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Ricostruzione di sambuca ellenistica

La sambuca (in greco σαμβύκη sambýkē) era un'antica macchina da guerra ellenistica (inventata da Eraclide di Taranto attorno al III secolo a.C.) e utilizzata fino in epoca medievale, Era a forma di ponte volante che serviva per scalare le mura.

Indice

StrutturaModifica

Questa macchina da guerra consisteva in una torre d'assedio trasportata tra due navi affiancate. Condotta dalle navi sotto le mura delle città nemiche, gli uomini tentavano di appoggiare la torre alle mura per poi scavalcarle grazie ad una sorta di ponte levatoio manovrato da corde. Venne chiamata sambuca in quanto una volta innalzata assomigliava in qualche modo allo strumento musicale sambuca.[1] Questa la descrizione che ne fa Polibio durante l'assedio di Siracusa:

«Dopo aver posto una scala, larga quattro piedi, da risultare alta come le mura, e collocata ad una giusta distanza da queste, ne avevano chiuso i fianchi a sua protezione; l'avevano posta in modo orizzontale sulle fiancate adiacenti tra loro delle navi affiancate, molto sporgenti rispetto ai rostri. Alla sommità degli alberi erano poste delle carrucole con funi, per cui quando era necessario, legavano le funi all'estremità superiore della scala, e poi le tiravano con le carrucole, le tiravano (alzandole), da poppa. Altri uomini, stando a prua, cercavano di assicurare la macchina così innalzata, puntellandola alla sua base. Servendosi quindi delle file dei remi, poste sulle due fiancate esterne, avvicinavano le navi a terra e provavano ad appoggiare la scala al muro. In cima alla scala, era posto un tavolato protetto su tre lati da graticci, dove salivano quattro uomini, i quali davano battaglia con il nemico posto sulle mura, pronto ad impedire che la sambuca venisse appoggiata al muro. Una volta riusciti ad appoggiare la scala, si trovavano spora il livello delle mura, toglievano i graticci laterali e scendevano dal tavolato sui fianchi, su mura e torri. Gli altri seguivano, salendo attraverso la sambuca [...].»

(Polibio, VIII, 4, 4-10.)

StoriaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Armi d'assedio (storia romana).

La sambuca era una macchina da guerra ereditata dai Greci, con la forma di un ponte volante (una specie di ponte levatoio mobile, manovrato da corde), atta a scalare le mura avversarie. Fu inventata da Eraclide di Taranto attorno al III secolo a.C. Ed i Romani ne appresero l'utilizzo subito dopo le guerre pirriche degli anni 280-275 a.C. Un esempio di questa macchina da guerra lo abbiamo descritto da Polibio durante l'assedio di Siracusa del 212 a.C. durante la seconda guerra punica:

«I Romani, allestiti questi mezzi, pensavano di dare l'assalto alle torri, ma Archimede, avendo preparato macchine per lanciare dardi a ogni distanza, mirando agli assalitori con le baliste e con catapulte che colpivano più lontano e sicuro, ferì molti soldati e diffuse grave scompiglio e disordine in tutto l'esercito; quando poi le macchine lanciavano troppo lontano, ricorreva ad altre meno potenti che colpissero alla distanza richiesta. [...]Quando i Romani furono entro il tiro dei dardi, Archimede architettò un'altra macchina contro i soldati imbarcati sulle navi: dalla parte interna del muro fece aprire frequenti feritoie dell'altezza di un uomo, larghe circa un palmo dalla parte esterna: presso di queste fece disporre arcieri e scorpioncini e colpendoli attraverso le feritoie metteva fuori combattimento i soldati navali. [...] Quando i Romani tentavano di sollevare le sambuche, Archimede ricorreva a macchine che aveva fatto preparare lungo il muro e che, di solito invisibili, al momento del bisogno si levavano minacciose al di sopra del muro e sporgevano per gran tratto con le corna fuori dai merli. Queste potevano sollevare pietre del peso di dieci talenti e anche blocchi di piombo. Quando le sambuche si avvicinavano, facevano girare con una corda nella direzione richiesta l'estremità della macchina e mediante una molla scagliavano una pietra. Ne seguiva che non soltanto la sambuca veniva colpita ma pure la nave che la trasportava e i marinai correvano estremo pericolo.»

(Polibio, Le Storie, VIII, 5.)

Un altro esempio lo abbiamo descritto da Appiano di Alessandria nel corso dell'assedio di Rodi da parte delle truppe di Mitridate nel corso della prima guerra mitridatica (autunno dell'88 a.C.):[2]

«[...] le forze di terra di Mitridate salparono a bordo di navi mercantili e triremi, ma una tempesta, che soffiava da Caunus, li spinse verso Rodi. I Rodii navigarono loro incontro e piombarono su di loro mentre erano ancora dispersi per gli effetti della tempesta; ne catturano alcuni, speronano altri, altri ne bruciano e ne fanno prigionieri 400 circa. Allora Mitridate si preparò per un'altra battaglia navale ed un nuovo assedio al tempo stesso. Egli costruì una sambuca, un'immensa macchina da guerra per scalare le mura con una scala, montata su due navi. Alcuni disertori gli mostrarono una collina, facile da scalare, dove si trovava il tempio di Zeus Atabyrius, circondato da un muretto. Mise una parte del suo esercito sulle navi di notte, distribuite altre scale agli altri, comandò ad entrambi gli eserciti di muoversi in silenzio fino a quando non avessero visto un segnale luminoso dato dal monte Atabyrius, per poi fare il maggior rumore possibile, dando disposizioni ad alcuni di attaccare il porto e ad altri le mura. E così cominciarono ad avvicinarsi in un profondo silenzio. Le sentinelle di Rodi sapevano quello che stava succedendo e accesero un fuoco. L'esercito di Mitridate, pensando che questo era il segnale luminoso da Atabyrius, ruppero il silenzio con grande clamore, coloro che disponevano delle scale [sotto le mura] e il contingente navale cominciarono a gridare tutti insieme. I Rodii, non tutti sbigottiti, risposero al clamore precipitandosi in massa sulle mura. Le armate del re non ottennero nulla quella notte, e il giorno dopo furono cacciati fuori.»

(Appiano, Guerre mitridatiche, 26.)

Alla fine Mitridate desistette ed abbandonò Rodi:

«I Rodii risultarono più che altro sorpresi dalla sambuca, che fu spostata contro la parte di mura dove si trova il tempio di Iside. Operava con varie armi, sia arieti sia proiettili. I soldati erano tutti intorno in cerchio, sopra numerose piccole imbarcazioni, con scale, pronti a scalare le mura grazie a questa. Tuttavia i Rodii resistettero all'attacco con fermezza. Infine, la sambuca crollò a causa del proprio peso, e l'apparizione di Iside fu vista scagliare una grande quantità di fuoco su di essa. Mitridate disperando della sua impresa, si ritirò da Rodi.»

(Appiano, Guerre mitridatiche, 27.)

Altro esempio lo troviamo nel corso dell'assedio di Cizico del 74 a.C., quando Mitridate fece avanzare una sambuca montata su due quinqueremi unite tra loro, dove era posta una torre per l'assedio del porto, da cui veniva calato un ponte levatoio mobile attraverso un dispositivo meccanico una volta avvicinate alle mura affiancate. Appiano di Alessandria racconta che una volta fatto calare il ponte levatoio sulle mura della vicina città, con grande rapidità, mentre quattro suoi soldati lo attraversarono di corsa. I Ciziceni rimasero, in un primo momento, a bocca aperta per la novità del dispositivo, ma in seguito si fecero coraggio e riuscirono a respingere il primo assalto dei quattro soldati giù dalle mura. Poco dopo disposero di versare pece infuocata sulle due navi lì sotto, costringendo il nemico ad allontanarsi. In questo modo i Ciziceni riuscirono a battere gli invasori dal mare.[3]

NoteModifica

  1. ^ Polibio, VIII, 4, 11.
  2. ^ Appiano, Guerre mitridatiche, 26-27.
  3. ^ Appiano, Guerre mitridatiche, 73-74.

BibliografiaModifica

Fonti primarie
Fonti storiografiche moderne
  • Giuseppe Cascarino, L'esercito romano. Armamento e organizzazione. Dalle origini alla fine della repubblica, vol.I, Rimini, Il Cerchio, 2007, ISBN 978-88-8474-146-2.