Registro de' giustiziati nella nobilissima scuola di S. Gio. Decolato

Il Registro de' giustiziati della Nobilissima Scuola di S. Gio. Decolato detto alle Case Rotte dall'anno MCDLXXI in avanti è un registro manoscritto compilato fra il 1471 e il 1763 dalla Confraternita di San Giovanni Decollato che aveva sede presso la chiesa di San Giovanni Decollato alle Case Rotte di Milano, poi demolita nel 1906. La Confraternita, che nel corso dei secoli assunse diverse denominazioni (Compagnia di Santa Maria della Morte e del Santissimo Corpo del Redentore, Scuola dei Bianchi, Scuola di disciplini di San Giovanni decollato alle Case rotte in San Giovanni decollato)[1] aveva quale scopo, almeno dalla metà del Trecento, l'assistenza spirituale ai condannati a morte e la sepoltura dei loro cadaveri in un cimitero attiguo alla chiesa. Il Registro contiene un elenco di 3 124 esecuzioni alle queli i confratelli presero parte con l'opera pia di confortare e seppellire i condannati a morte. Probabilmente copia di un più antico testo andato perduto, il manoscritto è oggi conservato presso la Biblioteca Ambrosiana e fu oggetto di uno studio apparso nel 1882 nel Giornale dell'Archivio Storico Lombardo a firma di Matteo Benvenuti. È in quel registro che fra, le altre, sono registrate le condanne a morte e le esecuzioni dei due untori Guglielmo Piazza e Gian Giacomo Mora, giustiziati durante la peste del 1630 e riportati alla memoria dal Manzoni nel celebre saggio Storia della colonna infame (1840).

Pena di morte nella Milano spagnolaModifica

Fra gli anni 1535 e il 1706 il Ducato di Milano fu assoggettato alla Corona di Spagna. Nei centosettantuno anni di dominazione spagnola vigeva nel Ducato la pena di morte, che poteva venire comminata per una ampia serie di delitti; va però tenuto presente che la legislazione penale di quei tempi non riconosceva tassativamente quali azioni costituissero un reato o crimine che prevedessero la morte: la pena capitale poteva essere inflitta indifferentemente per assassinio, omicidio, infanticidio, stupro, sodomia, furto, eresia, stregoneria, falsificazione di moneta, spergiuro, diserzione, spionaggio, tradimento, ma sempre in funzione dell'arbitrio e della ampia discreazionalità dei giudici e dell'occasione particolare che produceva la necessità di un giudizio.[2]

Il giudizio poteva essere emesso da diversi organi giudicanti: il Podestà, la Santa Inquisizione, il Capitano di giustizia, il Magistrato di sanità, il Giudice delle monete, il Senato, il Vescovo. Alla pena di morte, apparentemente, nessuno poteva quindi teoricamente sfuggire: militari, plebei, nobili, preti e frati; uomini e donne; giovani e vecchi.

Alcune condanne a morte riportate nel RegistroModifica

La prima condanna a morte riportata nel Registro è del 26 gennaio 1471, quando il Ducato era retto da Galeazzo Maria Sforza:

«1471 addì 26 Genaro Giustizia fatta a Vigentino, decapitata una Lucia Fontana et sepolta nel detto luogo»

Va notata la laconicità del testo: non viene infatti segnalato il crimine commesso dalla Fontana né da quale autorità fosse stata impartita la condanna a morte. Manca inoltre una descrizione più particolareggiata dell'esecuzione, cosa che invece nel registro verrà descritta con sempre più precisione negli anni della dominazione spagnola. Come notava il Benvenuti[3]

«Le prime note si limitano all'indicazione del nome, nomignolo, età, paternità e giorno dell' esecuzione del condannato. In avanti, particolarmente dopo preso stabile piede la dominazione di Spagna, le rubriche diventano più colme e giungono non di rado, con ispagnolesca tronfia vacuità, a narrare con dettaglio i fatti incriminati e gli incidenti processuali»

Quando Milano cadde sotto il dominio spagnolo la pena capitale era già applicata nel Ducato retto da Galeazzo Sforza mediante impiccagione, decapitazione o messa al rogo; i luoghi ove venivano preparate le forche erano solitamente la piazza Mercanti -nei pressi del Duomo-, la piazza Vetra oppure il luogo dove il crimine era stato commesso. Per i nobili invece il patibolo veniva innalzato al Verziere, sul corso di Porta Tosa, oggi nei pressi di largo Augusto. I cadaveri, come detto, venivano seppelliti nel cimitero della chiesa dagli Scolari di San Giovanni Decollato oppure direttamente sul luogo dove era stato comesso i crimine; il quel caso la sepoltura era data direttamente dal boia. Non di rado, però, capitava che del cadavere del giustiziato rimanesse poca parte da seppellire: soprattutto in epoca spagnola, infatti, la pena non si esauriva con la morte del condannato o con i tormenti ad esso inflitti prima dell'esecuzione: anche il cadavere era "oggetto della pena" e spesso accadeva che la colpa dovesse essere espiata anche dal cadavere stesso. Ne sono esempio le condanne per squartamento, quando accadeva che la testa e i quarti del giustiziato venissero esposti sul luogo del crimine come monito e come simbolo del crimine commesso. In quei casi poteva succedere che quanto rimaneva del giustiziato venisse lasciato per giorni esposto alle intemperie e all'azione degli animali: quanto restava veniva raccolto dagli Scolari e seppellito, con tutte le difficoltà del caso.

«La pena di morte non era esente da esacerbazioni. In alcuni casi il condannato si trascinava al patibolo, a coda di cavallo. In altri casi lo si poneva sopra un carro ed a determinate località lo si attanagliava al dorso fino a tre volte con ferro rovente. Avveniva ancora, specie ai ladri, che prima dell'appensione o decapitazione, gli si tagliasse una ed anche ambe le mani. Fatti cadavere li si lasciavano esposti fino alla notte, ed alcune fiate li si squartavano, si mandavano i quarti nei luoghi ove eransi commessi i misfatti, e di frequente non rimanevano alla Nobilissima confraternita, che le interiora da seppellire nella fossa comune pei condannati a S. Giovanni alle Case Rotte.»

Ne è un esempio l'esecuzione di un tal Giorgio Senese nel 1552:

«1552. Adi 8 Giugno, Giustizia fatta In la Piazza Castello, fu squartato vivo un Giorgio Senese, la Testa fu messa sopra il Torrione del Castello, et li quarti alle muraglie delle Porte, p. causa di voler dar via il Castello alli Francesi»

L'ultima condanna a morte registrata nel documento è del 1º giugno 1763, quando ormai Milano era sotto la dominazione austriaca cominciata nel 1714 e che cesserà nel 1859 con la caduta del Regno Lombardo-Veneto:

«Sopra diffinitiva Relazione dell' Egr.° Sig.r D.a Pietro Morosini Regio Podestà di Milano è stato questa mattina dal Senato Eccel.mo Condannato Giuseppe Antonio Caresana nativo della Lomellina già da molti anni abitante in q.ta Città, ad essere appiccato alla Vetra in modo che muoja come reo conf.ssO e constituito; Primo del barbaro Omicidio effettuato nella persona della fu Clara Confalonieri, moglie di Gio. Antonio Cavenaghi, per la di lei morte seguita il gno. il 15 April hor scorso, cagionato da repplicati colpi con Coltello da ponta, e con un pezzo di legno volgarmente chiamato Rodondino, che la mattina del giorno 19 del precedente mese di Marzo il med.° Giuseppe Antonio Caresana proditoriamente nella di Lei Casa sit.a in questa Città ha dato nella gola, e sulla testa alla sud.a Defunta, la quale essendo caduta nel fuoco, presso cui è stata assalita, si è abbruggiata la mano sinistra, e gravem.te scottato il braccio destro, siccome altressì dalla successiva rubberia di danari, e robba commessa dal d.° Carasena nella Casa ed a pregiudizio degli istessi Giugali Cavenaghi in tutto pel valore di L. 155. Secondo per la delazione del succennato coltello diritto con punta. Tale Sentenza è stata eseguita il gno. 3 d.° Giugno, sotto la Prefettura del Sig.r Co: Gio. Ant.° Visconti Borromeo.»

NoteModifica

BibliografiaModifica

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica