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Manifesto delle scuole di fumetto disegnato da Enrico Macchiavello

Scuola di Rapallo è convenzionalmente definita nel mondo dei fumetti una cerchia di artisti che, dal 1950 in poi, si sono ritrovati a stretto contatto con Luciano Bottaro, autore di fumetti e disegnatore di fama internazionale, nato proprio a Rapallo, sede della Mostra Internazionale dei Cartoonists.[1][2]

StoriaModifica

Quando Luciano Bottaro iniziò a lavorare nel mondo del fumetto, Guido Scala e Franco Aloisi si erano fatti avanti per aiutare il maestro nella realizzazione delle molte serie da questi portate avanti: disegnavano alcuni episodi in prima persona, altri li inchiostravano semplicemente o realizzavano parte degli sfondi, acquisendone, soprattutto Scala, lo stile grafico e narrativo.

Nasce così la Scuola di Rapallo, al cui successo contribuirono un buon numero di artisti, che dimostrarono di avere un inconfondibile stile che molto doveva a Bottaro. I primi a iniziare furono Scala e Aloisi, ma in seguito si unirono Chendi, Rebuffi, e, con la partenza dello Studio Bierrecì, Marciante, Uggetti, Colantuoni e anche i bonelliani Berardi e Milazzo.[senza fonte]

E soprattutto Scala è colui che, in quegli anni, sostituisce spesso e volentieri Bottaro ai disegni di Pik e Pok, di Oskar, di Baldo, mentre Aloisi preferisce presentare una serie da lui stesso ideata, Pietro e Genio, sempre sulle pagine del mensile Oscar. Al gruppo, poi, si aggiunge prima Carlo Bracci, con una fugace apparizione, quindi lo sceneggiatore Carlo Chendi, che dal 1952 si occupa di Cucciolo e Beppe, Tiramolla, Baldo, Pik e Pok, per poi esordire nel 1954 in Disney con Le miniere di re... Paperone, su disegni di Bottaro.

Nel frattempo Aloisi inizia a lavorare a un suo Dottor Faust, in cui il protagonista si barcamena per il mondo alla ricerca di anime da dannare: si può intravedere, in quest'opera, alcuni degli spunti narrativi di partenza presenti ne Il Dottor Paperus, della coppia Chendi-Bottaro appena alcuni mesi prima.

Scala e Bracci arrivano poi ad occuparsi anche del Carosello.

Girandola TV, infatti, un albo a fumetti della Fasani, inizia a pubblicare molti dei personaggi che compaiono nel fortunato programma della Rai, e i due discepoli di Bottaro iniziano ad occuparsi di personaggi come Toto e Tata di Paul Campani o i due rivali messicani Geronio e Geranio.

Al gruppo si unisce anche Giorgio Rebuffi, con il quale, sul finire degli anni sessanta, Bottaro e Chendi daranno origine allo Studio Bierrecì, il primo esperimento di autoproduzione in Italia e la punta di diamante più evidente nell'attività della Scuola rapallese.

Per lo studio di Bottaro, poi, durante gli anni settanta, passano altri giovani talenti come Enzo Marciante, Stefano Rolli, una giovane come Maria Luisa Uggetti, creatrice grafica insieme a Massimo De Vita di Indiana Pipps, Gino Esposito, disegnatore di molte storie italiane del gatto Silvestro, e anche due giovani dal futuro brillante come Giancarlo Berardi ed Ivo Milazzo.

Guidati da Bottaro, Chendi, Rebuffi, Colantuoni, i giovani hanno nel tempo dato lustro all'arte del Maestro, proponendo le loro personalissime interpretazioni.

Il disegnatore ha sempre avuto una certa indipendenza e la maggior parte delle sue storie lo vedono come autore completo. Oltre alle parodie Disney, nelle quali si trovano spesso i prototipi delle sue Mattaglie, ha spesso messo i suoi personaggi in situazioni strane e assurde, come nel caso di Zio Paperone e lo scherzo cinese o di Paperino e il vaso rosso dei Ming o di Pippo e il virus in soffitta.

Oggi, più che di Scuola di Rapallo, si può parlare di giovani artisti che crescono seguendo la sua linea narrativa e grafica; si possono citare Alessandro Perina, Stefano Mirone, Lorenzo Pastrovicchio, Sergio Cabella, Francesco Guerrini, che hanno ereditato dal suo tratto alcuni elementi caratteristici.[senza fonte]

NoteModifica

  1. ^ Luciano Bottaro: di funghi, gioviali ed altre storie | Lo Spazio Bianco, in Lo Spazio Bianco, 11 aprile 2007. URL consultato il 17 aprile 2018.
  2. ^ FUMETTI: ADDIO A BOTTARO, CREO' BALDO, PIK E POK E PON PON (3), su www1.adnkronos.com. URL consultato il 17 aprile 2018.
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