Autobus bianchi

mezzi di soccorso svedesi utilizzati per il recupero di prigionieri dalla Germania nazista

Gli autobus bianchi (in svedese: Vita bussarna) furono dei mezzi usati per una spedizione di soccorso attuata dalla Croce Rossa svedese e dal governo danese durante la seconda guerra mondiale in Germania. L'operazione ebbe luogo nella primavera del 1945; l'obiettivo era quello di liberare i detenuti dei campi di concentramento nelle aree controllate dai nazisti e trasportarli in Svezia, un paese neutrale. Nonostante inizialmente l'operazione era focalizzata sul salvataggio dei cittadini scandinavi, essa si estese anche per salvare i cittadini di altre nazioni. Folke Bernadotte, Conte di Wisborg, era un nobile svedese e diplomatico, all'epoca vicepresidente della Croce Rossa svedese, negoziò il rilascio di circa 31.000 prigionieri dai campi di concentramento tedeschi.[1]

Gli autobus bianchi della Croce Rossa svedese in territorio tedesco, presumibilmente nei pressi di Friedrichsruh.
Il 19 aprile 1945, gli autobus bianchi iniziarono a guidare i prigionieri dai campi di concentramento fuori dalla Germania. Da giovane coscritto, Stig Svensson era un autista volontario su uno degli autobus bianchi della Croce Rossa. - Non dimenticherò mai quello che ho passato, ha detto in un'intervista nel 1992.

Alla fine, uno staff operativo composto da circa 300 persone riuscì a salvare 15.345 prigionieri dai campi di concentramento. Di loro, 7.795 erano di nazionalità norvegese e danese, mentre i restanti 7.550 erano di varie nazionalità (polacca, francese ecc.).[2] In particolare, 423 ebrei danesi furono portati in salvo dal campo di concentramento di Theresienstadt in Cecoslovacchia che era stata occupata dalla Germania, essi contribuirono in modo significativo al fatto che le vittime tra gli ebrei danesi durante l'Olocausto erano tra i più bassi dei paesi europei occupati.

Il termine "autobus bianchi" deriva dal fatto che gli autobus furono dipinti di bianco con l'emblema della Croce Rossa sul lato per evitare di essere scambiati con i veicoli militari.

La Norwegian White Buses Foundation ispirata da questa operazione, organizza escursioni al campo di concentramento di Sachsenhausen e in altri campi di concentramento per le classi scolastiche, nel primo periodo ad accompagnare la guida in questi campi erano presenti anche testimoni e sopravvissuti per documentare la terribile esperienza vissuta in questi luoghi.

PresuppostiModifica

Verso la fine della guerra il governo svedese decise di intraprendere azioni volte a recuperare quanti prigionieri scandinavi fosse possibile dai campi di concentramento tedeschi, compresi ebrei e poliziotti danesi e membri della resistenza norvegese e vittime del programma tedesco Notte e nebbia di sparizioni programmate. Presto il programma, noto poi come Autobus bianchi per il colore e tipo dei mezzi usati, venne allargato al recupero di quanti più possibile prigionieri, indipendentemente dalla nazionalità e il diplomatico svedese Folke Bernadotte ne fu un importante animatore; alla stampa vennero fornite informazioni marginali ed istruzioni sull'evitare articoli in merito per non irritare i tedeschi. A Stoccolma il diplomatico norvegese Niels Christian Ditleff si attivò per i suoi concittadini, ma anche in Danimarca si preparavano piani per il recupero dei danesi detenuti, principalmente a cura dell'ammiraglio Carl Hammerich, ed i due si incontrarono per preparare azioni comuni[3], ma un tentativo di far partecipare ai primi viaggi svedesi anche personale danese venne stroncato da Hitler il 23 gennaio 1945 che minacciò un attacco in Danimarca e Norvegia se il personale non fosse stato interamente svedese.

AttuazioneModifica

 
Funzionari della Gestapo di scorta agli "autobus bianchi"

La prima sezione della spedizione partì dal porto di Hässleholm l'8 marzo e si imbarcò sul traghetto da Malmö a Copenaghen. Per motivi di sicurezza, la resistenza danese venne informata, ma nessun problema si verificò, anzi al contrario la spedizione venne ben accolta. Il 12 marzo la prima parte della spedizione aveva raggiunto il suo quartier generale al castello di Friedrichsruh, a 30 km a sud-est di Amburgo. Il castello era vicino al confine danese ed al campo di concentramento di Neuegamme, dove dovevano essere riuniti i prigionieri scandinavi. Il castello era di proprietà di Otto von Bismarck, un amico di Bernadotte e sposato ad una svedese. Il gruppo di comando della spedizione venne alloggiato nel castello ed in una locanda vicina, mentre la truppa organizzò un attendamento nel parco intorno al castello.

Anche gli Alleati vennero informati delle spedizioni che avrebbero coinvolto navi e mezzi terrestri in zone tedesche controllate e colpite regolarmente dalle aviazioni alleate, ma gli inglesi risposero che non potevano garantire la sicurezza del gruppo in territorio tedesco, ed infatti la spedizione di inizio marzo 1945 venne attaccata da aerei della RAF con 25 prigionieri ed un autista uccisi nel mitragliamento.

I mezzi vennero scortati da funzionari dei servizi di sicurezza tedeschi, Gestapo ma non solo. Le difficoltà logistiche furono grandi e anche il reperimento del carburante era un problema, visto che i tedeschi non fornirono alcuna assistenza in questo senso.

 
Uno dei mezzi superstiti ospitati in un museo svedese

Alla fine del programma, 15.345 prigionieri vennero recuperati tra gravi rischi per gli operatori, tutti volontari e dei quali molti facevano parte dei reparti logistici dell'esercito svedese. Di questi 7.795 erano scandinavi e 7.550 non-scandinavi (polacchi, francesi e di altre nazionalità)[4]. Tra loro 423 ebrei danesi evacuati dal campo di concentramento di Theresienstadt, mentre i norvegesi erano detenuti nel campo di concentramento di Sachsenhausen.

NoteModifica

  1. ^ (EN) Donald Macintyre, Israel's forgotten hero: The assassination of Count Bernadotte - and the death of peace, su The Independent, 23 ottobre 2011. URL consultato il 25 dicembre 2020.
  2. ^ Specifikation över antal räddade/transporterade med de Vita bussarna ("Specification of the number of rescued/transported by the White Buses (PDF), su web.archive.org, 29 ottobre 2013. URL consultato il 25 dicembre 2020 (archiviato dall'url originale il 29 ottobre 2013).
  3. ^
    (SV)

    «Under 1944 träffade Ditleff också flera gånger den danske amiralen Carl Hammerich och blev på så sätt underrättad om dennes hemliga planer på en Jyllandskorps för att rädda danskar och norrmän ut ur de tyska lägren.»

    (IT)

    «Durante il 1944 Ditleff incontrò anche diverse volte l'ammiraglio danese Carl Hammerich e fu così informato sui suoi piani segreti per uno Jutlandcorps preposto a salvare danesi e norvegesi dai campi tedeschi.»

    (Vi åker till Sverige, p. 73)
  4. ^ (SE) Specifikation över antal räddade/transporterade med de Vita bussarna (PDF), su redcross.se, Swedish Red Cross (archiviato dall'url originale il 2 marzo 2013).

BibliografiaModifica

  • (SV) Sune Persson, «Vi åker till Sverige», De vita bussarna 1945. Bokförlaget Fischer & co, 2002. ISBN 91-85183-18-0. ("Andiamo in Svezia. Gli autobus bianchi nel 1945", in svedese); Escape from the Third Reich - Folke Bernadotte and the White Buses in inglese, ISBN 978-1-84832-556-2.
  • (NO) Heger, Wanda Hjort (1984), Hver fredag foran porten, Gyldendal, ISBN 82-05-14937-2 ("Every Friday at the gate", in Norwegian), German edition (1989) Jeden Freitag vor dem Tor Schneekluth, ISBN 3-7951-1132-3
  • (EN) Persson Sune (2000), Folke Bernadotte and the White Buses, J. Holocaust Education, Vol 9, Iss 2-3, 2000, 237-268. Also published in David Cesarani and Paul A. Levine (eds.), Bystanders to the Holocaust: A Re-evaluation Routledge, 2002.
  • (SV) Lomfors, Ingrid (2005), Blind fläck: minne och glömska kring svenska Röda korsets hjälpinsats i Nazityskland 1945. Bokförlaget Atlantis. ISBN 91-7353-051-4 ("Blind spot: remembrance and forgetfulness of the Swedish Red Cross humanitarian aid in 1945 Nazi-Germany")

SitografiaModifica

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