all'epoca della dominazione araba in Sicilia durata dal X all’XI secolo d.C. La piccola torre Saracena, presente ancora oggi nel feudo Disisa, seppur ristrutturata, potrebbe essere stata utilizzata dagli Arabi sfruttando una posizione strategica per poter facilmente controllare l'intero territorio circostante[3]. La stessa derivazione araba dei toponimi dei feudi Disisa (da Aziz, la splendida[4]) e Cambuca (da Lacamucka, divisa/feudo[5]) evidenziano il passato saraceno del territorio.

Età modernaModifica

Dal 1650, il territorio di Grisì visse un periodo di grande sviluppo come possedimento dei Gesuiti. Di fatto, i Gesuiti operarono avanzate tecniche di coltivazione dell’ulivo e della vite particolarmente adatta al terreno e al clima locale, e insieme all’allevamento del bestiame e alla raccolta del grano, riuscirono ad accumulare grandi guadagni, una parte dei quali erano destinati all’Arcivescovado di Monreale per il pagamento dei tributi[6]. I Gesuiti costruirono una masseria del baglio oggi chiamato Chiasso Riccobono (detto in dialetto 'u bagghiu), formato dai luoghi di custodia dei raccolti e degli animali, da una cappella e dalle case abitative. Oltre a dedicarsi al lavoro nei campi, i Gesuiti si curavano anche dell’istruzione e dell’educazione degli operai che venivano reclutati come manodopera durante le stagionalità.

 
Via Sacro Cuore di Gesù

Nel 1767, il re Ferdinando I delle Due Sicilie decretò l'espulsione dei Gesuiti dal regno e la confisca di tutti i loro beni, che successivamente furono messi in vendita ai nobili. Il feudo di Grisì, insieme ai limitrofi feudi di Camporeale, Valdibella e Dammusi, divenne proprietà di Giuseppe Beccadelli di Bologna Gravina, principe di Camporeale e marchese della Sambuca, il 30 maggio 1779[7]. Seguendo le direttive del Decreto Reale, con strumento del 17 settembre 1779, Don Emanuele Beccadelli di Bologna Marchese della Sambuca concedeva in enfiteusi perpetua il precitato feudo di Grisì, originariamente aggregato al territorio di Macellaro come riportato nello stesso contratto enfiteutico, trasferendone il possesso materiale e legale, con l’amplissima formula «pro se et suis», ai fratelli Don Francesco, Don Filippo e Don Giovanbattista di Bella, nobili di Montelepre [8]. I tre fratelli Di Bella divennero dunque i signori di Grisì, che a partire dall’antico baglio dei Gesuiti cominciò ad ampliarsi, popolandosi nel tempo con famiglie di agricoltori, provenienti da Montelepre e da altri paesi vicini. L’enfiteusi aveva comportato l’attribuzione del possesso e la conseguente assegnazione delle prerogative feudali ai possessori (di Bella) senza necessità di successiva conferma reale per le nuove investiture, in quanto queste erano direttamente conseguenti alle disposizioni contenute nella citata concessione sovrana del maggio 1779, costituenti privilegio speciale.

Il paese di Grisì si formò attorno al baglio di Bella, determinandosi ciò che era previsto nell’originario atto di investitura e cioé che il principe potesse «fare delle popolazioni o sieno università in ciascuno territorio degli accennati a di lui arbitrio, sempre e quando stimerà di farne l’uso, sempre che non ve ne siano altri distanti di tre miglia siciliane già erette in università». Dalla famiglia di Bella, tramite la figlia di Giovanbattista, donna Rosa, sposa del proconservatore e giudice criminale di Monreale don Nicolò Modica, il feudo è passato a questa famiglia.

Nel 1890, grazie all’iniziativa e alla lungimiranza del sacerdote Natale Di Bella fu avviata la costruzione di una chiesa con le spontanee e generose offerte del popolo di Grisì, che rimborsò al sacerdote perfino il prezzo del suolo. La chiesa fu ultimata e consacrata al Sacro Cuore di Gesù il 4 ottobre 1897, sebbene vi fosse celebrata la messa sin dal 21 novembre 1890. Ottenne poi il titolo di parrocchia dell'Arcidiocesi di Monreale il 1º febbraio 1935 e riconosciuta agli effetti civili con Regio Decreto[9].

 
La facciata della Parrocchia Sacro Cuore di Gesù

Nel 1910, furono aperte le prime tre classi delle scuole elementari e, l'anno seguente, Grisì fu dichiarata frazione del comune di Monreale, ottenendo così l'ufficio dello stato civile e l'ufficio postale e telegrafico; è stata sede di uno dei Consigli di circoscrizione in cui è suddiviso il comune di Monreale (oggi eliminati e sostituiti con delle consulte a seguito della modifica della carta statutaria del Comune dell'anno 2006).

Il paese fu colpito dal Terremoto del Belice la notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968. Era stata eretta anche una seconda chiesa fatta di prefabbricati, in sostituzione della chiesa principale allora inagibile a causa del terremoto. Con il restauro della chiesa madre, la chiesa prefabbricata non fu più utilizzata e in seguito smontata.

Geografia FisicaModifica

 
Colline sopra Grisì

Grisì è adagiato su colline a 480 metri di altezza sopra il livello del mare, poste tra gli estremi della Piana di Partinico e la valle dell’Alto Belice. È sovrastato in particolare dal colle detto Monte Campana o Castellaccio (alto 596 metri s.l.m.), mentre ai piedi del versante della contrada Cambuca si estende la diga Jato (detta anche Lago Poma), invaso artificiale costruito negli anni 60 e diventato prediletto luogo di sosta di molte varietà di uccelli migratori. La sua posizione strategica consente di raggiungere in breve tempo i grandi centri e il Golfo di Castellammare, visibile nella sua interezza uscendo dal paese. Grisì dista da Monreale 37,5 Km e confina con i territori dei comuni di Camporeale e Partinico.

Monumenti e luoghi d'interesseModifica

  • Chiesa del Sacro Cuore di Gesù

fu costruita a partire del 1890 grazie alle donazioni del popolo e ultimata nel 1897. La facciata è semplice e culmina con un frontone, a sinistra del quale si erge il campanile. L'interno, a navata unica in stile neoclassico, conserva sotto l'altare maggiore una lapide in pietra, ritrovata nell'antico baglio con incisione dell’Ordine dei Gesuiti; la volta a botte è decorata con quattro tele, opere del pittore monteleprino Puntorno risalenti agli anni 40.

Tradizioni e folkloreModifica

Il principale patrono di Grisì è il Sacro Cuore di Gesù, la cui devozione fu introdotta e alimentata dai Gesuiti, tanto che il popolo gli dedicò la anche la chiesa sorta nel 1890. Tutti gli anni viene organizzata una festa in suo onore nei giorni 16,17,18 agosto da un comitato che per tradizione viene rinnovato annualmente con il rito del passaggio delle candele. Appena ricevuta, essa viene portata in mano durante le processione precedendo la Vara del Sacro Cuore Di Gesù, trasportata a spalla dal comitato uscente e seguita dalla banda musicale e dai fedeli. I festeggiamenti si concludono alle ore 24.00 con l'esecuzione di giochi pirotecnici. Per il paese, la festa patronale è occasione di animazione con le luminarie, spettacoli canori, competizioni agonistiche ed è considerata anche come un'occasione di riunione familiare, poiché gli emigrati ritornano in quel periodo a Grisì per festeggiare con i loro cari.

San Giuseppe è considerato il secondo patrono della frazione, festeggiato nella ricorrenza del 19 marzo. Ogni anno, un comitato di devoti, con il contributo degli abitanti, organizza la festa del santo Patriarca, a Grisì molto sentita. Durante la celebrazione delle Sante Messe viene distribuito a tutti il pane benedetto, mentre nei giorni precedenti vengono allestiti i cosiddetti altari da famiglie che intendono sciogliere un voto, per ringraziamento o semplicemente per devozione. In questi altari, addobbati con veli e fiori, vengono posti molti piatti tipici locali, suddivisi in tre porzioni che verranno serviti a tre bambini, i virgineddi, di famiglie meno agiate che rappresentano la Sacra Famiglia. Il resto delle pietanze verrà distribuito in beneficenza. (In passato gli altari venivano allestiti in gran numero, oggi invece questa tradizione sta scomparendo). Dato che ne è presente almeno uno in quasi ogni famiglia, la giornata prosegue con il festeggiamento dell'onomastico di un familiare di nome Giuseppe. In serata, tutti gli abitanti si riuniscono davanti alla parrocchia per la processione, raccolti insieme alla banda musicale dietro la statua di San Giuseppe che viene trasportata a spalla dai componenti il comitato. Durante l'itinerario si svolge la tradizionale vampa, un suggestivo rogo di rami secchi di ulivo, che nelle antiche culture agricole segnava il passaggio dall’inverno alla primavera[10]. La vampa viene poi seguita da uno spettacolo pirotecnico.

La solennità dell'Immacolata Concezione celebrata l'8 dicembre, a Grisì è stata ripristinata nei primi anni 2000 grazie all'omonima confraternita. Una novena precede la festa, mentre la sera della vigilia, le famiglie sono solite consumare per tradizione lo sfincione. Il giorno seguente si svolgono messe e la processione con l'esecuzione di un gioco pirotecnico.

Il 13 dicembre, giorno della memoria della martire Santa Lucia, da sempre si celebra una partecipata messa all'alba per richiamare l'idea della luce del sole che sorge, luce che è il significato del nome della santa. È tradizione in quel giorno non mangiare né pasta né pane ma riso, ceci e la tradizionale cuccìa.

La leggenda de 'U Bancu ri DisisaModifica

«Un grande Re turco incontrando dei siciliani domandò loro: - Si sbancò 'u Bancu ri Disisa?- e alla risposta negativa esclamò: - Allora la Sicilia è ancora povira!-»

(Antico detto popolare)

Un'antica leggenda vuole che dentro una grotta presso il Feudo Disisa, nei pressi di Grisì, un ricco Saraceno abbia nascosto tesori immensi tali da far ricca l'intera Sicilia e che prendono il nome di 'u Bancu ri Disisa. Gli antichi raccontano che ci sia una grande quantità di monete d'oro e d'argento, e che coloro che si avventurano dentro la grotta restino stupefatti nell’ammirare il luccichio d'oro e di brillanti disseminati per terra e di oggetti in oro ammucchiati qua e là. Nella grotta alcuni spiriti con sembianze umane giocano alle bocce, ai dadi o a carte, seduti su monete di purissimo oro e su gioielli e oggetti preziosi. Il tesoro non è custodito, ma chi cercasse di portarlo via, non riuscirà ad uscire fin quando non avrà lasciato ogni cosa dentro la grotta. Si dice che qualcuno abbia addirittura tentato di far uscire una moneta facendola ingoiare ad un cane dentro una mollica di pane, ma nemmeno quest'ultimo sia riuscito ad uscire dalla grotta, se non prima evacuando la moneta. Si tramanda che l'unico modo per annullare la maledizione, e quindi appropriarsi del tesoro, sia quello di trovare tre persone di nome Santi Turrisi, ciascuno proveniente dai tre capi dell'allora Regno, e far loro sacrificare una giumenta bianca, spogliarla del collare con le campanelle (‘u campanaro), toglierle le interiora e mangiarle fritte dentro la grotta. Infine, i tre dovranno essere uccisi e dunque solo tramite questo rituale cruento, il grande tesoro potrà essere conquistato. Una versione secondaria della leggenda suggerisce che il tesoro potrà essere conquistato qualora venga letto ad alta voce il libro posto all'interno, alla luce di una candela, senza farsi terrorizzare da rumori e voci sinistre degli spiriti della grotta.

Non è da escludere che la probabile etimologia di Grisì cioè "Terra d'Oro" faccia anche riferimento proprio al tesoro della grotta narrato dalla leggenda.

La leggenda del Banco di Disisa è presente nelle opere dei maggiori studiosi di tradizioni popolari ed etno-antropologi siciliani Giuseppe Pitrè, Giuseppe Cocchiara e Salvatore Salomone Marino ed è inoltre testo di una canzone scritta dal cantautore italiano Mario Venuti intitolata Il banco di Disisa inclusa nell'album Il tramonto dell'Occidente del 2014.

Le coltivazioniModifica

Grisì è nato e si mantiene ancora oggi con la sua vocazione prettamente agricola. Anticamente, il costone del Monte Campana/Castellaccio, sul versante delle contrada Cambuca e Disisa, era parte della folta foresta di frassini (albero da cui viene prodotta la manna), querce, lecci, peri selvatici, e querce da sughero che ricopriva la piana di Partinico. Oggi la foresta non esiste più, ad eccezione di qualche albero sparso sulle colline della contrada[11].

 
La valle dello Jato e la diga

Nelle contrade attuali che circondano Grisì, si coltivano in abbondanza l'olivo, la vite e il grano duro. Il territorio fa parte del comprensorio di due DOC vitivinicole (la DOC Alcamo e la DOC Monreale da cui provengono alcuni dei migliori vini siciliani esportati nel mondo) e di una DOP olivicola (DOP Val di Mazara).

Nell'aprile 2016, il vino "Chara 2015" dell'Azienda Agricola Feudo Disisa vince il Premio Speciale 5 Star Wines per il miglior vino bianco al Salone Internazionale Vinitaly 2016 a Verona[12].

Contrade agricoleModifica

Contrade agricole (feudi) del territorio di Grisì:

  • Contrada Strasatto
  • Contrada Cambuca/Cambuchella (prende il nome dall'antico toponimo arabo Lacamucka/Lakamuka)
  • Contrada De Sisa/Disisa (prende il nome dalla parola araba "Aziz" che significa "la splendida")
  • Contrada Lavatore/Lavatorello
  • Contrada Vigne Grandi
  • Contrada Tornamira/Tornamilla (prende il nome dal barone Joannem Vincentium Tornamira).
  • Contrada Roano
  • Contrada Vuarìa
  • Contrada Terra delle Fate

Infrastrutture e trasportiModifica


Galleria d'immaginiModifica

NoteModifica

  1. ^ Dati ISTAT del 31 dicembre 2011
  2. ^ Monreale Survey. Insediamento nell'alto Belice dall'età Paleolitica al 1250 d,C., su academia.edu.
  3. ^ Il territorio del Feudo Disisa, su vinidisisa.it.
  4. ^ La storia del Feudo Disisa, su vinidisisa.it.
  5. ^ "Ritratto di un ventennio" di Francesco Flora, su books.google.it.
  6. ^ dal libro “ Camporeale - Origini, usi, costumi, mentalità, proverbi,canti popolari” del Sac. Luigi Accardo.
  7. ^ Giuseppe Beccadelli di Bologna e Gravina, Marchese della Sambuca, su treccani.it.
  8. ^ dal libro “ Camporeale - Origini, usi, costumi, mentalità, proverbi,canti popolari” del Sac. Luigi Accardo.
  9. ^ Regio Decreto 5 settembre 1935; Bollettino ufficiale, pag.6, su augusto.digitpa.gov.it.
  10. ^ La vampa di San Giuseppe, cosa si cela dietro questa antica tradizione?, su palermo.italiani.it.
  11. ^ [1]
  12. ^ [2]

BibliografiaModifica

  • Bollettino Ecclesiastico dell'Arcidiocesi di Monreale (1912-N.2-3)
  • Archivio storico Arcidiocesi di Monreale
  • S. SALOMONE-MARINO, Leggende popolari siciliane, Palermo 1880, pp 111–117.
  • Giuseppe Cocchiara Genesi di leggende, Palermo 1941, pp 71–73.
  • Giuseppe Pitrè Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani, Palermo 1875, vol. 4, pp 87–88.

Voci correlateModifica

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