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Lucio Manlio Capitolino Imperioso

politico dell'antica Roma
Lucio Manlio Capitolino Imperioso
FigliTito Manlio Imperioso Torquato
GensManlia
Dittatura363 a.C.

Lucio Manlio Capitolino Imperioso (... – ...) è stato un politico romano.

DittaturaModifica

Nel 363 a.C. fu eletto dittatore per condurre la cerimonia con cui si piantava un chiodo alle idi di settembre, per scongiurare la pestilenza che da tre anni imperversava a Roma.[1].

Si dimise dalla carica in seguito all'opposizione dei tribuni della plebe, al suo tentativo di chiamare la leva, per condurre una campagna militare contro gli Ernici.

«Ciò non ostante in quel periodo sembrò essere di per sé motivo sufficiente per la nomina di un dittatore. Per tale ragione venne eletto Lucio Manlio il quale, come se fosse stato nominato per condurre una guerra e non per assecondare una semplice superstizione, aspirando a portare guerra agli Ernici, suscitò il malcontento dei giovani bandendo una leva che non ammetteva esclusioni. Ma alla fine, quando tutti i tribuni della plebe insorsero uniti contro di lui, si lasciò piegare dalla forza o dalla vergogna e rinunciò alla dittatura.»

(Tito Livio, Ab Urbe condita, VII, 3.)

L'anno successivo fu citato in giudizio dal tribuno della plebe Marco Pomponio, per la crudeltà di carattere con cui aveva chiamato la leva, e per come crudelmente avesse trattato il figlio Tito Manlio Imperioso Torquato.

«Tra le altre imputazioni il tribuno lo accusava del comportamento tenuto nei riguardi del figlio: quest'ultimo, benché non fosse stato riconosciuto colpevole di alcun reato, era stato bandito da Roma, dalla casa paterna e dai penati; Manlio lo aveva allontanato dal foro, privato della luce del giorno e della compagnia dei coetanei, costretto a un lavoro da schiavo»

(Tito Livio, Ab Urbe condita, VII, 4.)

Il processo però non ebbe luogo, proprio per l'intervento a favore del padre del figlio Tito Manlio, che arrivò a minacciare di morte il tribuno, se non avesse rititato l'accusa[2].

«Dopo che a tutti i presenti venne ordinato di allontanarsi dalla stanza, afferrò il coltello e, fermo in piedi sopra il letto del tribuno con in mano l'arma pronta a colpire, minacciò di pugnalarlo lì sul momento, se Pomponio non avesse giurato, nei termini che egli stesso avrebbe imposto, di non aver alcuna intenzione di convocare un'assemblea popolare per mettere suo padre sotto accusa»

(Tito Livio, Ab Urbe condita, VII, 5.)

NoteModifica

  1. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita, VII, 3.
  2. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita, VII, 4-5.

Collegamenti esterniModifica