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Vittoria Gorizia Nenni (Ancona, 31 ottobre 1915Auschwitz, 15 o 16 luglio[1] 1943) è stata un'antifascista italiana, vittima dei campi di concentramento nazisti, terza figlia del leader storico del Partito Socialista Italiano Pietro Nenni.

Indice

BiografiaModifica

La nascita e le ragioni del nomeModifica

Il padre Pietro Nenni, allora esponente repubblicano, nel periodo tra il 1912 ed il 1915 si trovava nelle Marche, dove svolse un'intensa attività di oratore e di giornalista tra Pesaro, Jesi e Ancona[2].

Il 27 novembre 1913 fu nominato segretario della Consociazione Repubblicana delle Marche e nel dicembre divenne direttore del Lucifero[3], giornale repubblicano di Ancona, città dove si trasferì con la famiglia, composta all'epoca dalla moglie Carmela Emiliani, detta Carmen, sposata l'8 marzo 1911, dalle prime due figlie, Giuliana, nata nel 1911, ed Eva, detta Vany, nata nel 1913, e dall'anziana madre Angela Castellani.

Domenica 7 giugno 1914, al termine di un comizio antimilitarista tenutosi nella "Villa Rossa", sede del Partito Repubblicano di Ancona, i carabinieri aprirono il fuoco sui partecipanti che uscivano dalla sala, uccidendo due militanti repubblicani e un anarchico. Ne seguì una settimana di scioperi e di agitazioni promosse a livello locale da Nenni insieme all'anarchico Errico Malatesta e a livello nazionale da Mussolini, allora esponente socialista della corrente massimalista, con infuocati articoli sulle pagine del quotidiano Avanti!; in alcune parti d'Italia la protesta assunse le caratteristiche di una vera e propria insurrezione popolare, fu la cosiddetta Settimana rossa.

Nei giorni successivi Nenni, con Malatesta ed il giovane avvocato repubblicano Oddo Marinelli, fu uno degli organizzatori delle manifestazioni e dello sciopero generale che si protrasse ad Ancona sino al sabato 13 giugno[4].

In conseguenza del suo ruolo nelle agitazioni popolari, Nenni venne arrestato il 23 giugno[5] e fu detenuto nel carcere anconitano di Santa Palazia. Il processo, spostato a L'Aquila per legitima suspicione, si aprì il 19 novembre, ma si concluse prima della pronuncia di una sentenza a seguito del provvedimento di amnistia reale promulgato il 30 dicembre, in occasione della nascita della principessa Maria di Savoia[6].

Nenni fu quindi scarcerato e rientrò in famiglia: in questo periodo venne concepita la terza figlia.

Dopo l'entrata dell'Italia nella prima guerra mondiale (24 maggio 1915), il 27 maggio Nenni, fervido interventista, si arruolò volontario[7].

Nel corso della terza offensiva delle truppe italiane sull'Isonzo, intenzionate a conquistare Gorizia, il 31 ottobre del 1915 nacque ad Ancona la figlia terzogenita di Nenni, alla quale, per volere del padre impegnato al fronte, venne dato il nome augurale di Vittoria, e il secondo nome di Gorizia. Vittoria, dopo la fuga della famiglia Nenni in esilio a Parigi negli anni 1920, fu poi chiamata familiarmente "Vivà".

La giovinezza e le minacce degli squadristiModifica

 
Pietro Nenni al mare a Santa Margherita Ligure con le tre figlie (la più piccola è Vittoria) e la moglie Carmen prima del 1921

Durante la sua infanzia ed adolescenza, Vittoria, assieme alla madre e alle sorelle, si trovò a seguire le peregrinazioni paterne.

Sul finire dell'autunno 1916, Nenni, ricoverato all'ospedale di Udine[8], lì conobbe Giuseppe Pontremoli, come lui romagnolo e direttore del giornale Il Secolo. Grazie a quest'incontro casuale, nel 1917, messo in congedo dall'esercito, assunse la direzione del Giornale del Mattino di Bologna[9]. Era la prima volta che Nenni si trovava a dirigere un quotidiano. Di conseguenza, come sempre, tutta la famiglia Nenni, compresa la piccola Vittoria, si trasferì nella città felsinea. Dopo la rotta di Caporetto del 24 ottobre 1917, Nenni chiese di tornare in prima linea[10], conseguendo la promozione a sergente e una Croce di guerra al valor militare.

Dopo la fine della guerra, riprese la direzione del Giornale del Mattino, fino alla definitiva chiusura del quotidiano il 31 agosto 1919[11]. Si spostò quindi a Milano, sempre con tutta la famiglia al seguito, dove venne assunto a Il Secolo, all'epoca il principale quotidiano italiano, come "corrispondente viaggiante" (oggi si direbbe "inviato speciale") all'estero[12].

Nel frattempo Mussolini, espulso dal PSI nel 1915 per la sua posizione interventista nella Grande Guerra in contrapposizione al neutralismo adottato dai socialisti, nel 1919 aveva fondato il movimento fascista, che si contrapponeva con la violenza squadristica ai tentativi d'insurrezione rivoluzionaria dei socialisti massimalisti che volevano "fare come in Russia", seguendo l'esempio dei bolscevichi sovietici. Nel gennaio 1921, su richiesta di Lenin e della nuova nazione sovietica, al XVII congresso del PSI a Livorno la frazione comunista uscì dal partito socialista e costituì il Partito Comunista d'Italia.

Il 23 marzo 1921 una squadra fascista attaccò la nuova sede milanese dell'Avanti! in costruzione; d'impulso, Nenni accorse per dare manforte alla sua difesa[12] e in quell'occasione conobbe il direttore del giornale socialista Giacinto Menotti Serrati che, dopo pochi giorni, gli chiese di andare a Parigi come corrispondente del quotidiano: il 19 aprile apparve per la prima volta la sua firma sull'Avanti!.

Il 1º dicembre del 1921 nacque a Santa Margherita Ligure Luciana, una nuova sorellina per Vittoria.

A Parigi Nenni si iscrisse al PSI, di cui divenne poi un dirigente, segnalandosi come uno dei politici più attivi del movimento socialista.

Il 3 ottobre 1922 il XIX Congresso del PSI tenutosi a Roma espulse dal partito i riformisti di Filippo Turati, che dettero vita al Partito Socialista Unitario, con segretario Giacomo Matteotti. Nell'aprile del 1923 a Milano si tenne il XX Congresso del PSI[13], nel quale Nenni si battè contro la fusione dei socialisti nel Partito Comunista d'Italia come espressamente richiesto dal Comintern, ottenendo l'adesione alla sua linea della grande maggioranza dei delegati. La corrente fusionista sconfitta lasciò successivamente il partito e confluì nel PCdI. Il Congresso nominò Nenni direttore dell'Avanti![12].

Il 10 giugno 1924 una squadra fascista dipendente direttamente dalla Presidenza del Consiglio, capitanata da Amerigo Dumini, rapì ed uccise il deputato socialista unitario Giacomo Matteotti. La decisione dei parlamentari democratici di abbandonare l'aula (la cosiddetta secessione dell'Aventino) e l'appoggio tacito del re consentirono a Mussolini di chiudere il Parlamento fino a data da destinarsi e di trasformare il fascismo in un vero e proprio regime dittatoriale, fondato sulla violenza e sulla sopraffazione degli avversari politici.

Anche Nenni fu fatto oggetto di provocazioni e minacce, alcune delle quali coinvolsero anche la figlia Vittoria, che fu destinataria di un'aggressione a scopo intimidatorio. Ricorderà Nenni: «I fascisti che invasero il mio appartamento in corso XXII marzo 29, incontrarono per le scale una delle mie figliole la quale usciva per andare al ginnasio, con la cartella sotto il braccio. Le strapparono i libri di mano, glieli stracciarono, la lasciarono piangente minacciandola di far fare a suo padre "la fine di Matteotti[14].

Il 14 novembre 1925 il Partito Socialista Unitario di Turati fu il primo partito antifascista ad essere sciolto d'imperio, a causa del fallito attentato a Mussolini da parte del suo iscritto Tito Zaniboni, avvenuto il 4 novembre precedente, e, poi, con la promulgazione delle leggi fascistissime (R.D. n. 1848/26), fu sancita la soppressione in Italia di tutti i partiti di opposizione, compreso il Partito Socialista Italiano, la fine delle libertà sindacali, l'illegalità della proclamazione dello sciopero e la soppressione dei consigli comunali elettivi, sostituiti da podestà di nomina governativa.[15] .

Nenni, per sottrarsi alla violenza squadrista e alla repressione poliziesca, fu costretto a prendere la via dell'esilio: il 12 novembre 1926, assieme all'ultimo segretario del Partito Repubblicano Italiano, Mario Bergamo[16], raggiunse di nascosto Lugano, passando poi a Zurigo e infine a Parigi.

Qui venne raggiunto alcuni mesi dopo dalla moglie Carmen e dalle quattro figlie, che, con il pretesto di recarsi in villeggiatura a Santa Margherita Ligure, riuscirono a sfuggire alla sorveglianza della polizia fascista e ad attraversare la frontiera francese in treno a Ventimiglia[14].

Il matrimonio e la partecipazione alla Resistenza franceseModifica

A Parigi sposò giovanissima il francese Henry Daubeuf, con il quale entrò a far parte della Resistenza in Francia[14].

Nel 1942 fu arrestata dalla Gestapo e insieme al marito accusata di propaganda gollista e antifrancese. Mentre il marito fu trucidato l'11 agosto a Mont Valérien[17], Vittoria venne incarcerata nel Forte di Romainville[18], dove incontrò le compagne con cui poi condivise la deportazione ad Auschwitz - Birkenau: Charlotte Delbo Dudach, Yvonne Blech, Yvonne Picard e altre. Il 23 gennaio 1943 fu deportata nel campo di sterminio di Auschwitz in Polonia.

Avrebbe potuto salvarsi dalla deportazione rivendicando la sua nazionalità italiana, ma rifiutò, dichiarando di sentirsi francese e di voler seguire la sorte delle compagne di prigionia. Pur non essendo iscritta né al Partito Comunista Francese né alla Sezione Francese dell'Internazionale Operaia, si unì al gruppo delle comuniste francesi deportate[14].

Giunta ad Auschwitz il mattino del 27 gennaio 1943, fu assegnata, come le sue compagne, al blocco 26 di Birkenau, insieme alle ebree polacche. Furono addette ai lavori forzati, a due ore di cammino dal campo. Lavoravano nelle paludi, avevano le gambe gonfie, cadevano in continuazione, ma erano ancora vive. Ogni giorno il corpo sembrava soccombere all'abnorme sforzo fisico e alla costante denutrizione. Poi vennero destinate a lavorare in una fabbrica, al coperto, per cui la loro situazione fisica migliorò.

Molto debilitata dal duro lavoro nelle paludi e dalla denutrizione, si ammalò di tifo nell'estate 1943 e morì dopo pochi giorni dal ricovero nell'infermieria del campo.

Sulla teca che ad Auschwitz la ricorda sono scritte le sue ultime parole[14]:

«Dite a mio padre che non ho perso coraggio mai e che non rimpiango nulla»

(Vittoria Nenni)

La tragedia di Vittoria nelle memorie di NenniModifica

Pietro Nenni ebbe la notizia ufficiale della morte della figlia solo il 20 maggio 1945[19] dal suo compagno di partito e amico fraterno Giuseppe Saragat, all'epoca ambasciatore d'Italia in Francia:

«Una giornata angosciosa. Tornato in ufficio… informato che c'è una lettera di Saragat a De Gasperi che conferma la notizia della morte di Vittoria. Ho cercato di dominare il mio schianto e di mettermi in contatto con De Gasperi che però era al Consiglio dei ministri. La conferma mi è venuta nel pomeriggio, da De Gasperi in persona, che mi ha consegnato la lettera di Saragat. La lettera non lascia dubbi. La mia Vivà sarebbe morta un anno fa nel giugno. Mi ero proposto di non dire niente a casa, ma è bastato che Carmen mi guardasse in volto per capire … Poveri noi! Tutto mi pare ora senza senso e senza scopo. I giornali sono unanimi nel rendere omaggio alla mia figliola. Da ogni parte affluiscono lettere e telegrammi. La parola che mi va più diretta al cuore è quella di Benedetto Croce: "Mi consenta di unirmi anch'io a Lei in questo momento altamente doloroso che Ella sorpasserà ma come solamente si sorpassano le tragedie della nostra vita: col chiuderle nel cuore e accettarle perpetue compagne, parti inseparabili della nostra anima". Povera la mia Vittoria! Possa tu, che fosti tanto buona e tanto infelice, essere la mia guida nel bene che vorrei poter fare in nome tuo e in tuo onore.»

Il 10 agosto 1945 Pietro Nenni incontrò nell'ambasciata italiana di Parigi Charlotte Delbo Dudach[20], che gli riferì della tragica esperienza vissuta da lei e dalle altre deportate politiche francesi nel lager e delle ultime giornate di vita di Vittoria.

Scrisse Nenni più tardi nel suo diario del 1945: "Mi è sembrato che chi può fiorire una tomba conserva un'apparenza almeno di legame con i suoi morti. Non così per me che penso disperatamente alla mia Vittoria e non ho neppure una tomba dove volgere i miei passi. Il 31 ottobre era l'anniversario della mia figliola. Avrebbe avuto trent'anni e tutta una esistenza ancora davanti a sé … quanto sarebbe stato meglio davvero che io, in vece sua, non fossi giunto al traguardo".

NoteModifica

  1. ^ Ansa
  2. ^ Sulla presenza di Nenni nelle Marche si veda: Marco Severini, Nenni il sovversivo. L'esperienza a Jesi e nelle Marche (1912-1915), Venezia, Marsilio, 2007.
  3. ^ Periodico della Consociazione repubblicana delle Marche, fondato ad Ancona nel 1870, primo direttore fu Domenico Barilari (Venezia 1840 – Ancona 1904). Vedi Lucifero, un giornale della democrazia repubblicana, a cura di Giancarlo Castagnari e Nora Lipparoni, prefazione di Giovanni Spadolini, 1981, Ancona, Bagaloni Editore.
  4. ^ Tuttavia, fu proprio Nenni, dopo aver compiuto un rocambolesco viaggio in automobile in Romagna e constatato l'esaurimento dell'insurrezione popolare, a presentare alla Camera del Lavoro di Ancona l’ordine del giorno per la cessazione dello sciopero
  5. ^ Oddo Marinelli e Malatesta riuscirono ad espatriare, il primo in Svizzera, l'altro in Inghilterra, sfuggendo quindi all'arresto.
  6. ^ R.D. n.1408 in Gazzetta Ufficiale del Regno del 30 dicembre 1914. Cfr. Pietro Nenni, Vento del Nord, Einaudi, Torino, 1978, pag. LXII
  7. ^ Per il suo rifiuto di prestare giuramento al Re, Nenni venne spedito in carcere; richiese quindi l'intervento del ministro repubblicano Salvatore Barzilai per essere inviato al fronte. Venne ammesso al corso ufficiali e superò l'esame finale con un'ottima votazione, ma «...le informazioni sfavorevolissime intorno ai precedenti politici del sergente Pietro Nenni hanno vietato al Ministero di far luogo alla nomina ad Ufficiale». Partì quindi per il fronte come soldato semplice, anche se poco tempo dopo venne promosso caporale «Il noto pubblicista repubblicano Pietro Nenni, organizzatore della famosa settimana rossa, partì volontario per il fronte. È stato promosso caporale per merito di guerra in seguito all'eroismo dimostrato in varie operazioni.» cfr. Il leader della settimana rossa promosso caporale, "La Stampa" del 17 novembre 1915.
  8. ^ Dopo sedici mesi ininterrotti al fronte, a seguito dello scoppio di un barile di polvere da sparo vicino al suo osservatorio, subì un forte trauma per il quale venne curato, e poi inviato a casa in convalescenza.
  9. ^ Il "Giornale del Mattino", su bibliotecasalaborsa.it. URL consultato il 23 febbraio 2015.
  10. ^ Venne incorporato nella 94ª sezione del 103º gruppo bombardieri
  11. ^ Cronologia di Bologna, su alterhistory.altervista.org. URL consultato il 23/02/2015 (archiviato dall'url originale il 23 febbraio 2015).
  12. ^ a b c Cfr. Ugo Intini, Avanti! Un giornale, un'epoca, Ponte Sisto, Roma, 2012.
  13. ^ Cfr. Gaetano Arfé, Storia del socialismo italiano (1892-1926), Einaudi, Torino, 1965, pp. 312-313.
  14. ^ a b c d e Cfr. Antonio Tedesco, VIVA'. Tra passione e coraggio. La storia di Vittoria Nenni, Biblioteca della Fondazione Nenni, Roma, 2015
  15. ^ Leonzio, pp. 20-21, Cfr. capitolo III: Il periodo dell’esilio (1926 – 1943); 5 – Lo scioglimento dei partiti.
  16. ^ ingiustamente accusato di essere stato il mandante dell'attentato di Bologna contro il Duce, avvenuto il 31 ottobre 1926
  17. ^ La fortezza del Mont-Valérien è un forte poligono a cinque lati, costruito tra il 1840 e il 1846 sul Monte Valérien, una collina che culmina a 162 metri, situata ad alcuni chilometri ad ovest di Parigi, fra i comuni di Suresnes, Nanterre e Rueil-Malmaison. È uno dei sedici forti costruiti intorno a Parigi. Durante la seconda guerra mondiale più di un migliaio di partigiani ed ostaggi vi furono fucilati dai tedeschi. Addossato al lato sud del suo muro di cinta si trova il "Memoriale della Francia combattente", eretto in omaggio a tutti i morti della guerra 1939-1945, inaugurato dal generale De Gaulle il 18 giugno 1960.
  18. ^ Situato in zona militare nella periferia di Parigi, nel 1940 fu occupato dalle forze armate tedesche e trasformato in una prigione, in cui furono internati resistenti e ostaggi prima di essere fucilati o deportati nei campi di concentramento di Auschwitz, Ravensbrück, Buchenwald e Dachau.
  19. ^ Biografia di Nenni, Fondazione Nenni. URL consultato il 30 marzo 2010 (archiviato dall'url originale il 18 maggio 2009).
  20. ^ Charlotte Delbo nacque il 10 agosto 1913 a Vigneux-sur-Seine in una famiglia di origine italiana; nel 1936 sposò Georges Dudach, conosciuto qualche anno prima nell'ambiente della Jeunesse Comuniste (Gioventù Comunista), di cui Georges era un dirigente. Insieme frequentarono i corsi della Université ouvrière (Università Operaia), dove insegnavano Georges Politzer, Jacques Solomon e il filosofo Henri Lefebvre, all’epoca non ancora un autore conosciuto, con il quale Charlotte lavorò di nuovo nel dopoguerra. Charlotte e il marito vivevano a Parigi, in un piccolo appartamento nel III arrondissement. Funzionario del Partito Comunista Francese, Georges viaggiava molto, mentre Charlotte lavorava come steno-dattilografa. Dalla primavera del 1937 i coniugi lavorarono per "Les cahiers de la Jeunesse" ("I quaderni della Gioventù") ed è proprio nella realizzazione di un'intervista per questo giornale che Charlotte conobbe il regista e attore Louis Jouvet, che l'assunse pochi giorni dopo come sua assistente, incaricandola di trascrivere i suoi appunti e il suo pensiero. Charlotte Delbo lavorò per lui fino al novembre del 1941, seguendolo anche nelle sue tournée in Svizzera e America Latina. Nel 1939, dopo la dichiarazione di guerra della Francia alla Germania, Georges fu chiamato alle armi. Smobilitato dopo la capitolazione, nel settembre 1940 fu tra coloro che si adoperarono per strutturare la resistenza contro il nazismo, tentando di mobilitare intellettuali e scrittori. Anche Charlotte collaborò con lui una volta rientrata dal Sudamerica. Usando nomi falsi, crearono riviste clandestine, diffusero volantini e documenti. Le "Brigades Spéciales" (Brigate Speciali) li arrestarono la mattina del 2 marzo 1942, nell’ambito di un'operazione volta a colpire la Resistenza degli intellettuali. Imprigionati insieme nel Carcere de La Santé, Charlotte e Georges si dissero addio il 23 maggio 1942. Lui fu fucilato il giorno stesso al Mont Valérien. Lei venne trasferita al Forte di Romainville, dove incontrò le compagne con cui poi condivise la deportazione ad Auschwitz - Birkenau. Nel luglio 1943 Charlotte fu testimone dell'agonia di Vittoria Nenni, di cui, dopo la liberazione del campo ed il ritorno a Parigi, riferì al padre, il leader socialista Pietro Nenni. A gennaio 1944 furono richiamate a Birkenau e di qui trasferite, in piccoli gruppi, a Ravensbruck. La liberazione arrivò il 23 aprile 1945, poi, dopo un trasferimento in Svezia, Charlotte e le compagne sopravvissute rientrarono a Parigi. Faticosamente Charlotte ricominciò ad amare la vita e tornò al lavoro al fianco di Jouvet. Subito sorse in lei l'esigenza di raccontare la sua esperienza nel lager: finì di scrivere un resoconto manoscritto già nel luglio del 1946, ma lo pubblicò solo nel 1965. Il titolo, "Aucun de nous ne reviendra" ("Nessuno di noi tornerà"), è un verso della poesia di Apollinaire "La maison des morts" ("La casa dei morti"). Nello stesso anno pubblicò "Le convoi du 24 janvier" ("Il convoglio del 24 gennaio"), una ricostruzione sul nome e la storia di tutte le 230 donne deportate con lei nel convoglio 31. Compose anche un'opera teatrale, "Qui rapportera ces paroles?" ("Chi riferirà queste parole?"), dal sottotitolo «Une tragédie qui se passe dans un camp de concentration» ("Una tragedia che si svolge in un campo di concentramento") che fu messa in scena alla metà degli anni 1970 dal regista François Darbon. Essa era interpretata da ventitre attrici, che, mano a mano, scomparivano dalla scena; era priva di scenografia e i costumi "non contavano". Non veniva mai nominato il nome del campo, né vi erano riferimenti diretti al nazismo. Charlotte Delbo non cessò inoltre il suo impegno politico, specie in occasione della guerra d'Algeria, schierandosi a favore dell'indipendenza dell'ex-colonia francese. È morta a Parigi il 1º marzo 1985.

BibliografiaModifica

  • Antonio Tedesco, VIVA', Tra passione e coraggio. La storia di Vittoria Nenni, Biblioteca della Fondazione Nenni, Roma, 2015
  • Antonio Tedesco, VIVA', La figlia di Pietro Nenni, dalla Resistenza ad Auschwitz, Bibliotheka Edizioni, Roma, 2016

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