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BiografiaModifica

Mafalda Pavia nasce a Milano il 10 dicembre 1902 da Clemente Pavia e Vittorina De Benedetti, una famiglia ebraica. Il nome le è dato dal padre, ufficiale medico, in segno di lealtà e di omaggio alla casa regnante, in onore della principessa Mafalda di Savoia, nata a Roma il 19 novembre dello stesso anno.

Nel 1903 la famiglia Pavia si trasferisce a Verona, sede di servizio del padre. Nel 1920 Mafalda si iscrive all'Università di Padova, allieva interna della R. Clinica pediatrica. Nel 1925 passa all'Università di Firenze, per restare vicino al padre che era stato trasferito in quella città. A Firenze Mafalda si laurea con lode il 10 luglio 1926.

Dopo la specializzazione in campo pediatrico, Mafalda venne assunta come medico praticante presso l'ospedale infantile Alessandri di Verona, distinguendosi per capacità e impegno. Nel 1935 consegue la libera docenza, che le vale l'incarico di Aiuto di pediatria all'ospedale veronese. Mafalda si distingue anche in campo culturale: pubblica poesie accolte con favore dalla critica; è pianista sensibile ed apprezzata; ricama arazzi con scene bibliche; e, infine, studia a fondo il tema della musica nella Bibbia.

In conseguenza delle leggi razziali fasciste del 1938, Mafalda è estromessa dalla Società italiana di pediatria ed dall'Università di Milano, ove era libera docente di clinica pediatrica, e il 1º marzo 1939 è dismessa dal servizio all'Ospedale veronese assieme ad altri due colleghi ebrei. Ben presto si aggiunsero altri decreti a limitare anche la libera professione medica. La situazione, già precaria, precipita dopo l'8 settembre 1943 con l'ordine di deportazione di tutti gli ebrei residenti nella Repubblica Sociale Italiana. Mafalda trova accoglienza e rifugio a San Zeno in Monte presso don Giovanni Calabria. Fin da bambino e per tutta la sua attività pastorale don Calabria aveva intessuto contatti di amicizia con persone della comunità ebraica veronese. Il sacerdote accoglie Mafalda a Roncà (vicino a Verona), tra le sue suore delle Povere serve della Divina Provvidenza. Qui, assunto il nome di suor Beatrice, Mafalda trascorre 18 mesi, dispensata dall'unirsi alle pratiche religiose cristiane delle suore, che la circondano di rispettose premure. Secondo la testimonianza di Mafalda, don Calabria stesso l'aveva introdotta alle suore con questa specifica raccomandazione: "Conosco la professoressa Pavia e i suoi sentimenti; nessuno quindi faccia la minima allusione né la minima pressione perché aderisca alle nostre convinzioni religiose"[1]. Mafalda Pavia rimarrà legata a don Giovanni Calabria da profonda amicizia e riconoscenza e da un lungo rapporto epistolare.[2]

Durante il periodo della permanenza in convento, Pavia scrive un libro sull'apostolo Paolo, Saulo di Tarso: ebreo, figlio di ebrei, libro che sarà pubblicato dopo la Liberazione nel 1949 (Roma, Ed. Leonardo). Assieme al romanzo L'apostolo (The Apostle) di Sholem Asch, scritto negli Stati Uniti nel 1943 ma che comparirà in traduzione italiana solo nel 1950, il libro di Mafalda Pavia, che non ha carattere storico o esegetico, ma piuttosto di riflessione spirituale, è a livello internazionale una delle prime opere a rivalutare la figura dell'apostolo dal punto di vista ebraico. La riscoperta della ebraicità di Paolo è per Mafalda Pavia il segno della possibilità di una fratellanza tra ebrei e cristiani (e musulmani), nel rispetto delle proprie identità distinte. Questa posizione le farà guardare con occhi molto critici all'esperienza di conversione dell'ex-rabbino di Roma Eugenio Zolli che da una simile esperienza di vita, nascosto in Vaticano per sfuggire alle deportazioni, aveva derivata la sua decisione di abbandonare la comunità ebraica.

Dopo la guerra Pavia non volle riprendere il posto all'ospedale dal quale era stata allontanata, ma preferì dedicarsi con successo a Verona alla libera professione di pediatra, partecipando attivamente alla vita culturale della città, in una dimensione di laicità che non celava l'appartenenza orgogliosa e convinta alla propria identità ebraica. Mafalda Pavia morì il 28 maggio 1985 nella Casa di riposo della Comunità ebraica di Torino. Alcuni giorni dopo, il 6 giugno, il quotidiano «L'Arena» di Verona pubblicava il suo singolare messaggio di commiato alla sua città: «Mafalda Pavia, nel lasciare il giorno 28 maggio 1985 questa vita terrena, saluta quanti la conobbero e le vollero bene».

Scritti di Mafalda PaviaModifica

  • Saulo di Tarso (S. Paolo): ebreo, figlio di ebrei (Roma: Leonardo, 1949)
  • Galleria d'artisti (Fossalta di Piave: Rebellato, 1982)
  • Shalom Beatrice: Lettere di una "medichessa" ebrea a un santo, a cura di Luigi Piovan e Maria Palma Pelloso (Roma: Ave, 2000)

NoteModifica

  1. ^ Testimonianza di Mafalda Pavia, in Luciano Squizzato (a cura di) Una gioia insolita: lettere tra un prete cattolico e un laico anglicano (Jaca Book, Milano 1995) p. 39.
  2. ^ Luigi Piovan e Maria Palma Pelloso (a cura di), Shalom Beatrice: Lettere di una "medichessa" ebrea a un santo (Roma Ave 2000).

Collegamenti esterniModifica

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