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Antonino Ventimiglia
vescovo della Chiesa cattolica
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Incarichi ricopertiVicario Apostolico e vescovo del Borneo
 
Nato1642 a Palermo
Consacrato vescovo19 dicembre 1691 da Papa Innocenzo XII
Decedutoca. 1693 nel Borneo
 

Antonino Ventimiglia (Palermo, 1642Borneo, 1693) è stato un vescovo cattolico italiano. Fu Vicario apostolico e vescovo del Borneo dal 1691 al 1693.

Indice

L'ingresso nell'Ordine TeatinoModifica

Antonino fu figlio di Lorenzo Ventimiglia, conte di Prades e Collesano, e di Maria Filangeri e Beccadelli, dei marchesi di Lucca. Nel 1653, ad appena undici anni, il Ventimiglia entra come novizio nella canonica di S. Giuseppe di Palermo dei padri teatini, qui nel 1659 professerà, con solenne rito, i voti di chierico regolare.

Sin dai primi tempi del suo stato religioso Antonino concepí l'idea di predicare il Vangelo nelle Indie Orientali: ne fece voto particolare, osteggiato dai familiari.

La presenza in Roma e Madrid e i rapporti con i Tomasi di LampedusaModifica

Carlo Vincenzo Tomasi (1614-1675), chierico teatino in Roma, scrive il 31 luglio 1668 al fratello gemello Giulio, principe di Lampedusa e duca di Palma di Montechiaro: "Il signor D. Lorenzo Ventimiglia ha scritto qui al Padre D. Antonino suo figlio per procurarle alcune cipollette di fiori, ma qui sono scarsissime, prego V. S. a mandarle delle sue migliori con li suoi nomi, e gli scriva, che metta questo poco servizio non è a conto vostro ma mio, né voglio altra paga di applicare le primizie di fiori per ornare i sacri altari.[1] La lettera ci informa quindi della presenza di Antonino in Roma, dove i Teatini avevano la casa generalizia nella Chiesa di San Silvestro al Quirinale. I Teatini all'epoca furono incaricati dell'istruzione dei missionari nel collegio di Propaganda Fide; qui Antonino fu in contatto con i primi missionari dell'ordine reduci della Mingrelia e Georgia. Negli stessi anni è documentata la presenza del fratello Girolamo Ventimiglia, che accompagnò Carlo Tomasi nel pellegrinaggio al santuario della Basilica della Santa Casa di Loreto.

I legami dei Tomasi con i Ventimiglia sono molto saldi. Fra Carlo, il 29 ottobre 1672, scrivendo al nipote Giuseppe Maria Tomasi, pur esso teatino, qualifica il padre di Antonino come unico amico rimastogli in Palermo: Vi è un'altra Madonnina, V. R. la conservi segretamente perché spero mandarla con un'altra indulgenza al signor D. Lorenzo Ventimiglia mio, unica reliquia degl'amici antichi costà, e di nuovo me li raccomando all'orazioni.[2]

La venerabile Isabella Tomasi - suor Maria Crocifissa, quella della Lettera del Diavolo - dal monastero di Palma, in almeno due lettere, [3] ricorda l'amico Antonino Ventimiglia, consolandolo - con la sorella Lorenza - per le traversie familiari dovute alla congiura che i Ventimiglia avevano guidato contro la monarchia spagnola, per favorire l'ascesa al trono di Sicilia di Luigi di Borbone, conte di Vermandois.

Antonino, mandato successivamente a Madrid fu maestro dei novizi della casa teatina di Nuestra Señora del Favor, dove era professore e preposito il fratello più giovane, Girolamo Ventimiglia. Nel dicembre 1682, Antonino fu in Salamanca dove fondò un collegio universitario, con relativa cappella e casa teatina nella Real Clerecìa de San Marcos.[4] Dopo annose lotte per partire missionario, e ripetute richieste al papa, finalmente, nel 1683 ottiene il permesso pontificio per partire alla volta delle Indie.

 
Riproduzione settecentesca di Antonino Ventimiglia, primo evangelizzatore del Borneo.

Ottenuta la destinazione missionaria dal pontefice, temendo nuovi impedimenti, il 13 gennaio 1683 il quarantenne canonico siciliano abbandona di nascosto la casa teatina e fugge a Lisbona. Quivi non trova una nave atta al viaggio oceanico per le Indie, e s'imbarca il 25 marzo dello stesso anno su una navicella che gli procura un lungo viaggio, pieno di incidenti e peripezie, per giungere alla volta di Goa Velha, sulle coste occidentali dell'India.[5]

I prodromi della ‘folle' impresa di AntoninoModifica

Tre furono i tentativi di colonizzazione missionaria nell'Indonesia: quella dei Gesuiti nelle Molucche del Cinquecento, quella delle Missioni straniere di Parigi a Banten nel Seicento e quella dei Teatini fra la fine del XVII e inizio del XVIII secolo. Quest'ultima, quella di Antonino, fu tra le più audaci e folli; rivolta all'evangelizzazione delle sconosciute popolazioni del centro-sud del Borneo, procedendo in rotta di collisione contro gli interessi mercantili delle compagnie europee e dei sultanati musulmani.

Fin dal 1640 i Teatini avevano creato una testa di ponte a Goa, in India, per irraggiarsi successivamente su Golconda e la Costa del Coromandel. Da qui si cominciarono a elaborare i progetti di missione nel mezzogiorno del Borneo, ossia nella regione di Banjarmasin.[6]

Genesi della missione di BanjarmasinModifica

Negli ultimi decenni del Seicento i Portoghesi di Macao spedivano annualmente un convoglio di navi a Banjarmasin per commerciare con il locale sovrano. Questi aveva richiesto ai mercanti portoghesi l'installazione di una fattoria o emporio portuale, permettendo la fondazione di una chiesa officiata da un prete cattolico. Ma i mercanti, in grande maggioranza, essendo contrari allo stabilimento di una colonia in Banjarmasin, non trasmisero la richiesta al Capitano generale di Macao. Un mercante, di nome Coutinho, di antica famiglia cavalleresca portoghese e profondamente religioso, trasmise però la richiesta del locale sovrano ai Teatini di Goa, che intesero subito l'occasione di costituire una missione nel Borneo. Dalla casa teatina di Goa partirono dunque delle missive alla volta di Lisbona, alfine di convincere il re del Portogallo dell'utilità di fondare la fattoria di Banjarmasin.

Antonino non attese le autorizzazioni regie: nel maggio del 1687 si volle subito imbarcare in rotta per Macao, insieme a Coutinho, nonostante gli ostacoli frapposti dalle autorità di Goa. Giunto alla meta, nondimeno, il canonico teatino dovette scontrarsi con la dura opposizione dei mercanti portoghesi, poco propensi a far controllare i propri liberi e lucrosi traffici da un'istituzione statale portoghese installata nel porto di Banjarmasin. Il Ventimiglia, senza scoraggiarsi, pensa in alternativa di partire in missione per il Giappone – dove peraltro vigeva uno duro divieto imperiale alla propaganda cattolica -.

L'occasione propizia, per finalmente lanciarsi nella tenzone religiosa, il Ventimiglia sembra coglierla quando viene a conoscenza che una analoga richiesta, di fondare una fattoria, proviene dal sultano di Sudakana, nel Borneo occidentale. Mentre il teatino cerca di organizzare la sua missione, a Macao giunge inattesa un'ambasceria ufficiale del sultano di Banjamarsin, che convince il Capitano generale portoghese a far partire con il prossimo convoglio mercantile i funzionari statali incaricati di valutare la situazione.

Antonino s'imbarca l'11 gennaio 1688 e sbarca nel Borneo il 2 febbraio successivo. A Banjamarsin il Ventimiglia si incontra con alcuni Dayak Ngaiu dell'interno dell'isola e comprende che la sua missione può essere rivolta soltanto a loro, essendo gli abitanti della costa di fede musulmana. Ma i Portoghesi a maggio obbligano il teatino a reimbarcarsi e lo riconducono a Macao.

 
Le Isole della Sonda, teatro delle gesta del canonico Antonino Ventimiglia.

Antonino non demorde, riprende il mare l'8 gennaio 1689 e giunge nel Borneo al 30 dello stesso mese. Qui, approfittando della guerra scoppiata tra Ngaiu e Musulmani, Antonino entra in contatto con alcuni capi Ngaiu con i quali intavola lunghe trattative. Il Ventimiglia accetta infine di inoltrarsi nelle foreste del Borneo e giunge a prelevarlo e accompagnarlo dai re dayak una flottiglia fluviale di 25 grandi piroghe con a bordo ottocento guerrieri ngaiu, cacciatori di teste. La squadra che accompagna il Ventimiglia è formata da un cinese, ex-schiavo liberato da Coutinho, un ex-schiavo ngaiu venduto da mercanti malesi al Ventimiglia e da un marinaio bengalese.[7]

Dallo sbarco nel Borneo alla morteModifica

NoteModifica

  1. ^ Tomasi, Lettere, in AGT, ms. 234, f. 58.
  2. ^ Tomasi, Lettere, in AGT, ms. 234, f. 257. Il 10 dicembre 1638, Filippo IV di Spagna, nel concedere a Carlo Tomasi il titolo di duca di Palma, rammenta come grande onore la discendenza del Tomasi dai Ventimiglia, attraverso la madre: ad haec accedat quoque gloria materni Generis praedicti D. Caroli, quod a Prisca, et illustri de Vigintimillijs, Marchionibus de Hierace, Familia anno 1491 splendorem etiam accepit. Vedi Bagatta, cap. 3.
  3. ^ * Isabella Tomasi, Epistolario, AMBP ms. 51/76; 27/77: A suor Lorenza Ventimiglia, religiosa Francescana. Jesus † Maria. Carissima sorella, se le mie misere orazioni fossero tanto accette, quanto è compassionevole verso lei il mio Cuore, certo che saria stata consolata in un istante. Ma la mia indegnità è la Croce universale, la quale impedisce la bontà di Dio, acciò non vada a beneficar coloro, per cui prego. Carissima sorella, io piango con essa la sua pena grandissima, ed insieme la sua cagione, poiché se le religiose fossero morte al mondo come è dovere, certo che non sentiremmo tanti disastri mondani. Miseri lacci del mondo, che incatenandoci con esso tanto ci conturbano nella sua divisione! Felice per altro quel Cuore, che nessun laccio lo lega, e niente lo conturba. Io non so perché si disse: Abrenuncio nel giorno della professione, quando dopo essersi suonato per noi il mortorio, sì sollecite ci siamo alzate nella mondana resurrezione; misera vita morta nella Divina promessa! Io parlo a me stessa, che tanto viva sono al mondo, quanto morta a Dio, poiché le sue giuste doglianze le stimo tutte discrete, secondo vuole Iddio, il quale vuole una santa convenienza, benché prima di ogni altro il nostro Cuore. Io tale stimo V. S., che oltre all'essere sposa di Gesù Cristo, e figlia di quel buon Padre, che mio zio di s. m. stimava veramente da santo, come pure io stimo il P. D. Antonino, suo carissimo fratello, e però nostro Signore da loro tanto da soffrire, conoscendo in esse un buon capitale di santa sofferenza. Sorella carissima, io le daria tutto il mio sangue in consolazione del suo Cuore; al sicuro lo spargerei, se fosse suo rimedio; ma il Signore vuole li suoi intenti nella nostra santificazione, la Madre SS.ma ce li dia per sua pietà, come io ne la prego incessantemente, sperando, che per me così la pregherà V. S. mentre umilmente la riverisco con il signor suo fratello. Palma a dì 27 dicembre 1676. di V. S.umilissima serva nel Signore Maria Crocifissa della Concezione.
    • Al molto rev/do Padre D. Antonino Ventimiglia, Chierico Regolare. Jesus † Maria. Ancora non è giorno Padre carissimo, la luce non compare e noi stiamo all'ombre di questa sua tribolazione; oh! Dio quanto mi affligge, ed oh! quanto ne ha pianto tutto il nostro Monastero, di cui nostro Signore è stato incessantemente pregato, e pur si segue per ottenerne la meritata liberazione, cotanto dovuta alli poveri innocenti, come io credo siano li signori suoi parenti, che il dirmi che sempre sono vissute da santi, a me non è cosa nuova; poiché mio Padre di s. m. era si come suo servo così divulgatore della santità di codesta sua nobilissima Casa, ma altro contrassegno non bisogna per affermarlo che la croce che portano, quale è il signacolo che in fronte tengono li eletti per il Paradiso. Oh! degno tesoro dei grandi del Cielo, questa è la chiave d'oro che introduce a chi la porta alla "provatura" del Re sovrano, disserrandogli per una eternità la porta del Cielo,"beati qui lugent", io in questa beatitudine saluto coloro che piangono, in compagnia di cui io mesta sospiro, piangendo le mie colpe causa del suo pianto e delle piaghe di Gesù Cristo, ove lascio V. R. offerendomi incessante, supplichevole per il nostro intento, con che umilmente la riverisco come fanno mia madre e sorelle raccomandandoci tutte ai suoi SS.mi sacrifici. Di V. R., Palma a di 16 aprile 1677, umilissima servitrice Maria Crocefissa della Concezione.
  4. ^ Dorado, p. 493.
  5. ^ Vezzosi, pp. 453-455.
  6. ^ Guillot, pp. 925-928.
  7. ^ Guillot, pp. 929-932.

Bibliografia e sitografiaModifica

Collegamenti esterniModifica