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«Homo sum, humani nihil a me alienum puto» (pronuncia: òmo sum, umàni nìil a mè ali̯ènum puto) è una frase in lingua latina che significa letteralmente: «Sono un essere umano, niente di ciò ch'è umano ritengo estraneo a me»[1] (in parole più semplici: «Nulla che sia umano mi è estraneo»).

La frase è di Publio Terenzio Afro che la usò nella sua commedia Heautontimorùmenos (Il punitore di sé stesso, v. 77) del 165 a.C.

Indice

OrigineModifica

Uno dei personaggi, Cremète, invitato da Menedemo a non impicciarsi in affari che non lo riguardano, risponde all'esortazione con questa frase, che nel contesto della commedia si può tradurre come "Sono un essere umano, tutto ciò ch'è umano mi riguarda".

Esistono varie versioni della frase: spesso viene omessa la parte iniziale Homo sum, e a volte vi è anche l'ellissi del verbo puto, che, anzi, viene spesso omesso anche nelle traduzioni. Inoltre, esiste la variante arcaica nil al posto di nihil.

Nei contesti moderni, la frase aggiunge al suo significato originale quello di "non voglio lasciare da parte nulla, tutto quello che riguarda l'umanità e le sue realizzazioni è in grado di destare interesse in me".

Diffusione nei secoliModifica

Come altre citazioni e opere terenziane, la frase ebbe grande successo e ampia valutazione nei secoli dopo la fine di Terenzio. Un ruolo, seppur minore, lo ebbe in epoca cristiana (quando, osservando la delicatezza dei sentimenti, l'indulgenza e la comprensione dell'animo umano, si interpretarono i suoi scritti come precursori dell'arte dell'amore per il prossimo[senza fonte]) e nel Medioevo, epoca, quest'ultima, in cui essi seguitarono a essere letti ed interpretati. Ma il principale successo venne con l'Umanesimo e il Rinascimento in cui si sviluppò l'ideale della dignità umana e la citazione divenne portavoce dell'humanitas appena sviluppatasi.

Una celebre parafrasi del motto è stata adottata da Roman Jakobson, dai molteplici interessi in ogni disciplina collegata con la linguistica: Linguista sum; linguistici nihil a me alienum puto («sono un linguista, non considero a me estraneo nulla di linguistico»).[2]

Una parafrasi compare nel romanzo I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij: "Satana sum et nihil humanum a me alienum puto"[3], intendendo qui che Satana, usando assumere sembianze umane, è costretto a subirne anche gli acciacchi tra cui, ad esempio, i reumatismi, come nel caso specifico del testo.

“I cani, cui nulla di quel che è umano è alieno, ostentavano disinvoltura procedendo a muso ritto, …” in Marcovaldo, 1963, di Italo Calvino.

È l’incipit de Le 120 giornate di Sodoma del Marchese de Sade, con cui probabilmente l’autore voleva sottolineare come la depravazione e il sadismo siano parte dell’essere umano.

NoteModifica

  1. ^ Enciclopedia Treccani on-line, su treccani.it.
  2. ^ Roman Jakobson, Saggi di linguistica generale, Milano, Feltrinelli, 2002, p. 6, ISBN 8807816938.
  3. ^ Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamàzov, Milano, Mondadori, 2016, p. 665, ISBN 978-88-04-67203-6.

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