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La falsa Donazione di Costantino
Titolo originaleDe falso credita et ementita Constantini donatione declamatio
AutoreLorenzo Valla
PeriodoXV secolo (pubblicato a stampa nel 1517)
Generesaggio
Lingua originalelatino

La falsa Donazione di Costantino (De falso credita et ementita Constantini donatione declamatio, "Discorso sulla donazione di Costantino, contraffatta e falsamente ritenuta vera"[1]) è un discorso di Lorenzo Valla inteso a confutare l'autenticità della cosiddetta "Donazione di Costantino". Il testo fu pubblicato nel 1517, con una dedica provocatoria indirizzata a Papa Leone X, dall'umanista tedesco protestante Ulrich von Hutten[2].

La cosiddetta Donazione di Costantino era il documento su cui per secoli la Chiesa di Roma aveva fondato la legittimazione del proprio potere temporale in Occidente. Si attribuiva infatti all'imperatore Costantino la decisione di donare a Papa Silvestro I i domini dell'impero romano d'occidente.

Lorenzo Valla denunciò la falsità del documento con questa memorabile dissertazione. Con l'analisi linguistica e le argomentazioni di tipo storico, Valla dimostra che l'atto era stato fatto nell'VIII secolo dalla stessa cancelleria pontificia. Dimostrando la falsità della “Donazione di Costantino”, Valla ha “smascherato” la Chiesa, che con quel documento giustificava il proprio potere temporale e rivendicava privilegi nei confronti dell'Impero. Quello di Valla è non solo un lavoro di tipo filologico, ma anche un'analisi dell'epoca storica in questione. Importante l'atteggiamento di fondo, quello di un uomo indignato di fronte alla menzogna e alla truffa durate per secoli.

Indice

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Cap. 1-14Modifica

L'argomentazione di Valla inizia sottolineando l'inverosimiglianza della donazione: quale sovrano, al posto di Costantino, l'avrebbe fatta, rinunciando a Roma e in generale a tutto l'Occidente? A quanti la giustificano perché l'imperatore era divenuto cristiano, Valla risponde negando che il regnare fosse incompatibile con la religione cristiana, mentre per chi la sostiene spiegandola come segno di riconoscenza per la guarigione dalla lebbra la risposta è più netta: questa è una favola derivata dalla storia biblica di Naaman, risanato da Eliseo, proprio come quella della leggenda del drago fatto morire dal profeta Daniele.

La donazione quindi non ha alcuna plausibilità. Chi la sostiene offende Costantino, il Senato e il Popolo romano, Silvestro e il pontificato. La donazione è insostenibile anche dal punto di vista storico: per diversi secoli, nessun Papa ha mai preteso obbedienza dai sovrani, perché Roma e l'Italia erano sotto il dominio imperiale, come risulta da un'ampia documentazione storica. Le fonti storiche più attendibili sono poi concordi nell'affermare che Costantino era cristiano fin da ragazzo e che l'imperatore donò il Palazzo Lateranense e alcuni terreni al predecessore di Silvestro, papa Melchiade, come attesta una lettera di questo pontefice.

Agli argomenti di ordine giuridico, psicologico e storico, Valla fa seguire una parte dedicata all'esame del documento, che conosce nella forma parziale trasmessa dal Decretum di Graziano. Intanto – osserva il filologo – il testo della donazione è assente nelle copie più antiche del Decretum: non è quindi stato inserito da Graziano, che l'avrebbe coerentemente ricordato insieme al Pactum Ludovicianum. Il Valla dimostra che la lingua della Donazione è un latino che risente degli influssi barbarici e che i riferimenti dell'opera rimandano ad un momento nel quale Costantinopoli è la nuova capitale dell'Impero Romano: la lingua non è quella di un documento dell'età costantiniana, è barbarica.

Il volume di Valla si differenzia per le sue molteplici, violente espressioni contro il potere temporale del pontefice del suo tempo. In questo documento, in poche parole, Valla vuol far capire che Costantino non avrebbe mai donato l'Occidente, a maggior ragione Roma, città per antonomasia sede della storia, alla Chiesa. In primis sarebbe andato contro i suoi familiari e parenti e avrebbe adottato un atteggiamento egoistico nei loro confronti. Infatti Valla pone come esempio il dialogo da lui immaginato tra l'imperatore e Virgilio.

Poco dopo Valla vuole far capire ai Principi e al Papa che, anche se Costantino avesse donato i territori da lui conquistati, papa Silvestro non sarebbe stato in grado di accettarli; questo per il fatto che, come i buon samaritani fanno del bene senza voler ricevere nulla in cambio e preferiscono dare anziché ricevere, così fa il papa, rappresentante di Cristo in terra.

Alla fine della prima parte del libro, Valla fa riferimento anche al fatto che nella cosiddetta Donazione di Costantino si definisce la città di Costantinopoli con tale nome come una delle sedi patriarcali, quando ancora non era né patriarcale né una sede, né una città cristiana né si chiamava così né era stata fondata né la sua fondazione era stata decisa. Questo dimostra la falsità della “Donazione di Costantino”, scritta, secondo lo scrittore e critico, quattro secoli dopo l'imperatore cristiano.

Cap. 15-30Modifica

«A san Silvestro trasferiamo immediatamente il palazzo Lateranense del nostro impero; poi il diadema, cioè la corona del nostro capo e insieme il frigio e anche il superhumerale, cioè quella specie di fascia che suole circondare il collo dell'imperatore, ma anche la clamide di porpora e la tunica scarlatta e tutti gli indumenti imperiali o anche la dignità imperialium praesidentium equitum, conferendogli anche gli scettri imperiali e insieme tutte le insegne e bandiere e i diversi ornamenti imperiali e tutto ciò che procede dalla altezza della potenza imperiale e dalla gloria del nostro potere. Sanciamo che gli uomini di diverso ordine, i reverendissimi chierici che servono alla santa Chiesa romana, abbiano quel vertice di singolare potenza e distinzione, della cui gloria si adorna ora il senato, cioè siano fatti consoli e patrizi. E abbiamo stabilito (promulgato) che essi siano adorni di tutte le altre dignità imperiali. Abbiamo decretato che il clero della santa romana Chiesa sia adorno dello stesso decoro che circonda la milizia imperiale. E come la potenza imperiale si fregia di diversi ufficiali, cubicularii, cioè, ostiarii, e di tutti i concubitores, così vogliamo che ne sia onorata la santa Chiesa romana. Per far risplendere più largamente la gloria del pontificato stabiliamo che i santi chierici della stessa santa Chiesa cavalchino cavalli adorni di banderuole e coperti di tela bianca e, come il nostro senato, di calzari con udonibus, cioè bianche uose di tela; di tali ornamenti sia fornita la Chiesa terrena come la celeste a lode di Dio»

Da questo passo possiamo subito intendere come la "Donazione di Costantino", sia appunto falsa. Oltre al Palazzo Lateranense, verrà lasciato a Silvestro, il diadema, che qui viene descritto aureo e con pietre preziose, quando invece il diadema era di stoffa o di seta. Sottolinea più volte che siano di oro e pietre preziose, poiché non si pensi che Costantino abbia regalato cose di poco valore. Inoltre, pensa forse, che sia di oro poiché i re usavano avere un cerchietto di oro, ma Costantino non era un re. Parla inoltre del lorum e lo intende come un cerchietto che adornava il collo dell'imperatore, solo che il lorum essendo di cuoio non si può pensare fosse al collo dell'imperatore, li avrebbe trasformati in cavalli o asini, dice Valla.

Parla inoltre di “clamide di porpora e tunica scarlatta”. Già gli evangelisti dissero che si trattava dello stesso colore, però forse lui, ancora ignorante, poteva pensare che la porpora fosse una seta bianca. Avrebbe donato anche gli scettri imperiali, le insigne e bandiere. Lo scettro è uno e poi che se ne doveva fare il papa con lo scettro, oppure delle signa (statue)? Queste sono tutte domande che Valla si pone riguardo alla falsificazione della Donazione.

Soprattutto in questo passo, si nota, dice Valla, che il Latino è diverso dal Latino usato da Costantino ed è sicuramente un Latino successivo al periodo costantiniano. Tu dici essere il sommo «singularis potentiae et praecellentiae» l'esser fatti «patricii consules». Chi ha mai sentito dire che i senatori o altri uomini sono anche patrizi? Questi, sono eletti consoli, non patrizi, e vengono scelti o da case nobili, che sono dette senatorie, dall'ordine equestre o dai plebei, e, in ogni caso, è sempre più importante l'essere senatore che patrizio. Senatore è uno scelto consigliere dello Stato; patrizio chi trae origine da una famiglia senatoria. L'essere senatore non portava a essere patrizio.

Concubitore; sono quelli che dormono insieme e si congiungono: sarebbe come dire meretrici. Costantino gli dà quindi anche con chi dormire. Per finire dona alla Chiesa anche cavalli. Questi non erano sellati, ma avevano decorazioni bianche. Avevano mappula e linteamina, solo che le prime servono alle tavole da pranzo, le secondo ai letti. Dopo aver descritto così minuziosamente tutte queste cose superficiali, il falsario, per descrivere tutti i territori assegnati alla Chiesa, che erano la parte più importante, dice solo: “tutte le province, luoghi, città d'Italia e dell'Occidente”. Scrive solo questo, forse perché ignorava tutte le province del regno, tutti i luoghi e le popolazioni che appartenevano a questo e i confini dell'Occidente. Sappiamo però per certo, che non tutti i popoli appartenevano al regno di Costantino.

Continua dicendo di aver trasferito la capitale e il suo regno in Oriente, a Bisanzio; Valla dice che se lui fosse davvero Costantino avrebbe dovuto argomentare questa scelta di spostare la capitale proprio lì, avendo perduto Roma. «Ordiniamo che tutte queste cose fermamente stabilite con questa imperiale sacra scrittura e con altri divalia decreta restino intatte e immutabili sino alla consumazione del mondo». Poco prima Costantino aveva detto di essere “terreno” , mentre ora si definisce “divino e sacro”. Dice di essere divino e vuole che le sue parole restino fino alla fine del mondo, senza però fare riferimento a ciò che vuole Dio. «Se qualcuno, come non crediamo, oserà tuttavia temerariamente far ciò, soggiaccia condannato a eterne condanne e provi contrari a sé nella presente e nella futura vita i santi apostoli di Dio, Pietro e Paolo. E che finisca bruciato con il diavolo e con tutti gli empi nell'inferno più profondo». In questa parte è presente una sorta di minaccia che il falsario farebbe, sempre a nome di Costantino.

Valla continua però a sostenere che non possa essere stato Costantino a dire queste parole, ma altri al posto suo. Pensa che le parole di questa minaccia, possano essere state di antichi sacerdoti ed ora della contemporanea ecclesia. Valla definisce chi dice queste parole, nascondendosi dietro la figura dell'imperatore un ipocrita: nascondere la propria persona dietro un'altra. Oltre alle perplessità su tutto lo scritto della donazione, ci sono anche perplessità sul fatto che fosse cartacea o meno. Ad un certo punto Valla si interroga sul come possa Costantino aver scritto di un qualcosa accaduto dopo la sua morte. Vorrebbe inoltre sapere lo studioso, in che modo ha firmato questa donazione, con una firma, o con il sigillo dell'imperatore, che avrebbe maggior valore. Si crede che questa donazione sia stata depositata nella tomba di San Pietro in modo che nessuno potesse prenderla o modificarla. Valla si domanda poi, come possa essere giunta fino alla sua epoca e chi l'ha custodita, non potendo prenderla. Un'altra incertezza riguarda la data; questa è datata 30 marzo del quarto consolato di Costantino. A quel tempo la data si metteva quando una lettera doveva essere recapitata a qualcuno, in questo caso però sarebbe stata messa perché il falsario, come detto in precedenza, sarebbe stato un ignorante.

Alla fine Valla fa una lunga riflessione su ciò che pensava della Chiesa di quel tempo, dicendo che anche se Silvestro fosse stato in possesso di una Donazione, non scritta da Costantino, non avrebbe dovuto accettare i beni da lui donati. Dice che non c'è pontefice che abbia amministrato con fedeltà, ma che anzi il papa portava discordia e guerre tra i popoli. Continua dicendo che il papa vuole ricchezza e che egli pensa di poterla strappare dalle mani di chi occupa ciò che Costantino ha donato, scaturendo così la voglia in tutti gli uomini, sia per fama che per bisogno, di fare come fa la massima istituzione. Secondo lo studioso, non c'è più religione; nessuna cosa più è santa; non c'è più timore di Dio: tutti i malvagi scusano i loro delitti con l'esempio del papa.

NoteModifica

  1. ^ Italica - Rinascimento - Cento opere - Lorenzo Valla, De falso credita et ementita Constantini donatione Archiviato il 13 aprile 2014 in Internet Archive.
  2. ^ Vittorio Frajese, La censura in Italia: dall'Inquisizione alla Polizia, Roma, Laterza, 2014, p. 48, ISBN 978-88-581-1100-0.

BibliografiaModifica

  • La falsa Donazione di Costantino, Discorso di Lorenzo Valla sulla Donazione di Costantino da falsari spacciata per vera e con menzogna sostenuta per vera, a cura di Gabriele Pepe, Ponte alle Grazie, Firenze 1992 - TEA 1994

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