Zemzem

Fonte sacra in Arabia Saudita

Zemzem (زمزم) è una fonte sacra nelle immediate adiacenze della Kaʿba di Mecca. Essa prende il suo nome dalla radice geminata araba <z-m-z-m>, che significa "inghiottire a piccoli sorsi". Uno studio condotto nei laboratori americani dimostra che le tracce di una trentina di elementi sono stati individuati nell’acqua di Zam Zam per mezzo dei neutroni energizzanti. Alcuni di questi elementi ha ottenuto meno di 0,01. Dopo aver accordato le analisi chimiche specifiche internazionali, presso il World Health Organization (WHO), i risultati dimostrano che l’acqua di Zam Zam ha effetti benefici sulla salute del corpo. Inoltre il sodio è molto alto nell’acqua di Zam Zam. L’acqua di Zam Zam possiede i seguenti minerali: Calcio I98 Magnesio 43.7 Cloruro 335 Zolfo 37o Ferro o.I5 Manganese o.I5 Rame o.I2

Pellegrini alla fonte sacra di Zemzem

DescrizioneModifica

Le fonti o altri elementi naturali - come gli alberi o le sopraelevazioni - erano presenze assolutamente rare negli ambienti semi-aridi o aridi della Penisola Arabica della Jāhiliyya e, come tali, oggetto di venerazione accompagnata da accentuato timore reverenziale.

Tale venerazione si esprimeva non verso gli oggetti o le cose in quanto tali, ma perché si riteneva che essi non fossero altro che la temporanea residenza terrena delle divinità che, per non annichilire i devoti con la loro "terribilità", assumevano forme non aliene e familiari agli uomini. Queste erano appunto quelle di oggetti naturali, per quanto rari, così come eccezionale era talora ritenuta dagli spiriti religiosi qualche pietra, vuoi per la sua speciale forma vuoi per il suo particolare colore. Tutto ciò veniva pertanto destinato a un culto che non potrà essere definito litolatrico ma semplicemente espressione di un polidemonismo che, più specificamente nel caso arabo pre-islamico, gli storici delle religioni definiscono enoteismo.

Ecco perché, nel Hijāz pre-islamico, si adorava la dea al-ʿUzzà sotto forma di tre acacie (samūrāt ) che sorgevano nell'oasi di Nakhla. Ecco perché Manāt si mostrava a Mushallal, presso Yathrib, come una grande roccia bianca e perché l'ultima divinità della triade higiazena della Jāhiliyya, al-Lāt/Allat, era visibile a Tāʾif, anch'essa sotto l'aspetto di un grande masso bianco squadrato, mentre Hubal - che pure era un idolo antropomorfico - aveva accanto a sé una fonte: quella di Zemzem, appunto.

Zemzem subisce ancor oggi un processo d'infiltrazione di acque marine, dal momento che poco distante sorge il porto di Jedda (Judda in arabo), che costituisce l'approdo naturale della città di Mecca. Il sapore dell'acqua, per quanto potabile, è amarognolo ma i musulmani ritengono la sua acqua dotata di caratteristiche eccezionali e, talora, miracolose.

È questo il motivo per il quale, tanto nel hajj quanto nella ʿumra, i pellegrini si abbeverano con abbondanza entusiastica alla fonte sacra e perché ne portino via con sé l'acqua rinchiusa in fiaschette da conservare o da consumare all'occorrenza.

La fonte è chiamata anche "il pozzo di Ismaele" perché si crede che essa sia miracolosamente scaturita per intervento angelico al fine di consentire a una disperata Hāgar di abbeverare l'assetato figlioletto Ismāʿīl in un ambiente del tutto privo d'acqua. Risulta curioso che questo episodio sia citato anche nella tradizione biblica. In Genesi[1] 21:8-21 è scritto:

"8 Il bambino crebbe e fu svezzato e Abramo fece un grande banchetto quando Isacco fu svezzato. 9 Ma Sara vide che il figlio di Agar l'Egiziana, quello che essa aveva partorito ad Abramo, scherzava con il figlio Isacco. 10 Disse allora ad Abramo: «Scaccia questa schiava e suo figlio, perché il figlio di questa schiava non deve essere erede con mio figlio Isacco». 11 La cosa dispiacque molto ad Abramo per riguardo a suo figlio. 12 Ma Dio disse ad Abramo: «Non ti dispiaccia questo, per il fanciullo e la tua schiava: ascolta la parola di Sara in quanto ti dice, ascolta la sua voce, perché attraverso Isacco da te prenderà nome una stirpe. 13 Ma io farò diventare una grande nazione anche il figlio della schiava, perché è tua prole». 14 Abramo si alzò di buon mattino, prese il pane e un otre di acqua e li diede ad Agar, caricandoli sulle sue spalle; le consegnò il fanciullo e la mandò via. Essa se ne andò e si smarrì per il deserto di Bersabea. 15 Tutta l'acqua dell'otre era venuta a mancare. Allora essa depose il fanciullo sotto un cespuglio16 e andò a sedersi di fronte, alla distanza di un tiro d'arco, perché diceva: «Non voglio veder morire il fanciullo!». Quando gli si fu seduta di fronte, egli alzò la voce e pianse. 17 Ma Dio udì la voce del fanciullo e un angelo di Dio chiamò Agar dal cielo e le disse: «Che hai, Agar? Non temere, perché Dio ha udito la voce del fanciullo là dove si trova. 18 Alzati, prendi il fanciullo e tienilo per mano, perché io ne farò una grande nazione». 19 Dio le aprì gli occhi ed essa vide un pozzo d'acqua. Allora andò a riempire l'otre e fece bere il fanciullo. 20 E Dio fu con il fanciullo, che crebbe e abitò nel deserto e divenne un tiratore d'arco. 21 Egli abitò nel deserto di Paran e sua madre gli prese una moglie del paese d'Egitto".

Essa sarebbe stata usata nella Jāhiliyya come deposito del tesoro della Kaʿba e al suo fondo ʿAbd al-Muṭṭalib, il nonno del profeta dell'Islam Muhammad, avrebbe trovato due gazzelle d'oro e alcune spade famose, di fabbricazione indiana, e alcune corazze. Con le lame egli avrebbe allora fatto costruire la porta della Kaʿba che poi avrebbe fatto coprire con l'oro delle gazzelle.

Legato a Zemzem era l'istituto cittadino della siqāya, destinato ad abbeverare i pellegrini non meccani in visita a Mecca ma è quasi certo che l'acqua fosse "addolcita" con lo zibibbo di Tāʾif, con datteri o con miele che, fermentando, originava la bevanda blandamente alcolica detta nabīdh, grandemente gradita dai suoi consumatori prima di essere anch'essa vietata dall'Islam, come tutte le altre bevande inebrianti.

Le origini dell’acqua di Zam Zam: Quando il Profeta Abramo (pace su di lui) lasciò la moglie Hajar e il suo piccolo Ismaele (as), alla Mecca, il piccolo cominciò a piangere. Hajar andò a cercare l’acqua avanti ed indietro, tra Safa e Marwa, per ben 7 volte ed è da qui che noi abbiamo preso questo rito nel Pellegrinaggio alla Mecca. Perché? per capire la sofferenza della donna e per accrescere la nostra fede e riconoscenza verso il nostro Creatore. Dio mandò Gabriele e l’ala dell’Angelo scosse la terra, l’acqua di Zamzam sgorgò lentamente. Hajar andò a raccoglierla e disse “Zamm Zamm” che significa letteralmente “non far scappare l’acqua” ed è da qui che l’acqua prese il nome di Zamzam. L’acqua esiste ancora oggi, la gente accorre per berla e purificarsi, per fare l’abluzione. Il sapore è dolce, diversa dall’acqua che beviamo abitualmente, è molto leggera. Da tanti secoli la gente beve l’acqua di Zamzam alla Mecca. Se Hajar non avesse raccolto l’acqua, Zamzam sarebbe oggi un fiume, come disse in un hadith il nostro Profeta Muhammad (saw). Arrivò la gente alla Mecca, chiese il permesso ad Hajar di bere l’acqua, lei accettò. L’invocazione di Abramo si esaudì, la gente andò a vivere in quel posto e portò altra gente, i loro parenti, amici ecc.

NoteModifica

  1. ^ La Sacra Bibbia - Gen21,8-21 (C.E.I., Nuova Riveduta, Nuova Diodati), su www.laparola.net. URL consultato il 6 ottobre 2016.

BibliografiaModifica

  • Ibn al-Kalbī, Kitāb al-asnām (Il libro degli idoli), ed. Ahmad Zakī; Pāshā;, Il Cairo, Dār al-kutub, 1913.
  • Abū l-Faraj al-Isfahānī, Kitāb al-Aghānī (Libro dei canti), ed. ʿAbd A. ʿAlī; Muhannā e Samīr Jābir, Beirut, 1986.
  • al-Azraqī, Akhbār Makka (Notizie di Mecca), rist. dell'ediz. orig. del 1934 curata da Rushdī al-Sālih Malhas, Beirut, 1986.
  • Henri Lammens, La Mecque à la veille de l'Hégire, Beyrouth, 1924.
  • Michelangelo Guidi, Storia e cultura degli Arabi fino alla morte di Maometto, Firenze, Sansoni, 1951.
  • Toufiq Fahd, Le panthéon de l'Arabie centrale à la veille de l'Hégire, Parigi, Librairie Orientaliste Paul Geuthner, 1968.
  • Claudio Lo Jacono, “L'Arabia preislamica e Muhammad”, in: Islam, Storia delle religioni a cura di G. Filoramo, vol. III, Roma-Bari, Laterza, 1999, pp. 3–76.

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