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Libro di Giobbe

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«Se non avessi Giobbe! Io non lo leggo con gli occhi come si legge un altro libro, me lo metto per così dire sul cuore... Come il bambino che mette il libro sotto il cuscino per essere certo di non aver dimenticato la sua lezione quando al mattino si sveglia, così la notte mi porto a letto il libro di Giobbe. Ogni sua parola è cibo, vestimento e balsamo per la mia povera anima»

(Søren Kierkegaard, La Ripresa, Milano, Edizioni di Comunità, 1963, p. 117)

Il Libro di Giobbe (ebraico איוב; greco Ιώβ; latino Iob) è un testo contenuto nella Bibbia ebraica (Tanakh) e cristiana.

ContenutoModifica

Secondo il profeta del VI secolo Ezechiele, Giobbe fu un uomo dell'antichità rinomato per essere un giusto,[1][2] e perciò l'autore del libro potrebbe averlo scelto come personaggio di un racconto sapienziale, una parabola.[3] L'ipotesi che Giobbe sia solo il personaggio di un racconto è suggerita anche dal nome stesso, che significa "il perseguitato"[4] e fu discussa già nell'antichità sia dagli ebrei nel Talmud Babilonese[5] sia dai cristiani.[6]

L'anonimo autore fu quasi sicuramente un israelita, sebbene abbia ambientato la storia fuori da Israele, nell'Edom meridionale o nell'Arabia settentrionale, facendo un'allusione a luoghi distanti tra loro, come la Mesopotamia e l'Egitto. Alcuni dettagli narrativi suggeriscono che l'autore avesse presente la vicenda del re babilonese Nabonide, che risiedette nell'oasi di Tema fra il 550 e il 540 a.C. a causa di una grave malattia della pelle.[7]

I commentatori hanno proposto per la composizione del libro periodi che vanno dall'epoca pre-mosaica al II secolo a.C.[8]. Fu attribuito a Mosè dalla tradizione ebraica[9], ma l'ipotesi maggiormente condivisa dagli studiosi è che il libro sia stato redatto dopo l'esilio babilonese, cioè molti secoli dopo l'epoca in cui Mosé sarebbe vissuto secondo la cronologia biblica.

Il libro è composto da 42 capitoli descriventi la storia del saggio Giobbe, la cui vita è provata da tribolazioni inspiegabili, con ampie meditazioni contenute nei dialoghi con i suoi tre amici sul perché Dio permetta il male all'uomo giusto (vedi Teodicea).

Il testo è principalmente scritto in uno stile poetico, ma l'introduzione (capp. 1-2) e la conclusione (capitolo 42, 7-17) sono in prosa. Al centro del libro il capitolo 28 si differenzia per il suo contenuto tipico della letteratura sapienziale. Sembra esserci, inoltre, una certa discontinuità teologica fra il testo poetico, che sostiene che Dio è troppo distante dall'uomo perché questi possa capirlo e giudicare il suo operato, lasciando aperta la speranza di un "redentore" che riscatterà il male, e l'epilogo, secondo cui Dio retribuisce in terra il male subito dal giusto.

Incertezze sulla datazioneModifica

Gli studiosi hanno lungamente discusso sulla storia compositiva del libro, proponendo anche datazioni diverse per le sue parti, ma senza raggiungere conclusioni condivise. La cornice in prosa è stata ritenuta da molti un'aggiunta posteriore, ipotesi esclusa da altri. Kugler e Hartin, discutono queste ipotesi, ma propendendono per il VI secolo come datazione più probabile per diverse ragioni[10], mentre Fokkelman lo assegna al V, secolo più, secolo meno.[11] Anche Seow lo attribuisce alla fase iniziale del dominio persiano.[12] Secondo altri, tuttavia, i capitoli 3-37 (cioè la maggior parte del testo) potrebbero risalire soltanto al IV-II secolo a.C..[13][14]

Il libroModifica

 
L'esame di Giobbe: Satana riversa le piaghe su Giobbe, dipinto di William Blake per il Libro di Giobbe, 18261827, Tate Gallery, Londra.

Il libro esiste sia in ebraico, il testo masoretico, sia nella traduzione in greco, la Septuaginta, redatta in Egitto negli ultimi secoli prima dell'era volgare. Inoltre tra i Rotoli del Mar Morto sono stati rinvenuti manoscritti in aramaico ed ebraico.[15]

Il libro inizia con un racconto in prosa. Giobbe, servo di Dio, viveva ricco e felice. Dio permise a Satana di tentarlo per dimostrargli che Giobbe sarebbe rimasto fedele anche nella cattiva sorte. Colpito prima nei beni e poi nei figli, Giobbe accetta che Dio si riprenda quel che gli aveva dato. Ammalatosi di una malattia ripugnante e dolorosa, Giobbe rimane sottomesso e respinge la moglie che gli consiglia di maledire Dio. Allora tre suoi amici, Elifaz, Bildad e Zofar vengono a compiangerlo (capitoli 1 e 2). Segue il grosso dell'opera, costituito da 40 capitoli scritti nello stile della poesia ebraica. Giobbe e gli amici confrontano le loro concezioni riguardo alla giustizia divina. Elifaz parla con la moderazione che l'età gli ispira; Zofar segue gli impulsi della sua giovane età, mentre Bildad è un sentenzioso che si tiene su una linea media. Tutti e tre, però, difendono la tesi tradizionale secondo la quale se Giobbe soffre significa che ha peccato. Ma alle loro considerazioni teoriche Giobbe contrappone la propria esperienza dolorosa e le ingiustizie di cui il mondo è pieno; nella sua condizione di turbamento morale, il grido di rivolta si alterna a espressioni di sottomissione. A questo punto interviene un nuovo personaggio, Elihu, che dà torto sia a Giobbe che agli amici, tentando di giustificare la condotta di Dio. Viene interrotto da Jahve in persona che di mezzo al turbine, cioè nello scenario delle antiche teofanie, risponde a Giobbe. Il libro si conclude con un epilogo in prosa: Jahve rimprovera i tre interlocutori di Giobbe e rende a quest'ultimo, moltiplicandoglieli enormemente, i beni che prima dell'accaduto possedeva. Gli dona nuovi figli e figlie, queste in particolare di bellissimo aspetto 42,7-17.

Autenticità del libroModifica

È stata discussa l'autenticità di alcuni passi. Il poema sulla sapienza (capitolo 28) risulta "stonato" sulla bocca di Giobbe: vi si esprime una nozione di sapienza che non è certo quella del protagonista né quella dei suoi tre amici, anche se si tratta sempre di una produzione del medesimo ambiente, ma non si capisce per quale motivo sia stata inserita in quel punto dove si presenta senza alcun nesso con il contesto.[16] Sono stati avanzati dubbi anche sui discorsi di Jahve (38-39), cioè se appartenessero al poema sin dall'origine. Infine, nel terzo ciclo di discorsi (24-27) si nota un "disordine" che si può spiegare con incidenti occorsi nella trascrizione manoscritta oppure con rimaneggiamenti redazionali. Anche l'autenticità dei discorsi di Elihu (32-37) offre motivi di discussione. Il personaggio interviene all'improvviso senza essere stato presentato, e Jahve, che lo interrompe, non lo considera affatto. Questo risulta molto strano anche per la ragione che Elihu previene i discorsi di Jahve; per altro verso ripete inutilmente quanto già detto dai tre amici. Anche vocabolario e stile sono diversi con aramaismi molto più frequenti. Sembra, pertanto, che questi capitoli siano stati aggiunti al libro da un autore diverso.[17]

L'autore del libroModifica

Dallo stesso libro si può riconoscere che l'autore sia sicuramente un israelita, con una buona conoscenza delle opere dei profeti. Probabilmente viveva in Palestina, nella regione di Uz ma deve aver viaggiato molto all'estero, specialmente in Egitto, o forse aveva amicizie con persone provenienti dall'Egitto.

Sulla data della sua vita si possono formulare solo delle ipotesi: il tono patriarcale del racconto in prosa poteva far pensare che potesse essere attribuito, come la Genesi, a Mosè. Ma il libro è posteriore a Ezechiele, con cui presenta contatti di espressione e di pensiero; la lingua è fortemente colorata di aramaismi. Queste indicazioni inducono a scegliere il periodo del post-esilio. La data che riscuote maggiori consensi, ma senza grandi motivazioni, è l'inizio del V secolo a.C.[18]

Il problema della retribuzioneModifica

Il libro di Giobbe intende rispondere alla domanda di come Dio premi o castighi le azioni degli uomini. Il popolo ebraico ha fatto in proposito un lungo cammino, che ha portato a grandi scoperte e riflessioni. Si possono riassumere le tappe principali di questo cammino nello schema seguente:

  1. retribuzione terrena collettiva: il popolo è responsabile in solido delle proprie azioni, il bene degli uni ricade sugli altri e così il male, i meriti e le colpe dei padri si riversano sui figli. Questa regola è chiaramente espressa da Deuteronomio 28 e Levitico 26. Il libro dei Giudici ed i libri dei Re mostrano come tale principio si applica nel corso della storia. Anche i grandi profeti si muovono in questa prospettiva.
  2. retribuzione terrena individuale: essa è chiaramente espressa in Ezechiele 18: ognuno è responsabile delle proprie azioni e viene premiato in virtù di queste. Ma fermandosi alla retribuzione terrena si incorre nella clamorosa smentita dei fatti. In una prospettiva di solidarietà si può accettare che, per il sopravvento di peccati della collettività, i giusti vengano puniti insieme ai malvagi. Se invece ciascuno deve essere trattato secondo il suo comportamento personale, come può essere che il giusto soffra?
  3. il dramma di Giobbe: in questo processo si inserisce il libro di Giobbe portando fino alle ultime conseguenze i limiti della posizione tradizionale. Esistono giusti che soffrono e crudelmente, testimonia Giobbe. Il lettore sa, dal prologo, che i suoi mali vengono da Satana e non da Dio, e che sono una prova della sua fedeltà. Ma Giobbe non lo sa, né lo sanno i suoi amici. Quale ne sarà allora la spiegazione? Essi avanzano le risposte tradizionali: la felicità degli empi è di breve durata; la disgrazia del giusto saggia la sua virtù; oppure la pena castiga colpe commesse per ignoranza o debolezza. Contro questa rigida correlazione Giobbe si solleva con tutta la forza della sua innocenza. Non nega la retribuzione terrena, la attende anzi, e Dio alla fine gliela concederà, nell'epilogo. Ma per lui è uno scandalo che tale retribuzione gli venga rifiutata nel presente, e cerca invano il senso della sua prova. Lotta disperatamente per ritrovare il Dio che si nasconde e che egli continua a credere buono. La risposta di Dio non risolve il problema. Rivela solo la trascendenza del suo essere e dei suoi disegni e riduce Giobbe al silenzio.
  4. retribuzione ultraterrena: il libro della Sapienza e soprattutto il Nuovo Testamento daranno risposta alla domanda di Giobbe. Due testi di Paolo possono indicare una risposta:
« Le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria che deve rivelarsi in noi »   (Romani 8,18)
« Io completo nella mia carne quello che manca alle prove di Cristo per il suo corpo che è la Chiesa »   (Colossesi 1,24)
Tommaso D'Aquino commenta:

«Ecco, il timore del Signore, cioè che io in persona ti do, questo è sapienza, perché con il timore del Signore l’uomo ine­risce a Dio: in lui sta la vera sapienza dell'uomo, quale causa supre­ma di ogni cosa. E schivare il male, cioè il peccato con il quale l’uomo perde Dio, questo è intelligenza, perché cioè l'intelligenza è necessaria all'uomo soprattutto perché egli sappia con essa discernere i mali dai beni, affinché evitando i mali possa compiere il bene e giungere alla parte­cipazione della sapienza divina.»

(Exp. Super Job ad lit., C. 28[19])

NoteModifica

  1. ^ Secondo Ezechiele Noè, Giobbe e Danel sono i tipi esemplari di giusto:14,14
  2. ^ C. L. Seow, Job 1-21: Interpretation and Commentary, cit., p. 1.
  3. ^ J.P. Fokkelman, The Book of Job in Form: A Literary Translation with Commentary, Leiden, Brill, 2012, p. 20.
  4. ^ La Bibbia. Traduzione Interconfessionale in Lingua Corrente, LDC, Torino 1985, p. 861, nota a.
  5. ^ Cfr. Michael Wogman, "Moses, Author of Job: Defending the Biblical God in the Roman East", Judaica Ukrainica, (2), 2013, pp.21-41, p.25.
  6. ^ Lo suggerì Teodoro di Mopsuestia.
  7. ^ C. L. Seow, C.L., Job 1-21: Interpretation and Commentary, Eerdmans, 2013, pp. 40-44. Nella preghiera di Nabonide, un manoscritto rinvenuto a Qumran, la malattia di Nabonide è descritta in modo quasi identico a quella di Giobbe in Gb 2,7-8. Anche la presenza di truppe Caldee e briganti Sabei in quest'area (cfr. Gb 1,14.17) si spiega facilmente in quel periodo storico. Si osservi, infine, che nell'esegesi talmudica Giobbe è considerato un pagano.
  8. ^ Alonso Schökel e J.L. Sicre Diaz, Giobbe: commento teologico e letterario, (1985), p. 76 per l'elenco delle proposte.
  9. ^ Il Talmud babilonese (Bava Batra 14b-15a) recita: «Mosè ha scritto il suo libro [il Pentateuco]…e anche il Libro di Giobbe». Secondo Michael Wogman (opera citata) l'attribuzione è funzionale ad attribuire autorevolezza al testo di Giobbe, in un periodo in cui gli gnostici proponevano una teodicea molto diversa.
  10. ^ Robert Kugler e Patrick Hartin, An Introduction to the Bible, Eerdmans, 2009, p. 193.
  11. ^ cit. p. 21.
  12. ^ cit. p.44.
  13. ^ La Bibbia. Via, verità e vita, Edizioni San Paolo 2009, p. 1014.
  14. ^ Wilson L. S., The Book of Job: Judaism in the Second Century: an Intertextual Reading, Lanham, University Press of America, 2006.
  15. ^ C. L. Seow, C.L., Job 1-21: Interpretation and Commentary, cit., pp. 1-16.
  16. ^ Alonso Schökel e J.L. Sicre Diaz, Giobbe: commento teologico e letterario, (1985), nel loro commento intitolano la sezione dedicata al Capitolo 28 Interludio, (p. 441-457)
  17. ^ Robert Kugler e Patrick Hartin, An Introduction to the Bible, Eerdmans, 2009, pp. 180-195.
  18. ^ J.P. Fokkelman, The Book of Job in Form: A Literary Translation with Commentary, Leiden, Brill, 2012, pp. 16-22.
  19. ^ Tommaso d'Aquino, Commento al Libro di Giobbe, Bologna, Edizioni Studio Domenicano, 1995, p. 339.

BibliografiaModifica

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  • Edoardo Castagna, L'uomo di Uz. Giobbe e la letteratura del Novecento, Milano, Medusa edizioni 2007.
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