Aulo Manlio Vulsone Capitolino

politico e militare romano

Aulo Manlio Vulsone Capitolino (Roma, ... – ...; fl. V-IV secolo a.C.) è stato un politico e militare romano del V secolo a.C..

Aulo Manlio Vulsone Capitolino
Tribuno consolare della Repubblica romana
Nome originaleA. Manlius Vulso Capitolinus
GensManlia
Tribunato consolare405 a.C., 402 a.C., 397 a.C.

Primo tribunato consolareModifica

Nel 405 a.C. fu eletto tribuno consolare con Tito Quinzio Capitolino Barbato, Quinto Quinzio Cincinnato, Lucio Furio Medullino, Gaio Giulio Iullo e Manio Emilio Mamercino[1].

Roma portò guerra a Veio, assediando la città, che non riuscì a convincere le altre città etrusche a scendere in guerra contro Roma.

«All'inizio di questo assedio gli Etruschi tennero un'affollata assemblea presso il tempio di Voltumna, ma non riuscirono a decidere se tutte le genti etrusche dovessero entrare in guerra accanto ai Veienti.»

(Tito Livio, "Ab Urbe Condita", IV, 4, 61)

Secondo tribunato consolareModifica

Nel 402 a.C. fu eletto tribuno consolare con Gaio Servilio Strutto Ahala, Quinto Servilio Fidenate, Quinto Sulpicio Camerino Cornuto, Lucio Verginio Tricosto Esquilino e Manio Sergio Fidenate[2].

Mentre Veio continuava ad essere assediata dai romani, arrivarono in loro soccorso contingenti di capenati e Falisci, che casualmente attaccarono la zona posta sotto il comando di Sergio Fidenate, mettendolo subito in difficoltà, anche per l'arrivo sul campo di battaglia di rinforzi veienti[2].

L'astio tra Sergio Fidenate e Lucio Verginio, che comandava l'accampamento più vicino alle zone del combattimento, causarono la disfatta per l'esercito romano, che vide distrutto l'accampamento dove risiedevano i soldati di Sergio Fidenate.

«L'arroganza di Verginio era pari all'ostinazione di Sergio, il quale, per non dare l'impressione di chiedere aiuto al suo avversario, preferì lasciarsi vincere dal nemico piuttosto che vincere grazie all'intervento di un concittadino. Il massacro dei soldati romani presi nel mezzo durò a lungo.»

(Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 8.)

In seguito all'accaduto il Senato decise di anticipare la nomina dei nuovi tribuni consolari alle calende di ottobre, invece che alle idi di dicembre, come d'uso.

In quell'anno il presidio armato di Anxur fu sopraffatto dai Volsci.

Terzo tribunato consolareModifica

Nel 397 a.C. fu eletto tribuno consolare con Lucio Furio Medullino, Lucio Sergio Fidenate, Aulo Postumio Albino Regillense, Publio Cornelio Maluginense e Lucio Giulio Iullo[3].

Anche per quell'anno i romani continuarono l'assedio di Veio, dovendo in più sopportare l'attacco dei Volsci alla guarnigione attestata ad Anxur, e quello degli Equi alla colonia di Labico.

In questo già difficile contesto si inserirono le razzie dei tarquiniesi, che pensavano di poter sfruttare la difficile situazione in cui versava Roma, senza doverne subire le rappresaglie, che invece furono organizzate da Aulo Postumio e Lucio Giulio, che sorpresero i razziatori a Cere, riuscendo così a riportare a Roma quanto sottratto dagli etruschi.

Gli ambasciatori inviati ad interrogare l'oracolo di Delfi, tornarono con il responso richiesto:

«O Romano, non lasciare che l'acqua rimanga all'interno del lago Albano o che finisca in mare seguendo un suo canale naturale. La farai defluire nei campi e la disperderai dividendola in ruscelli. Fatto ciò, incalza con forza e coraggio le mura nemiche, ricordandoti che dal destino che oggi ti è stato rivelato ti sarà concessa la vittoria su quella città da te assediata per così tanti anni. Una volta conclusa la guerra da vincitore, porta al mio tempio un ricco dono, e i riti sacri della patria, che sono stati negletti, rinnovali e ripetili secondo la tradizione di un tempo»

(Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 2, 16.)

Il rimedio per ripristinare i riti negletti, comportò la rinuncia dei tribuni alla carica per il resto del mandato, cui seguirono tre interregni, prima dell'elezione dei nuovi tribuni consolari[4]

NoteModifica

  1. ^ Tito Livio, "Ab Urbe Condita", IV, 4, 61.
  2. ^ a b Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 8.
  3. ^ Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 2, 16.
  4. ^ Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 2, 17.