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Vittoria Gorizia Nenni (Ancona, 31 ottobre 1915Auschwitz, 15 o 16 luglio[1] 1943) è stata un'antifascista italiana, vittima dei campi di concentramento nazisti.

Indice

BiografiaModifica

Terza figlia di Pietro Nenni, sposò giovanissima il francese Henry Daubeuf, con il quale entrò a far parte della Resistenza in Francia.

Nel 1942 fu arrestata dalla Gestapo e insieme al marito accusata di propaganda gollista e antifrancese. Mentre il marito fu trucidato l'11 agosto a Mont Valérien[2], Vittoria venne incarcerata nel Forte di Romainville[3], da cui il 23 gennaio 1943 fu deportata nel campo di sterminio di Auschwitz in Polonia.

Avrebbe potuto salvarsi rivendicando la nazionalità italiana, ma rifiutò, dichiarando di sentirsi francese e di voler seguire la sorte delle compagne di prigionia. Pur non essendo iscritta né al Partito Comunista Francese né alla Sezione Francese dell'Internazionale Operaia, si unì al gruppo dei comunisti francesi.

Dopo essere stata assegnata al lavoro nelle paludi, morì di tifo nell'estate 1943.

Sulla teca che ad Auschwitz la ricorda sono scritte le sue ultime parole:

«Dite a mio padre che non ho perso coraggio mai e che non rimpiango nulla»

(Vittoria Nenni)

Pietro Nenni seppe della morte della figlia solo il 20 maggio 1945[4] dal suo compagno di partito e amico fraterno Giuseppe Saragat, all'epoca ambasciatore d'Italia in Francia:

«Una giornata angosciosa. Tornato in ufficio… informato che c'è una lettera di Saragat a De Gasperi che conferma la notizia della morte di Vittoria. Ho cercato di dominare il mio schianto e di mettermi in contatto con De Gasperi che però era al Consiglio dei ministri. La conferma mi è venuta nel pomeriggio, da De Gasperi in persona, che mi ha consegnato la lettera di Saragat. La lettera non lascia dubbi. La mia Vivà sarebbe morta un anno fa nel giugno. Mi ero proposto di non dire niente a casa, ma è bastato che Carmen mi guardasse in volto per capire … Poveri noi! Tutto mi pare ora senza senso e senza scopo. I giornali sono unanimi nel rendere omaggio alla mia figliola. Da ogni parte affluiscono lettere e telegrammi. La parola che mi va più diretta al cuore è quella di Benedetto Croce: "Mi consenta di unirmi anch'io a Lei in questo momento altamente doloroso che Ella sorpasserà ma come solamente si sorpassano le tragedie della nostra vita: col chiuderle nel cuore e accettarle perpetue compagne, parti inseparabili della nostra anima". Povera la mia Vittoria! Possa tu, che fosti tanto buona e tanto infelice, essere la mia guida nel bene che vorrei poter fare in nome tuo e in tuo onore.»

Il 10 agosto 1945 Pietro Nenni incontrò nell'ambasciata italiana di Parigi Charlotte Delbo Dudach[5]. Scrisse Nenni più tardi nel suo diario: "Mi è sembrato che chi può fiorire una tomba conserva un'apparenza almeno di legame con i suoi morti. Non così per me che penso disperatamente alla mia Vittoria e non ho neppure una tomba dove volgere i miei passi. Il 31 ottobre era l'anniversario della mia figliola. Avrebbe avuto trent'anni e tutta una esistenza ancora davanti a sé … quanto sarebbe stato meglio davvero che io, in vece sua, non fossi giunto al traguardo".

NoteModifica

  1. ^ Ansa
  2. ^ La fortezza del Mont-Valérien è un forte poligono a cinque lati, costruito tra il 1840 e il 1846 sul Monte Valérien, una collina che culmina a 162 metri, situata ad alcuni chilometri ad ovest di Parigi, fra i comuni di Suresnes, Nanterre e Rueil-Malmaison. È uno dei sedici forti costruiti intorno a Parigi. Durante la seconda guerra mondiale più di un migliaio di partigiani ed ostaggi vi furono fucilati dai tedeschi. Addossato al lato sud del suo muro di cinta si trova il "Memoriale della Francia combattente", eretto in omaggio a tutti i morti della guerra 1939-1945, inaugurato dal generale De Gaulle il 18 giugno 1960.
  3. ^ Situato in zona militare nella periferia di Parigi, nel 1940 fu occupato dalle forze armate tedesche e trasformato in una prigione, in cui furono internati resistenti e ostaggi prima di essere fucilati o deportati nei campi di concentramento di Auschwitz, Ravensbrück, Buchenwald e Dachau.
  4. ^ Biografia di Nenni, Fondazione Nenni. URL consultato il 30 marzo 2010 (archiviato dall'url originale il 18 maggio 2009).
  5. ^ Charlotte Delbo nacque il 10 agosto 1913 a Vigneux-sur-Seine in una famiglia di origine italiana; nel 1936 sposò Georges Dudach, conosciuto qualche anno prima nell'ambiente della Jeunesse Comuniste (Gioventù Comunista), di cui Georges era un dirigente. Insieme frequentarono i corsi della Université ouvrière (Università Operaia), dove insegnavano Georges Politzer, Jacques Solomon e il filosofo Henri Lefebvre, all’epoca non ancora un autore conosciuto, con il quale Charlotte lavorò di nuovo nel dopoguerra. Charlotte e il marito vivevano a Parigi, in un piccolo appartamento nel III arrondissement. Funzionario del Partito Comunista Francese, Georges viaggiava molto, mentre Charlotte lavorava come steno-dattilografa. Dalla primavera del 1937 i coniugi lavorarono per "Les cahiers de la Jeunesse" ("I quaderni della Gioventù") ed è proprio nella realizzazione di un'intervista per questo giornale che Charlotte conobbe il regista e attore Louis Jouvet, che l'assunse pochi giorni dopo come sua assistente, incaricandola di trascrivere i suoi appunti e il suo pensiero. Charlotte Delbo lavorò per lui fino al novembre del 1941, seguendolo anche nelle sue tournée in Svizzera e America Latina. Nel 1939, dopo la dichiarazione di guerra della Francia alla Germania, Georges fu chiamato alle armi. Smobilitato dopo la capitolazione, nel settembre 1940 fu tra coloro che si adoperarono per strutturare la resistenza contro il nazismo, tentando di mobilitare intellettuali e scrittori. Anche Charlotte collaborò con lui una volta rientrata dal Sudamerica. Usando nomi falsi, crearono riviste clandestine, diffusero volantini e documenti. Le "Brigades Spéciales" (Brigate Speciali) li arrestarono la mattina del 2 marzo 1942, nell’ambito di un'operazione volta a colpire la Resistenza degli intellettuali. Imprigionati insieme nel Carcere de La Santé, Charlotte e Georges si dissero addio il 23 maggio 1942. Lui fu fucilato il giorno stesso al Mont Valérien. Lei venne trasferita al Forte di Romainville, dove incontrò le compagne con cui poi condivise la deportazione ad Auschwitz - Birkenau: Vivà, Yvonne Blech, Yvonne Picard e altre. Giunte ad Auschwitz il mattino del 27 gennaio 1943, furono assegnate al blocco 26 di Birkenau, insieme alle ebree polacche. Furono addette ai lavori forzati, a due ore di cammino dal campo. Lavoravano nelle paludi, avevano le gambe gonfie, cadevano in continuazione, ma erano ancora vive. Ogni giorno il corpo sembrava soccombere all'abnorme sforzo fisico e alla costante denutrizione. Poi vennero destinate a lavorare in una fabbrica, al coperto, per cui la loro situazione fisica migliorò. Nel luglio 1943 Charlotte fu testimone dell'agonia di Vittoria Nenni, di cui, dopo la liberazione del campo ed il ritorno a Parigi, riferì al padre, il leader socialista Pietro Nenni. A gennaio 1944 furono richiamate a Birkenau e di qui trasferite, in piccoli gruppi, a Ravensbruck. La liberazione arrivò il 23 aprile 1945, poi, dopo un trasferimento in Svezia, Charlotte e le compagne sopravvissute rientrarono a Parigi. Faticosamente Charlotte ricominciò ad amare la vita e tornò al lavoro al fianco di Jouvet. Subito sorse in lei l'esigenza di raccontare la sua esperienza nel lager: finì di scrivere un resoconto manoscritto già nel luglio del 1946, ma lo pubblicò solo nel 1965. Il titolo, "Aucun de nous ne reviendra" ("Nessuno di noi tornerà"), è un verso della poesia di Apollinaire "La maison des morts" ("La casa dei morti"). Nello stesso anno pubblicò "Le convoi du 24 janvier" ("Il convoglio del 24 gennaio"), una ricostruzione sul nome e la storia di tutte le 230 donne deportate con lei nel convoglio 31. Compose anche un'opera teatrale, "Qui rapportera ces paroles?" ("Chi riferirà queste parole?"), dal sottotitolo «Une tragédie qui se passe dans un camp de concentration» ("Una tragedia che si svolge in un campo di concentramento") che fu messa in scena alla metà degli anni 1970 dal regista François Darbon. Essa era interpretata da ventitre attrici, che, mano a mano, scomparivano dalla scena; era priva di scenografia e i costumi "non contavano". Non veniva mai nominato il nome del campo, né vi erano riferimenti diretti al nazismo. Charlotte Delbo non cessò inoltre il suo impegno politico, specie in occasione della guerra d'Algeria, schierandosi a favore dell'indipendenza dell'ex-colonia francese. È morta a Parigi il 1º marzo 1985.

BibliografiaModifica

  • Antonio Tedesco, VIVA', Tra passione e coraggio. La storia di Vittoria Nenni, Biblioteca della Fondazione Nenni, Roma, 2015
  • Antonio Tedesco, VIVA', La figlia di Pietro Nenni, dalla Resistenza ad Auschwitz, Bibliotheka Edizioni, Roma, 2016

Collegamenti esterniModifica