Pigmalione

re di Cipro e scultore nella mitologia greca
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Pigmalione (in greco Πυγμαλίων) è un personaggio del mito greco. Re di Cipro secondo Arnobio[1] o semplice cittadino cipriota secondo Clemente Alessandrino[2], si sarebbe innamorato di una statua da lui stesso scolpita, ottenendo da Afrodite che fosse trasformata in donna vivente, che poi sposò.

Étienne Maurice Falconet: Pygmalion et Galatée (1763)

StoriaModifica

Arnobio, scrittore convertitosi al cristianesimo alla fine del III secolo, riprende il mito di Pigmalione. Tuttavia il precedente racconto di Ovidio[3], ha un significato più complesso: Pigmalione, uno scultore, aveva modellato nell'avorio un nudo femminile. Perdutamente innamoratosi della sua opera, l'aveva ritenuta espressione più alta della femminilità, superiore a qualunque donna anche in carne e ossa, tanto da dormirle accanto nella speranza che un giorno si animasse.

A questo scopo, in occasione delle feste rituali in onore di Afrodite, Pigmalione si recò al tempio della dea e la pregò di concedergli in sposa la scultura creata con le sue mani rendendola una creatura umana: la dea acconsentì. Ovidio in particolare dice che il re chiese alla dea di fargli sposare una fanciulla somigliante alla statua ma la dea intese il vero significato. Egli stesso vide la statua lentamente animarsi, respirare e aprire gli occhi.

Pigmalione e la statua si sposarono ed ebbero una figlia, Pafo, che diede successivamente il suo nome all'omonima città di Cipro famosa per un tempio dedicato ad Afrodite.

La statua, priva di nome nel mito, è stata denominata da autori moderni (dal XVIII secolo in poi) Galatea.

Il mito di Pigmalione viene ripreso da Petrarca nel sonetto LXXVIII del Canzoniere, quando il poeta aretino descrive il suo rimpianto nella contemplazione di un'opera di Simone Martini raffigurante Laura: un sentimento che muta quasi in frustrazione, proprio in virtù di un confronto tra la sua sorte e quella dello scultore.

Gianni Rodari in un racconto di Il libro degli errori si diverte a riprendere il mito concentrandosi su Pigmalione che tratta la statua come una donna vera, o meglio come una bambina fa con la bambola, offrendole da mangiare e fingendo che lei faccia battute divertenti a cui Pigmalione ride, "ma se le bambine crescono e smettono di giocare, lui non fece altrettanto per del tempo con la statua". Inventa poi che secondo il mito lui sposò la statua animata e "in realtà" una donna vera, continuando a scolpire le proprie fantasie e sogni. Quindi riprende la statua e la sua "umanizzazione" che in questo caso è solo nella mente dello scultore come allegoria della fantasia (trattare qualcosa di "morto" come se fosse vivo), il matrimonio di Pigmalione come il superamento di questa, crescita e ripresa-mantenimento del contatto con la realtà (smettere di "giocare" con la statua anche e presa di coscienza del fatto che non è viva, e sposare una donna vera) e come ridimensionamento del posto da dedicare alle fantasie (continua a scolpire come uno scrittore o artista che rimane ancorato alla realtà ed esprime i suoi sogni e passioni attraverso l'arte, alla portata di tutti).

Nell'uso comune, si definisce "pigmalione" chi assume il ruolo di maestro nei confronti di una persona rozza e incolta, plasmandone la personalità, sviluppandone le doti naturali e affinandone i modi.[4]

NoteModifica

  1. ^ Adversus nationes, VI, 22.
  2. ^ Protreptico, 4, coll. 155-6, in Patrologia Greca, vol. 8, ed. J.-P. Migne.
  3. ^ Le metamorfosi, X, 243-297.
  4. ^ pigmalióne, in Treccani.it – Vocabolario Treccani on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato l'11 febbraio 2016.

BibliografiaModifica

  • Elisabetta Intini, Pigmalione, un amore (quasi) impossibile, in Focus, n. 4, estate 2011, p. 76.
  • Annamaria Carassiti, Dizionario di mitologia, Roma, Newton & Compton, ISBN 88-8183-262-3.
  • Angela Cerinotti, Miti greci e di Roma antica, Firenze-Milano, Giunti, 2005, ISBN 88-09-04194-1.
  • Anna Ferrari, Dizionario di mitologia greca e latina, Torino, UTET, 2006, ISBN 88-02-07481-X.

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