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«Il progresso e la civiltà, nei tempi correnti, vengono interpretati diversamente da quello che si intendevano innanzi. Oggi, progresso e civiltà all’uso piemontese vuol dire: abbassamento della suprema autorità, della civiltà, della morale. Secondo la loro moda: la proprietà è furto; il diritto è tirannide; la religione è inceppamento; la pietà è delitto; il fucilare è bisogno; lo spoglio dei popoli è necessità. Chi è dunque cieco anche nella mente, da non vedere in questa civiltà ed in questo progresso l’abbrutimento della società?»

(Teodoro Salzillo, 1868)

Teodoro Salzillo (Pozzilli, 20 febbraio 1826Venafro, 20 giugno 1904) è stato un patriota italiano, intellettuale e legittimista del Regno delle Due Sicilie, capo di una folta formazione di cittadini e soldati sbandati dell'Esercito delle Due Sicilie, al comando della quale partecipò a numerosi fatti d'armi contro l'esercito piemontese, tra cui la battaglia del Macerone e la rivolta di Isernia.

BiografiaModifica

Affidato per gli studi ad uno zio prete, ne ricavò un'istruzione sufficiente a dare sfogo alla propria vena di scrittore, tanto che, come riportato nella sua opera "Roma e le menzogne parlamentari nelle Camere de Comuni di Londra e Torino", al 1863 aveva scritto dodici tra volumi di saggistica, poesia e prosa. Di sentimenti inizialmente liberali, all'epoca dei moti del 1848 fu dalla parte dei rivoltosi. Nel 1860, tuttavia, all'atto dell'invasione del Regno delle Due Sicilie da parte delle truppe garibaldine, prima, e di quelle piemontesi, poi, fu un convinto attore della reazione armata. Raccolta una banda di circa mille effettivi, composta per lo più di cittadini, membri della Guardia urbana e gendarmi, svolse un'azione di supporto alle truppe regolari del regno delle Due Sicilie nell'area del Matese.

Salzillo prese parte a numerosi scontri con i garibaldini e le truppe piemontesi, quali le citate battaglie d'Isernia e del Macerone, entrando in questo modo a far parte del movimento di resistenza civile che si organizzò intorno al vescovo di Isernia monsignor Gennaro Saladino, e che ebbe il conte Giovanni Maria D'Alessandro tra i suoi protagonisti. Dei suoi uomini scriverà in seguito:

«Questi volontari, parte guardie urbane e parte soldati congedati, formavano un battaglione di 1000 individui, da noi organizzato, senza il minimo concorso monetario del governo. Esso si distinse nell’occupazione di Venafro e di Fornelli; nell'attacco di Isernia con De Luca e Ghirelli; nell'attacco di Pettoranello e Carpinone col colonnello garibaldino Nulli (…). Nell'attacco al Macerone col Generale piemontese Griffini, comandante due battaglioni d’avanguardia, questi volontari mostrarono sommo valore, a già prima avevano liberato Forli da 200 garibaldini, prendendovi il procaccio con oltre a 7000 ducati, che trasportarono a Gaeta»

(Teodoro Salzillo[1])

Il 22 ottobre 1860, essendosi reso conto che le sorti militari del Regno volgevano al peggio, Salzillo raggiunse Francesco II delle Due Sicilie, partecipando all'Assedio di Gaeta e seguendo il sovrano nell'esilio di Roma[2]. Qui si inserì negli ambienti legittimisti, che comprendevano, tra gli altri, lo storico Giacinto De' Sivo ed il cappellano militare Giuseppe Buttà. Similmente a costoro, a Roma Salzillo iniziò la redazione di opere memorialistiche che raccontassero gli ultimi avvenimenti del Regno delle Due Sicilie visti dalla parte degli sconfitti. In una di esse, egli rivendicò il ruolo di prima linea avuto dagli uomini da lui comandati nel corso della battaglia di Isernia, scagliandosi nei confronti del comandante delle truppe regolari del regno delle Due Sicilie:

«Ci reca maraviglia, osservando i rapporti del Maggiore de Liguori e di Scotti-Duclas Generale, rinvenire usurpata tutta questa gloria. Dopo la vittoria riportata su dei tre battaglioni garibaldini nel piano di Carpinone [contro Nullo], il de Liguori scriveva al Duca S.Vito: Abbiamo sostenuto un brillante fatto d'armi. Gli domandiamo noi: e quando mai usciste da Isernia? Non vi ricorda che tra i vostri dipendenti, solo i tre sopraddetti ufficiali, [i capitani di gendarmeria Graux e Monteleone e l’alfiere de Vivo] volontariamente, con 85 gendarmi si spinsero con noi all’attacco? Non vi ricorda che tutto su di noi poggiavate? E poi, chi di noi due è stato processato? La storia Signor Maggiore, dirà: chi sostenne il brillante fatto d’armi! Il lettore sappia: che non solo il de Liguori così fece, ma tutti i Capi, i quali nascosero sempre le loro viltà sotto il coraggio dei dipendenti»

(Teodoro Salzillo[3])

Nel 1863 lasciò Roma per Malta, dove pubblicò Roma e le menzogne parlamentari nelle camere de comuni di Londra e di Torino, per poi fare ritorno nella città capitolina. Nel 1870, ormai perse le speranze di un rovesciamento della situazione, ritornò nella propria terra d'origine e prese dimora a Venafro. Qui passò gli ultimi anni della sua vita, dedicandosi tra l'altro alla scrittura dell'opera Storia civile dell'antica città di Venafro, pubblicata nel 1877.

OpereModifica

NoteModifica

  1. ^ Teodoro Salzillo (sotto il nome di Lucio Severo) (1865) Di Gaeta e delle sue diverse vicissitudini fino all‘ultimo assedio del 1860-61, p. 13
  2. ^ Anonimo (Stefano Jadopi) Reazione d‘Isernia, Il Giudizio innanzi la Corte d‘Assise ed i ricorsi in Cassazione, in Storia d‘Isernia al cadere dei Borboni nel 1860, p. 160
  3. ^ Lucio Severo (Teodoro Salzillo) (1865) Di Gaeta e delle sue diverse vicissitudini fino all‘ultimo assedio del 1860-61, p. 13.