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Io se fossi Dio

singolo di Giorgio Gaber del 1980
Io se fossi Dio
ArtistaGiorgio Gaber
Tipo albumSingolo
Pubblicazionenovembre 1980
Duratacirca 14:00
Album di provenienzanessuno
GenereRock
Pop
EtichettaF1 Team, DM 913
ProduttoreGiorgio Gaber
Giorgio Gaber - cronologia
Singolo precedente
(1980)
Singolo successivo
(1981)

Io se fossi Dio è un singolo del 1980 di Giorgio Gaber pubblicato in un formato 12 pollici (lo stesso dei "discomix"). Sulla copertina si legge l'inconsueta dicitura "1/2 LP": l'unica traccia è infatti incisa sul lato A, mentre il lato B è vuoto[1]. Gli arrangiamenti sono curati da Sergio Farina.

Il brano – il cui titolo richiama, per certi versi, il noto sonetto di Cecco Angiolieri S'i' fosse foco – è una sorta di violentissimo J'accuse musicato, nel quale Gaber non risparmia davvero nessuno, riservando le invettive più feroci ai protagonisti, grandi e piccoli, della scena politica italiana del tempo.

Il brano fu composto nell'agosto 1980 e doveva far parte dell'album Pressione bassa, ma la Carosello, casa discografica del cantautore, e la Dischi Ricordi, che distribuiva la Carosello, a causa delle accuse e delle affermazioni dell'autore contenute nella canzone, temendo di subire il sequestro dell'intero LP a causa di un singolo brano, costrinsero Gaber a pubblicare Io se fossi Dio con la piccola etichetta di Sergio De Gennaro, la F1 Team[1].

L'accusa che fece maggior scalpore è rivolta al repentino stravolgimento delle valutazioni politiche, involontariamente favorito dalle incoscienti e colpevoli azioni dei terroristi che avevano consentito di elevare al ruolo di martiri personaggi il cui passato politico era, secondo l'autore, ben lungi dall'essere positivo. Quella di Gaber non è affatto una difesa nei confronti del terrorismo o dei suoi fautori – verso i quali si confessa invece sgomento, impaurito e incapace di dare un giudizio – ma una amareggiata e a tratti sardonica invettiva tesa a colpire ogni elemento della società italiana impregnato nella corruzione e nell'ipocrisia.

«Ecco la differenza che c'è tra noi e "gli innominabili":
di noi posso parlare perché so chi siamo,
e forse facciamo più schifo che spavento.
Di fronte al terrorismo o a chi si uccide c'è solo lo sgomento.»

Il cantautore passa poi ad accusare, nella sua ultima e più feroce invettiva, chi dai terroristi era stato suo malgrado colpito: nella fattispecie, il testo cita esplicitamente l'ex presidente Aldo Moro, lo statista assassinato nel 1978 dalle Brigate Rosse; dopo il misfatto, Moro fu dipinto dalla gran parte della stampa e della politica italiana come il più grande statista dal dopoguerra e Gaber volle ricordare come, da vivo, fosse considerato in ben altro modo dagli stessi critici ed avversari che ora ne tessevano le lodi[2].

«Io se fossi Dio,
quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio,
c'avrei ancora il coraggio di continuare a dire
che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia Cristiana
è il responsabile maggiore di trent'anni di cancrena italiana.
Io se fossi Dio,
un Dio incosciente enormemente saggio,
avrei anche il coraggio di andare dritto in galera,
ma vorrei dire che Aldo Moro resta ancora
quella faccia che era!»

Non mancano gli attacchi ai partiti, come i radicali (accusati di occuparsi ormai, a suon di continue e ripetute proposte di referenda, solo di «idiozia che fa democrazia») o i socialisti (accusati invece di comportarsi in modo ambiguo nel gioco politico, stringendo «spensierate alleanze» ora con il resto della sinistra, ora con il centro, e a cui va il consiglio di ringraziare la «dilagante imbecillità»), più di dieci anni prima di Mani pulite[1].

Il cantautore non risparmia nemmeno un salace attacco rivolto alla categoria dei giornalisti, accusati di tralasciare ogni dovere di critica sociale e politica, per indulgere morbosamente in notizie tragiche, allo scopo di scatenare facili pietismi e artificiose commozioni[2].

«Io se fossi Dio,
maledirei davvero i giornalisti
e specialmente tutti,
che certamente non son brave persone
e dove cogli, cogli sempre bene.»

Dopo quasi un quarto d'ora di dure invettive, il finale della canzone lascia infine trasparire la volontà di Gaber di non volersi più occupare di politica, senza prendere più le parti, quindi, di alcuna fazione.

«E allora
va a finire che se fossi Dio,
io mi ritirerei in campagna
come ho fatto io.»

Come era suo solito Gaber fece una seconda versione del brano nel 1991 più lunga e dalle accuse più generali, ma non meno violente. Come nella prima versione al momento della denuncia più forte il brano raggiunge la sua massima tensione nel verso che tratta della Mafia e dello Stato.

«(i politici) mostran sorridenti le maschere di cera
e sembran tutti contro la sporca macchia nera
non c'è neanche uno che non ci sia invischiato perché la macchia nera...
la macchia nera è lo Stato.»

Contiene inoltre un attacco durissimo contro il potere giudiziario e i suoi abusi e storture, alla vigilia di Mani pulite e a pochi anni dal caso Tortora[3]:

«Signori magistrati
un tempo così schivi e riservati
ed ora con la smania di essere popolari
come cantanti come calciatori.
Vi vedo così audaci che siete anche capaci
di metter persino la mamma in galera
per la vostra carriera.»

Questa versione non è presente in nessun disco, ma solo nella raccolta DVD degli anni novanta.

NoteModifica

  1. ^ a b c Giorgio Gaber - Io Se Fossi Dio (1980 - 12"), su orrorea33giri.com. URL consultato il 29 maggio 2015 (archiviato dall'url originale il 29 maggio 2015).
  2. ^ a b Io se fossi Dio: Giorgio Gaber
  3. ^ L'eredità di Gaber dieci anni dopo: "La giustizia, macchina infernale", Il Giornale, 27 gennaio 2013

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