Ridwan ibn Tutush

re selgiuchide

Fakhr al-Mulk Riḍwān ibn Tutush o Ridwan d'Aleppo (in arabo: فخر الملك رضوان بن تتش‎, Fakhr al-Mulk Riḍwān ibn Tutush[1]; ... – ...) è stato un re selgiuchide di Aleppo (1095-1113), figlio di Tutush ibn Alp Arslan.

Arrivo al potere e prime attivitàModifica

Ridwan, al momento della sua ascesa al potere, fece strangolare due dei suoi fratelli più giovani, per paura che essi potessero disputargli un giorno il potere. Duqaq, il terzo fratello, riuscì a fuggire dalla cittadella di Aleppo mentre gli schiavi di Ridwan tentavano di strangolare anche lui. Si rifugiò a Damasco, la cui guarnigione lo proclamò Sultano, ee giurò da quel momento un odio implacabile al fratello che aveva cercato di assassinarlo.

In occasione dell'assedio di Antiochia da parte dei Crociati, nel 1098, l'Emiro Yaghisiyan, si rivolse a suo genero Ridwan, per chiedergli rinforzi. Suo figlio Shams al-Dawla si recò ad Aleppo. I Crociati avevano condotto razzie sui territori di Ridwan per vettovagliarsi. Quest'ultimo si sentì minacciato e decise di inviare un esercito che si avvicinò ad Antiochia il 9 febbraio. Temendo le capacità guerriere dei Crociati, egli cercò di tener ben coperte le proprie truppe, malgrado la sua superiorità numerica. Anziché dispiegarle, egli le ricoverò per la notte in una stretta striscia di terra rinchiusa fra l'Oronte e il lago di Antiochia, per evitare ogni pericolo di accerchiamento. Allorché i Crociati attaccarono all'alba, gli Aleppini furono paralizzati dall'esiguità del terreno su cui operare. Ammassati in una serie di corpo a corpo contro gli uomini coperti di pesante armature protettive, essi furono schiantati e fuggirono in co0mpleto disordine. Sotto le mura di Antiochia, i difensori operarono una massiccia sortita che obbligò gli assedianti ad arretrare. Poco prima di mezzogiorno, gli Antiocheni cominciarono a investire l'accampamento crociato. Alla notizia della disfatta di Ridwan, l'Emiro Yaghisiyan ordinò ai suoi uomini di rientrare nella città. Con una macabra azione che aveva lo scopo di seminare il terrore nelle file dei difensori, le teste degli Aleppini sconfitti e uccisi furono catapultate all'interno della città di Antiochia.

Nel 1101, le truppe di Ridwan parteciparono a fianco del Sultano di Rum Qilij Arslan I e dei Danishmendidi al massacro dei Crociati che tentavano di attraversare l'Anatolia, dalla loro base di partenza di Costantinopoli per operare nel teatro bellico della Siria-Palestina.

L'influenza degli AssassiniModifica

Nel 1103, la setta degli Assassini inviò presso Ridwan un nuovo consigliere persiano, Abu Tahir, il gioielliere. La sua influenza sul re divenne presto assai forte. Nessun Aleppino poté più ottenere il minimo favore dal monarca o risolvere un problema amministrativo senza passare attraverso gli innumerevoli personaggi della setta infiltrati nell'entourage del re. Gli Assassini erano per lo più detestati, a causa della loro potenza e del favore che essi manifestavano nei fatti ai Crociati, convinti come essi erano che i peggiori nemici dell'Islam fossero i sunniti. In Siria erano chiamati batiniti, "coloro che conoscono il senso nascosto ( bāṭin ) dell'Islam e non si limitano a quello apparente ( ẓāhir)". Gli sciiti, come il qāḍī Ibn al-Khashshab, non avevano alcuna simpatia per essi, dall'epoca della loro rottura con l'Imamato fatimide d'Egitto. L'attitudine generalmente conciliante di Ridwan verso i Crociati sarebbe in parte dovuta ai consigli dei "batiniti".

Nel 1107, Ridwan s'alleò con Tancredi d'Altavilla, signore di Antiochia, contro la coalizione dell'Atabeg di Mosul, Jâwali Saqâwâ, e del conte Baldovino II di Edessa. Essi risultarono vincitori del confronto, nei pressi della fortezza di Tell Basher nell'ottobre del 1108.

Nel 1111, Tancredi d'Altavilla fece firmare agli Aleppini un trattato umiliante per il quale essi avrebbero dovuto versargli un tributo annuo di 20.000 dinar, consegnargli due importanti fortezze nelle vicinanze della loro città e offrirgli, in segno d'alleanza, i loro dieci più bei cavalli. Il qadi sciita di Aleppo, Ibn al-Khashshab, capo del movimento patriottico e pietista, reclamò coi suoi partigiani l'invio d'una delegazione a Baghdad. Il re Ridwan, non aveva però alcuna intenzione di coinvolgere suo cugino, il Sultano Muhammad I nelle sue questioni, ma davanti all'inefficacia delle ultime delegazioni, lasciò fare.

Ibn al-Khashab e un importante gruppo di Aleppini fecero irruzione nella moschea del Sultano, a Baghdad, per lanciare un appello alla lotta contro i Crociati (17 febbraio 1111). Malgrado vaghe promesse, essi ripeterono l'azione il venerdì successivo, stavolta nella moschea del Califfo, provocando un autentico trambusto. Allo stesso momento, la sorella del Sultano selgiuchide Muhammad, moglie del Califfo, arrivò da Isfahan a Baghdad con il suo grande seguito. Temendo per la sua sicurezza, il Califfo al-Mustazhir bi-llah decise di seguire gli scontenti. Il Sultano lo impedì e ordinò per converso agli Emiri e agli altri capi militari di recarsi delle loro province per prepararsi al jihād. Il governatore di Mosul, l'Emiro Mawdûd ibn Altûntâsh, marciò su Aleppo alla testa di un potente esercito. Ridwan non ebbe altra scelta se non di partecipare al jihād a fianco del Sultano Muhammad. Ma quando l'esercito selgiuchide si avvicinò alla città in luglio, Ridwan ordinò di sbarrare tutte le porte e fece arrestare Ibn al-Khashshab e i suoi seguaci, che egli fece chiudere nella cittadella. Privi di rifornimenti e vettovaglie, le truppe del Sultano si vendicarono saccheggiando i dintorni di Aleppo. In seguito ad alcuni dissensi fra Mawdud e gli altri Emiri, l'esercito si disintegrò senza condurre alcun combattimento.

Nel 1113, l'Emiro di Mosul Mawdûd ibn Altûntâsh tornò in Siria, incaricato dal Sultano di riunire tutti i principi musulmani, eccezion fatta per Ridwan d'Aleppo, contro i Crociati. Insediò il proprio quartier generale vicino Damasco, dove fu ricevuto dall'atabeg Toghtigin, che temeva tuttavia che egli s'impadronisse della città. Uscendo dalla moschea, Mawdud fu pugnalato a morte e morì per le ferite il 2 ottobre. Toghtigin accusò Ridwan e la setta degli Assassini, mais la maggior parte dei suoi contemporanei sospettarono l'atabeg del complotto. Il Sultano Muhammad, venendo a conoscenza dell'omicidio del suo luogotenente, decise di richiamare all'ordine la Siria (1115).

La fine del regnoModifica

Ad Aleppo, il qadi Ibn al-Khashshab, che venne a sapere che Ridwan era gravemente malato, riunì i suoi partigiani a fine novembre. Il re morì il 10 dicembre. Gruppi di miliziani armati occuparono allora i principali edifici della città e misero le mani sui sostenitori di Ridwan, particolarmente sui numerosi adepti della setta degli Assassini, che furono messi a morte per intelligenza col nemico crociato (circa 200). Il nuovo re, Alp Arslan (il Balbuziente o il Muto), figlio sedicenne di Ridwan, schierandosi con Ibn al-Khashshab, fece imprigionare tutti i collaboratori di suo padre e fece loro mozzare la testa. Il qadi d'inquietò e domandò al giovane re di non affogare la città in un bagno di sangue. Alp Arslan non volle ascoltarlo. Fece giustiziare due dei suoi tre fratelli, numerosi militari, un certo numero di servitori… Il re sembrava impazzito. Il vuoto si creò attorno a lui e solo il suo eunuco, Lu'lu' (Perla) osò ancora avvicinarsi a lui. Nel settembre 1114, approfitterà del sonno del suo signore per ucciderlo e insediare al suo posto un altro figlio di Ridwan, di 6 anni. La città cadde nell'anarchia.

Dopo il massacro dei suoi partigiani ad Alepo, la setta degli Assassini mutò tattica. Inviò in Siria un propagandista ( dāʿī ) persiano di nome Bahram, che sospese provvisoriamente ogni azione spettacolare e organizzò un'azione capillare d'infiltramento nelle strutture politiche dell'area vicino-orientale.

NoteModifica

  1. ^ Fakhr al-Mulk è un laqab che significa Vanto del Regno

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica

  • titre=, su web.genealogie.free.fr (archiviato dall'url originale il 21 gennaio 2008). Testo "La Dinastia selgiuchide" ignorato (aiuto)
  • Janine et Dominique Sourdel, Dictionnaire historique de l'islam, Parigi, Éd. PUF, ISBN 978-2-130-54536-1, articolo Seljoukides, pp. 740–743.