Postdigitale

Postdigitale o post-digitale (dall'inglese postdigital) è un termine utilizzato in ambito artistico, filosofico, antropologico e nelle scienze sociali per indicare i rapporti mutevoli che l'uomo ha con le tecnologie digitali e l'arte.[1]

PremesseModifica

L'approccio di fronte a ciò che è postdigitale venne anticipato da Mark Weiser sul suo The Computer for the 21. Century (1991):[2]

«Elementi specifici di hardware e software collegati tra loro da cavi, onde radio e infrarossi saranno così onnipresenti che nessuno si accorgerà più della loro presenza.»

Tali premesse verranno ulteriormente messe a frutto da Nicholas Negroponte che, in un articolo di Wired intitolato Beyond Digital (1998), descrive gli approcci che si hanno di fronte a ciò che è "post-digitale", ovvero "globale, grande e piccolo, primario, uguale, sub-territoriale". Negroponte sposta l'attenzione del discorso sui media digitali a una visione più antropologica della vita reale e al relativo assorbimento delle possibilità dell'elaborazione dell'informazione digitale nella vita di tutti i giorni:[3]

«Come l'aria e l'acqua potabile, il digitale verrà notato solo attraverso la sua assenza, e non dalla sua presenza. I computer come li conosciamo oggi saranno a) noiosi e b) assumeranno le fattezze delle cose che oggi sono qualcos'altro: tecnologie di manicure, camicie autopulenti, auto senza conducente, bamboline Barbie terapeutiche [...] I computer stanno diventando una parte importante ma invisibile della nostra vita quotidiana: li vivremo, li indosseremo, e arriveremo addirittura a mangiarli. [...] Guarda: la rivoluzione digitale è ormai finita. Ora viviamo in un'era digitale, per quanto la cultura, le infrastrutture e l'economia ce lo consentano in questo momento storico. Ma i cambiamenti davvero sorprendenti avverranno altrove, nel modo in cui viviamo e nel modo in cui ci gestiamo insieme su questo pianeta. [...] Voglio dire, si può prevedere tutto questo.»

Musica e arteModifica

La parola "postdigitale venne utilizzata per la prima volta nel trattato accademico The Aesthetics of Failure: 'Post-Digital' Tendencies in Contemporary Computer Music (2000) di Kim Cascone, che prese a modello i sopracitati concetti sviluppati da Negroponte. Nel suo articolo, Cascone approfondisce il discorso sulla musica glitch, che sfrutta intenzionalmente degli errori dell'elaborazione dei dati digitali, e la cosiddetta microsound. Cascone sostiene che, con lo svilupparsi dell'e-business, nel quale "la lanugine digitale viene lanciata sul mercato nella produzione di massa per gigabyte [...] il mezzo della tecnologia digitale ha meno fascino per i compositori di per sé".[4] Se si esamina il paradigma testuale del consenso, ci si trova di fronte a un bivio: o la società “postdigitale” ha un significato che gli appartiene di natura o, altrimenti, essa sarebbe da considerare contestualizzata in un paradigma di consenso che comprende l’arte come una totalità.[1] L'artista telematico Roy Ascott ritiene che l'approccio con la realtà sia diverso fra ciò che è digitale e ciò che è postdigitale. Nel suo The Future of Art in a Postdigital Age (2011), Mel Alexenberg definisce l'arte post-digitale prendendo a modello diverse opere che fanno appello all'umanizzazione delle tecnologie digitali "attraverso un gioco di sistemi digitali, biologici, culturali e spirituali [...]" e attraverso collaborazioni in cui il ruolo dell'artista viene ridefinito. Su Art after Technology, Maurice Benayoun esamina i possibili sviluppi dell'arte post-digitale; egli afferma che il diffondersi delle tecnologie digitali ha cambiato l'intero panorama sociale, economico e artistico, e sostiene che gli artisti opereranno in modi che cercheranno di sfuggire alla tecnologia senza però poterla abbandonare del tutto. Pertanto, sempre secondo Benayoun, emergeranno nuove forme artistiche grazie alle tecnologie digitali, spaziando dal low-tech, alla biotecnologia fino alla cosiddetta "fusione critica" (“una modalità di azione basata su situazioni in cui finzione e realtà, vita e spettacolo, virtuale e reale interferiscono per rendere visibili le artificiosità del quotidiano”).[5]

FilosofiaModifica

Durante gli ultimi decenni, la percezione del post-digitale si è sviluppata sempre di più in termini di descrizione del comportamento creativo nei confronti dell'era dei computer. Nel 2002, Giorgio Agamben definì i nuovi paradigmi come le cose attraverso le quali pensiamo piuttosto che le cose che pensiamo. Pertanto, il post-digitale tenterebbe di esplorare le conseguenze del digitale, e non indicherebbe una vita dopo il digitale. Laddove l'era dei computer ha fatto progredire le persone con protesi invitanti e inquietanti, il post-digitale può creare un paradigma con cui è possibile comprendere questo progresso.[6]

NoteModifica

  1. ^ a b POSTDIGITAL, su hisour.com. URL consultato il 12 agosto 2020.
  2. ^ (EN) The Computer for the 21st Century (PDF), su wiki.daimi.au.dk. URL consultato il 12 agosto 2020 (archiviato dall'url originale il 16 novembre 2011).
  3. ^ (EN) Negroponte, su wired.com. URL consultato il 12 agosto 2020.
  4. ^ (EN) The Aesthetics of Failure: “Post-Digital” Tendencies in Contemporary Computer Music (PDF), su mitpress.mit.edu. URL consultato il 12 agosto 2020 (archiviato dall'url originale il 27 febbraio 2012).
  5. ^ (DE) Die Mechanik der Emotionen, su 90.146.8.18. URL consultato il 12 agosto 2020.
  6. ^ (EN) What Is a Paradigm, su egs.edu. URL consultato il 12 agosto 2020.

BibliografiaModifica

  • Maurizio Bolognini, Postdigitale - Conversazioni sull'arte e le nuove tecnologie, Carocci, 2008.
  • Monica Murero, Comunicazione post-digitale. Teoria interdigitale e mobilità interconnessa, libreriauniversitaria.it, 2014.
  • (EN) Roy Ascott, Educating Artists for the Future: Learning at the Intersections of Art, Science, Technology, and Culture, 2008.
  • (EN) Mel Alexenberg, The Future of Art in a Postdigital Age: From Hellenistic to Hebraic Consciousness, 2011.
  • (EN) Maurice Benayoun, Art after Technology, 2008.

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica