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Il pauperismo fu un movimento spirituale medioevale, caratteristico degli ordini mendicanti e di altri predicatori cristiani che ne esaltavano il messaggio religioso e sociale.

Ancora oggi la povertà è la promessa e l'impegno di uno stile di vita sancito con l'emissione di un voto che implichi la rinuncia ad ogni proprietà non solo per i religiosi ma anche per la comunità che trarrà il proprio mantenimento unicamente dal lavoro e dall'aiuto della divina Provvidenza.

Nel Medioevo si evidenziava la figura del questuante, un frate addetto a girare per città e campagne per sollecitare il versamento della questua, ossia di una donazione volontaria atta al sostentamento del convento. L'obbligo alla povertà e la pratica della raccolta delle elemosine (ormai quasi totalmente abbandonata) vennero progressivamente limitate o vietate come unica fonte di reddito da Papa Sisto IV (1475) e dal successivo Concilio di Trento che permise agli ordini mendicanti di possedere, collettivamente, delle rendite.

Indice

StoriaModifica

In contrapposizione all'opulenza delle gerarchie ecclesiastiche, i pauperisti intendevano basarsi soltanto sugli insegnamenti e sugli esempi di Gesù Cristo così come sono riportati dai Vangeli; predicavano l'altruismo e una vita modesta, e la preminenza delle ricchezze spirituali sopra quelle materiali.

«Gesù e gli apostoli non avevano mai posseduto niente»

(Dolcino)

Ebbe tra i suoi difensori Valdo di Lione, Francesco d'Assisi, Dolcino da Novara, Ubertino da Casale e Arnaldo da Villanova.

Il pauperismo appartiene sicuramente alla più ampia corrente dell'ascetismo cristiano, ma se ne differenzia in alcuni aspetti. L'ascetismo, per esempio, ha sempre posto l'accento sulla povertà individuale, del singolo cristiano (religioso o secolare che fosse), e su altre forme di penitenza e di austerità, mentre raramente poneva in discussione la possibilità che l'istituzione (il monastero, l'Ordine, la Chiesa stessa) potessero possedere ricchezze. Il pauperismo medievale, invece, non era tanto una ricerca della povertà personale quasi fosse una forma di penitenza o una via di perfezionamento, ma spesso sceglieva di rinunciare alle ricchezze per condividere la vita degli strati più umili della società e aderire più fedelmente all'esempio di Gesù Cristo. Inoltre a differenza dell'ascetismo il quale è una ricerca volontaria della povertà, il pauperismo ne è un'accettazione filosofica.

Il pauperismo oggiModifica

Alcuni punti in comune con il pauperismo sono stati riconosciuti anche in encicliche papali come la Rerum Novarum e la Quadragesimo Anno, facenti parte della cosiddetta dottrina sociale della Chiesa cattolica: la predominanza accordata alla ricchezza spirituale rispetto a quella materiale e una certa volontà di comprendere le reali condizioni dei più poveri.

Il pauperismo oggi è ancora presente nella predicazione di alcuni ordini religiosi, nella ideologia di alcune associazioni politiche o culturali come il Movimento dei lavoratori cattolici, ed è preso come base fondamentale di determinate teorie economiche quale il distributismo.

BibliografiaModifica

  • Franco Cardini e Marina Montesano, Storia medievale, Firenze, Le Monnier Università, 2006. ISBN 8800204740
  • Norberto Nguyen-Van-Khanh, Gesù Cristo nel pensiero di San Francesco, secondo i suoi scritti, Edizioni Biblioteca Francescana, 1984.
  • Luciano Orioli, Le confraternite medievali e il problema della povertà, Biblioteca di storia sociale, 1984.
  • Centro Studi Dolciniani, Fra Dolcino e gli Apostolici tra eresia, rivolta e roghi, Roma, DeriveApprodi, 2000. ISBN 88-87423-35-0.
  • Corrado Mornese, Eresia dolciniana e resistenza montanara, Roma, DeriveApprodi, 2002. ISBN 9788887423914.
  • Domenico Dante, Il tempo interrotto. Breve storia dei catari in Occidente, Palomar, Bari 2009.
  • Andrea Sossi, Medioevo Valdese 1173-1315. Povertà, Eucarestia e Predicazione: Tra identità minoritaria e rappresentazione cifrata del rapporto tra l'uomo e l'Assoluto , UNI Service Editrice, Trento, 2010.
  • Paolo Lopane, I Catari. Dai roghi di Colonia all'eccidio di Montségur, Besa, Nardò 2011.

Voci correlateModifica

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