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Seconda guerra mondiale

secondo conflitto globale combattuto fra il 1939 e il 1945
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Seconda guerra mondiale
WW2Montage.PNG
Da sinistra a destra e dall'alto in basso: truppe del Commonwealth nel deserto; civili cinesi sepolti vivi da soldati giapponesi; sommergibile tedesco sotto attacco; forze sovietiche durante un'offensiva invernale; istantanea di Berlino semidistrutta; velivoli su una portaerei giapponese si preparano per il decollo
Data1º settembre 19392 settembre 1945
LuogoEuropa, Mar Mediterraneo, Africa, Medio Oriente, Sud-est asiatico, Cina, Oceano Atlantico e Pacifico
Casus belliInvasione tedesca della Polonia
EsitoVittoria finale degli Alleati
Schieramenti
Regno Unito Impero britannico
Francia Francia (1939-1940; 1944-1945)
URSS URSS (dal 1941)
Stati Uniti Stati Uniti (dal 1941)
Cina Cina (dal 1941)
... e altri
Germania Germania
Italia Italia (1940-1943)
Giappone Impero giapponese (dal 1941)
... e altri
Comandanti
Perdite
Totale: 50 milioni
Militari: 17 milioni
Civili: 33 milioni
Totale: 12 milioni
Militari: 8 milioni
Civili: 4 milioni
Voci di guerre presenti su Wikipedia

La seconda guerra mondiale vide contrapporsi, tra il 1939 e il 1945, le potenze dell'Asse e dall'altro i Paesi Alleati che, come già accaduto ai belligeranti della prima guerra mondiale, si combatterono su gran parte del pianeta. Ebbe inizio il 1º settembre 1939 con l'attacco della Germania nazista alla Polonia e terminò, nel teatro europeo, l'8 maggio 1945 con la resa tedesca e in quello asiatico il successivo 2 settembre con la resa dell'Impero giapponese dopo i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki.

È considerato il più grande conflitto armato della storia, costato all'umanità sei anni di sofferenze, distruzioni e massacri con un totale di morti che oscilla tra i 55 e i 60 milioni di individui. Infatti le popolazioni civili si trovarono coinvolte nelle operazioni in una misura sino ad allora sconosciuta, superiore anche al periodo 1914-1918, e furono anzi bersaglio dichiarato di bombardamenti a tappeto, rappresaglie, stermini, persecuzioni e deportazioni. In particolare il Terzo Reich portò avanti con metodi ingegneristici l'Olocausto per annientare, tra gli altri, le popolazioni di origine o etnia ebraica e perseguì una politica di riorganizzazione etnico-politica dell'Europa centro-orientale che prevedeva la distruzione o deportazione di intere popolazioni slave, degli zingari e di tutti coloro che il regime nazista riteneva "indesiderabili" o nemici della razza ariana.

Al termine della guerra l'Europa, ridotta a un cumulo di macerie, completò il processo di involuzione iniziato con la prima guerra mondiale e perse definitivamente il primato politico-economico mondiale, che fu assunto in buona parte dagli Stati Uniti d'America; a essi si contrappose l'Unione Sovietica, l'altra grande superpotenza forgiata dal conflitto, in un teso equilibrio geopolitico internazionale noto come guerra fredda. Le immani distruzioni della guerra portarono alla nascita dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, avvenuta al termine della Conferenza di San Francisco il 26 giugno 1945.

Indice

Origini della guerraModifica

L'espansionismo giapponese in AsiaModifica

L'epoca successiva alla prima guerra mondiale vide la completa affermazione dell'Impero giapponese come grande potenza: dopo aver inglobato parte delle colonie tedesche dell'oceano Pacifico e aver assunto il controllo di diverse lucrose rotte commerciali nel bacino, con il trattato navale di Washington del 6 febbraio 1922 il Giappone ottenne il diritto di disporre della terza più grande flotta da battaglia del mondo, una condizione che gli garantiva una superiorità militare visto che i suoi più forti contendenti (gli Stati Uniti e il Regno Unito) dovevano dividere le loro flotte tra Pacifico e Atlantico. Lo scoppio della grande depressione nel 1929 spinse il paese a cambiare il suo focus economico, prima concentrato negli scambi commerciali con gli Stati Uniti, e a guardare con più interesse ai mercati asiatici; escluso dalle spartizioni coloniali del XIX secolo, il Giappone si ritenne privato dell'accesso alle ricche risorse dell'Asia dalle potenze europee e decise di compensare questo stato di cose con una serie di aggressive manovre di espansionismo territoriale[1].

Lo scivolamento del Giappone verso una politica di imperialismo venne favorito da una forte militarizzazione della società nipponica, iniziata già alla metà degli anni 1920: la pervasività dei militari, capaci di condizionare la vita politica nazionale tramite le azioni delle potenti forze di polizia segreta (la Tokubetsu Kōtō Keisatsu) e militare (la Kempeitai), divenne esemplare nel campo dell'istruzione delle nuove generazioni, tramite la destinazione come insegnanti nelle scuole pubbliche di numerosi ufficiali dell'esercito rimasti senza incarichi. L'influenza dei militari nella società portò a recuperare il concetto filosofico medievale del Gekokujō, secondo il quale un ufficiale inferiore può disobbedire agli ordini superiori se lo ritiene moralmente giusto; oltre a degenerare in una serie di sanguinosi ma fallimentari tentativi di colpo di stato da parte di ufficiali ultrareazionari (come l'incidente del 26 febbraio 1936), questo principio fu la giustificazione adottata dai generali nipponici per portare avanti campagne di espansionismo territoriale in maniera del tutto autonoma dai desideri del governo nazionale vero e proprio[2].

Lo sbocco primario di questo espansionismo fu la Cina, indebolita da una decennale guerra civile che vedeva contrapposte le forze comuniste di Mao Zedong a quelle del Kuomintang nazionalista di Chiang Kai-shek. Agendo in totale autonomia dal governo, i generali giapponesi orchestrarono il 18 settembre 1931 un finto sabotaggio ferroviario a Mukden, utilizzato come pretesto per avviare l'invasione della regione della Manciuria nel nord della Cina dove fu insediato lo stato fantoccio del Manciukuò. L'occupazione della Manciuria portò a uno stato di profonda tensione diplomatica e militare tra Giappone e Unione Sovietica, degenerato in una serie di schermaglie di confine proseguite fino al settembre 1939; ciò portò a un avvicinamento diplomatico tra Giappone e Germania nazista in chiave antisovietica, formalizzato con la stipula del Patto anticomintern il 25 novembre 1936. Il conflitto tra giapponesi e cinesi esplose infine in una guerra totale a partire dal luglio 1937: le forze nipponiche diedero il via all'invasione della Cina centrale e meridionale occupando nel giro di pochi mesi Pechino e Nanchino ma si ritrovarono poi invischiate in un lungo conflitto di guerriglia, in particolare dopo la stipula di una formale alleanza in chiave anti-giapponese tra i comunisti di Mao e i nazionalisti di Chiang; la vittoria nella lunga guerra contro i cinesi era quindi l'asse portante della politica estera nipponica al momento dello scoppio delle ostilità in Europa[3].

L'espansionismo tedesco in EuropaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Eventi precedenti la seconda guerra mondiale in Europa.

Il trattato di Versailles del 1919, conclusivo della Grande Guerra, impose punizioni estremamente dure per gli sconfitti tedeschi: cessione dell'Alsazia-Lorena alla Francia e di vaste zone orientali alla Polonia, smantellamento dell'aviazione, divieto di possedere mezzi corazzati in un esercito di non più di 100 000 effettivi, consegna della flotta e pagamento di un risarcimento di 132 miliardi di marchi in oro. Condizioni estremamente punitive per una nazione che alla fine delle ostilità aveva truppe ancora attestate sul territorio francese, e che contribuirono a creare il mito secondo cui a far perdere la guerra all'Impero tedesco sarebbero stati pochi "traditori" interni non nazionalisti (la cosiddetta "pugnalata alle spalle"). Questo mito, e la pessima situazione economica della Repubblica di Weimar data dalle conseguenze del crollo della borsa statunitense del 1929, fu importante per l'affermarsi del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori di Adolf Hitler: dopo la vittoria nelle elezioni federali tedesche del 1933, un parlamento controllato dai nazisti concesse al leader nazista poteri dittatoriali e l'anno dopo, con la morte dell'anziano Reichspräsident Paul von Hindenburg, Hitler assunse la carica di Führer.

 
Hitler e Mussolini in parata a Monaco dopo gli accordi del 1938

Con Hitler al potere iniziarono ben presto reiterate violazioni della pace del 1919: dopo l'uscita della Germania dalla Società delle Nazioni nel 1935, fu reintrodotta la coscrizione obbligatoria e venne posta al comando di Hermann Göring una nuova forza aerea, la Luftwaffe; nel marzo del 1936, poi, le forze tedesche remilitarizzarono la Renania. Iniziò a formarsi un sodalizio tra la Germania nazista e il Regno d'Italia, rimasto isolato dagli ex alleati anglo-francesi a seguito della sua decisione di invadere e annettersi l'Etiopia, sfruttando anche la comunanza ideologica tra il regime hitleriano e quello fascita di Benito Mussolini, al potere in Italia fin dal 1922. Questo ottimo rapporto fu rafforzato dall'intervento comune italo-tedesco a favore delle forze nazionaliste di Francisco Franco durante la guerra civile spagnola, per poi concretizzarsi in un'alleanza militare tra le due nazioni (la cosiddetta "Asse Roma-Berlino").

Mentre il riarmo tedesco continuava, Hitler attuò i suoi piani per un'espansione territorialmente della Germania, in modo che essa ottenesse quello spazio vitale (Lebensraum) di cui, secondo quanto asserito nel Mein Kampf, aveva assoluto bisogno per soddisfare i bisogni della sua crescente popolazione. Sfruttando il fatto che gli anglo-francesi non mostravano desiderio di scatenare un'altra guerra mondiale e tendevano a riconoscere alcune concessioni alla Germania (la cosiddetta politica dell'"appeasement"), nel marzo 1938 l'Austria fu pacificamente annessa al Reich tedesco, nonostante il divieto di un'unione austro-tedesca contenuto nel trattato di Versailles. Più resistenza oppose la Cecoslovacchia, altro stato creato nel dopoguerra, a cedere la regione dei Sudeti, zona di confine popolata a maggioranza da popolazioni tedesche; l'indizione di una conferenza a Monaco di Baviera nel settembre 1938 tra tedeschi, britannici, francesi e italiani portò alla risoluzione pacifica di questa controversia: in un ultimo sfoggio di "appeasement", gli anglo-francesi acconsentirono all'annessione dei Sudeti alla Germania. L'accordo di Monaco non bastò tuttavia a soddisfare i disegni di Hitler, e pochi mesi dopo, nel marzo 1939, quanto rimaneva della Cecoslovacchia cessò di esistere: la Boemia e la Moravia furono dichiarate "protettorato del Reich", mentre in Slovacchia fu istituito un governo fantoccio della Germania.

Successivo obiettivo dei tedeschi divenne la Polonia. Il trattato del 1919 aveva separato dal resto della Germania la regione della Prussia orientale, circondata da territorio polacco; Hitler reclamò allora la restituzione della città di Danzica e del territorio a essa vicina, il "corridoio polacco". Dopo Monaco gli anglo-francesi erano ormai disillusi sulle reali intenzioni espansionistiche della Germania, e fornirono immediato supporto alla Polonia perché si opponesse ai voleri di Hitler. Si contava sull'appoggio dell'Unione Sovietica per impedire un'invasione tedesca della Polonia, ma Berlino rispose con un abile colpo diplomatico: il 24 agosto 1939 il ministro degli esteri russo Vjačeslav Michajlovič Molotov e quello tedesco Joachim von Ribbentrop firmarono un patto di non aggressione tra le due nazioni della durata di dieci anni, il patto Molotov-Ribbentrop; un protocollo segreto dell'accordo divise l'Europa orientale in due sfere d'influenza, lasciando mano libera all'URSS sulle repubbliche baltiche e in Finlandia e prevedendo una spartizione della Polonia, dando modo a Hitler di lanciare l'offensiva senza dover temere una guerra su due fronti. Il 1º settembre, alle 04:45 del mattino, le truppe tedesche attraversavano la frontiera polacca; due giorni dopo Francia e Regno Unito dichiararono guerra alla Germania, dando inizio alla seconda guerra mondiale.

La guerraModifica

 
Il teatro di guerra europeo

     Alleati

     URSS

     Asse

     Paesi neutrali

 Lo stesso argomento in dettaglio: Cronologia della seconda guerra mondiale.

L'inizio della guerra viene indicato da gran parte della storiografia nel 1º settembre del 1939, quando la Germania invase la Polonia.

Altre periodizzazioni, meno tradizionali, fanno risalire concretamente l'inizio del conflitto con eventi bellici precedenti scatenati da altre nazioni: l'aggressione italiana all'Etiopia, la guerra civile spagnola o l'attacco giapponese alla Cina.

1939-1940: l'onda lunga della BlitzkriegModifica

L'invasione della PoloniaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Campagna di Polonia e Guerra lampo.
 
1º settembre 1939, soldati tedeschi rimuovono la barriera del confine tedesco-polacco

Il 1º settembre 1939 la Germania diede inizio alle operazioni militari contro la Polonia: cinque armate della Wehrmacht forti di 1 250 000 uomini, 2 650 carri armati e 2 085 aerei della Luftwaffe[4] invasero la Polonia con un attacco a tenaglia, impiegando l'innovativa tattica militare della guerra lampo o Blitzkrieg. Il 2 settembre il Regno Unito e la Francia inviarono alla Germania un ultimatum che rimase senza risposta, e il 3 settembre le dichiararono guerra.

L'esercito polacco contava un milione di uomini, diverse centinaia di autoblindo e carri armati di modelli leggeri o antiquati, con l'appoggio di seicento aerei di modesta qualità.[4] La resistenza dei polacchi fu tenace e ostinata, ma non sufficientemente consistente e coordinata: gli anziani generali polacchi commisero l'errore strategico di disperdere l'esercito lungo l'intera estensione della frontiera con la Germania, rendendosi vulnerabili ai rapidi sfondamenti dei panzer tedeschi che riuscirono a penetrare nelle retrovie nemiche compiendo ampie manovre di accerchiamento.

 
La corazzata tedesca Schleswig-Holstein apre il fuoco contro la fortezza polacca di Westerplatte

L'8 settembre i primi carri armati tedeschi giunsero alle porte di Varsavia dando il via a una feroce battaglia, mentre la maggior parte dell'esercito polacco veniva metodicamente accerchiata in sacche isolate e annientata nel giro di due o tre settimane. Nel timore di un attacco della Francia da ovest, i tedeschi decisero di accelerare i tempi della sconfitta polacca e cominciarono a colpire Varsavia con una serie di bombardamenti a tappeto; come conseguenza, nell'arco di una ventina di giorni la città riportò quasi 26 000 morti e oltre 50 000 feriti tra la popolazione civile. Da quel momento, il conflitto assunse il carattere di una guerra totale: militari e civili furono ugualmente coinvolti, lottando disperatamente per la vittoria e la sopravvivenza.

Il 17 settembre, in linea con quanto previsto nel patto Molotov-Ribbentrop, l'Unione Sovietica invase la Polonia da est incontrando scarsa resistenza. L'attacco sovietico segnò definitivamente il destino della Polonia: con la popolazione civile ridotta allo stremo, Varsavia si arrese ai tedeschi il 27 settembre 1939; l'esercito polacco fu completamente disarmato entro il 6 ottobre, anche se alcuni reparti riuscirono a rifugiarsi via Romania in Francia dove, il 30 settembre, si era costituito un governo in esilio della Polonia. I territori polacchi finirono spartiti tra tedeschi e sovietici, i quali istituirono durissimi regimi di occupazione responsabili di decine di migliaia di morti.

Una strana guerraModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Strana guerra e Guerra d'inverno.
 
Novembre 1939, soldati britannici e francesi giocano a carte durante il periodo della "strana guerra"

Mentre a est la Polonia finiva annientata, la situazione sul fronte occidentale rimase fondamentalmente tranquilla: a parte qualche scaramuccia, tanto i francesi (affiancati dopo pochi giorni da una British Expeditionary Force) quanto i tedeschi adottarono una strategia difensiva, non impegnandosi in scontri campali di vasta portata e rimanendo al coperto dei rispettivi sistemi fortificati di frontiera (la Linea Maginot e la Linea Sigfrido). Questo periodo di conflitto senza ostilità, protrattosi per diversi mesi, passò quindi alla storia come la "strana guerra" (in tedesco Sitzkrieg, "guerra seduta"; in francese drôle de guerre, "guerra buffa"; in inglese bore war, "guerra noiosa")[5].

Nonostante alcuni proclami di pace da parte di Hitler l'11 e il 12 ottobre 1939 rimasti senza risposta[6], i tedeschi erano ampiamente al lavoro per progettare la loro offensiva a ovest utilizzando la medesima strategia messa in atto durante la prima guerra mondiale, ossia aggirare le fortificazioni del confine franco-tedesco tramite la violazione della neutralità del Belgio e dei Paesi Bassi; documenti in merito a tale piano caddero però in mano alleata il 10 gennaio 1940 a seguito di un incidente aereo[7], portando lo stato maggiore della Wehrmacht a modificare in senso più innovativo le proprie strategie: il nuovo piano per l'operazione Fall Gelb previde di attirare verso nord nei Paesi Bassi le armate anglo-francesi, per poi colpirle più a sud nelle Ardenne e tagliarle fuori chiudendole in una sacca con le spalle al Mare del Nord[8].

Mentre gli strateghi erano al lavoro, dal settembre 1939 all'aprile 1940 le prime battaglie tra Germania e anglo-francesi avvennero quasi esclusivamente nei mari e nei cieli. La Kriegsmarine tedesca si mobilitò per intercettare il traffico marittimo per e dalla Gran Bretagna, onde mettere in difficoltà l'economia e la popolazione britannica: i tedeschi impiegarono sommergibili U-Boot, navi da guerra e alcune navi corsare, realizzando una massiccia operazione di posa di mine magnetiche sulle rotte che portavano agli approdi per le navi britanniche[9], mentre la Royal Navy si attivò per pattugliare le rotte commerciali dal Mare del Nord all'oceano Atlantico. I tedeschi ottennero alcuni importanti successi iniziali, come l'affondamento della portaerei HMS Courageous a opera dell'U-29 il 17 settembre 1939 nel Mare del Nord, o il siluramento il 14 ottobre della corazzata HMS Royal Oak a Scapa Flow a opera dell'U-47; ma anche gli Alleati realizzarono a loro volta un successo inducendo, il 17 dicembre, la corazzata tascabile Admiral Graf Spee ad auto-affondarsi a Montevideo dopo essere stata danneggiata nel corso della battaglia del Río de la Plata. La Kriegsmarine si rese responsabile anche di un grave incidente diplomatico, quando la sera del 3 settembre 1939 l'U-30 affondò, probabilmente per un errore di identificazione, il transatlantico SS Athenia con 1103 civili a bordo, tra i quali 300 cittadini dei neutrali Stati Uniti.

Nel tentativo di ostacolare le operazioni della Kriegsmarine, nell'arco di vari mesi fra il 1939 e il 1940 la Royal Air Force effettuò numerosi raid di bombardieri contro le basi navali tedesche, le fabbriche di U-Boot, i cantieri navali e i depositi di munizioni navali, in particolare a Wilhelmshaven e Kiel. Le conseguenti battaglie aeree contro la Luftwaffe furono molto sanguinose: la RAF arrivò a perdere fino al 50% dei velivoli a ogni sortita, poiché i britannici non disponevano di caccia a lungo raggio per scortare i bombardieri e difenderli efficacemente dagli intercettori della Luftwaffe, come messo in luce il 18 dicembre 1939 durante la battaglia della Baia di Helgoland.

 
Soldati finlandesi durante la guerra d'inverno

Mentre a occidente la situazione stagnava, a oriente l'Unione Sovietica portò avanti i suoi aggressivi programmi di espansione territoriale concordati nel patto Molotov-Ribbentrop. Tra il settembre e l'ottobre 1939, con una serie di diktat l'URSS impose alle repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia e Lituania) di ospitare sul proprio territorio ampi contingenti di truppe sovietiche; ciò portò poi, nell'agosto 1940, a una vera e propria annessione delle repubbliche baltiche all'Unione Sovietica. Nel frattempo, i sovietici avevano avviato negoziati con il governo della Finlandia per ottenere alcune modifiche delle frontiere comuni e la cessione di basi militari sul suolo finnico; davanti al rifiuto del governo di Helsinki, il 30 novembre 1939 l'URSS dichiarò guerra alla Finlandia dando avvio alla cosiddetta "guerra d'inverno". Il conflitto mise in luce lo stato di profonda impreparazione bellica dell'Armata Rossa: privati di numerosi ufficiali a seguito delle "grandi purghe" staliniane degli anni 1930, i reparti sovietici si rivelarono scarsamente equipaggiati e poveramente addestrati, subendo ripetute sconfitte da parte dei finlandesi. Alla fine, il mero peso numerico degli attaccanti portò a uno sfondamento del fonte finnico in Carelia, ma per non rischiare il completo isolamento diplomatico Stalin accettò d'intavolare trattative di pace. Il 12 marzo 1940 si giunse così al trattato di Mosca: l'Unione Sovietica ottenne i territori richiesti, ma la Finlandia conservò la sua indipendenza[10].

La Germania punta a occidenteModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Campagna di Norvegia, Campagna di Francia e Battaglia di Dunkerque.
 
Aprile 1940, Panzer II tedeschi a Copenaghen

La "strana guerra" ebbe una brusca interruzione il 9 aprile 1940, quando la Germania lanciò l'invasione della Danimarca e della Norvegia (operazione Weserübung): gli aeroporti danesi erano importanti per assicurare la difesa aerea del cuore della Germania, mentre dal porto norvegese di Narvik passava un'importante rotta di rifornimento che portava ai tedeschi il minerale ferroso estratto in Svezia; gli stessi anglo-francesi stavano progettando il minamento delle acque norvegesi per interrompere questa rotta (operazione Wilfred), ma furono battuti sul tempo dai tedeschi. La Danimarca capitolò dopo poche ore dopo una resistenza solo simbolica, mentre i norvegesi opposero una dura resistenza; contingenti di truppe britanniche, francesi e polacche furono inviati ad aiutare la Norvegia, ma l'operazione si rivelò mal progettata e carente di risorse adeguate. Nonostante le forti perdite (la Kriegsmarine perse buona parte delle sue principali unità da combattimento di superficie) i tedeschi furono ben presto in grado di portare a compimento l'occupazione del paese e a indurre alla ritirata gli Alleati entro il 10 giugno[11][12].

 
Un Panzer IV avanza sul fronte occidentale

Mentre la campagna norvegese era ancora in svolgimento, il 10 maggio 1940 la Wehrmacht sferrò la lungamente pianificata offensiva sul fronte occidentale (Fall Gelb) attaccando simultaneamente Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo. L'offensiva fu una straordinaria dimostrazione di potenza militare: il cuneo corazzato tedesco, raggruppato nella regione delle Ardenne al comando del generale Paul Ludwig Ewald von Kleist e composto da oltre 2 500 carri armati divisi in sette Panzer-Division[13], penetrò fulmineamente in Belgio spazzando via le deboli difese alleate; già la notte del 12 maggio la 7. Panzer-Division del generale Erwin Rommel sbucò sulla Mosa a Dinant, dove erano schierate le principali forze francesi, passando subito all'attacco per attraversare il fiume. In soli tre giorni i panzer tedeschi formarono profonde teste di ponte a ovest della Mosa a Dinant, Monthermé e soprattutto a Sedan, dove i carri armati del generale Heinz Guderian sbaragliarono le deboli resistenze francesi[14].

 
Una barricata delle truppe francesi durante gli scontri del 1940

Dopo aver respinto alcuni sconnessi tentativi di contrattacco delle scarse riserve corazzate francesi, a partire dal 16 maggio i panzer ebbero via libera a ovest del fiume, lanciandosi attraverso la pianura franco-belga in direzione delle coste della Manica; il raggruppamento anglo-francese penetrato in Belgio rischiò di essere tagliato fuori e di venire completamente distrutto. I tentativi di contrattacco dei britannici ad Arras il 21 maggio, a nord del corridoio tedesco, e dei francesi sulla Somme a sud fallirono. I panzer ebbero via libera e, fin dal 20 maggio, i primi reparti corazzati raggiunsero le coste della Manica ad Abbeville; quasi 600 000 soldati anglo-francesi furono accerchiati e intrappolati tra il mare e l'esercito tedesco. La situazione peggiorò ulteriormente dopo l'improvvisa resa dell'esercito belga il 28 maggio, che lasciò scoperte le difese alleate nella sacca; i Paesi Bassi, sotto attaccato dal 10 maggio da parte di forze corazzate e da paracadutisti tedeschi lanciatisi su L'Aia e sui numerosi ponti e dighe, avevano già abbandonato la lotta fin dal 15 maggio dopo un pesante bombardamento di Rotterdam.

Il 26 maggio, il nuovo primo ministro del Regno Unito Winston Churchill autorizzò il corpo di spedizione britannico a ripiegare senza indugio verso la costa e il porto di Dunkerque, dove in seguito si radunò una numerosa flotta di navi militari, mercantili e di naviglio privato civile per l'evacuazione dei soldati.[15] Le colonne corazzate tedesche giunte fino al mare avevano progredito lungo la costa verso nord in direzione di Boulogne, Calais (occupate il 25 e il 26 maggio) e Dunkerque, ma il 24 maggio un improvviso ordine di Hitler impose di fermare l'avanzata dei panzer e di proseguire solo con la fanteria. La decisione di Hitler derivò apparentemente dal desiderio di risparmiare le sue forze migliori in vista delle future campagne, lasciando alla Luftwaffe il compito di impedire l'evacuazione[16].

 
Una fase drammatica della ritirata britannica a Dunkerque

Dal 26 maggio al 4 giugno le forze anglo-francesi riuscirono in gran parte a trarsi in salvo da Dunkerque (operazione Dynamo) grazie all'abnegazione delle flotte, bersagliate dalla Luftwaffe, alla resistenza dei reparti di retroguardia e all'efficace intervento della RAF, i cui aerei giungevano dalle vicine basi in Inghilterra. I tedeschi si lasciarono sfuggire una grossa parte delle truppe alleate accerchiate: furono evacuati, dopo aver abbandonato tutte le armi e l'equipaggiamento, circa 338 000 soldati alleati[17] di cui circa 110 000 francesi; altri 40 000 soldati (principalmente francesi) rimasero nella sacca e vennero catturati. I circa 220 000 britannici scampati avrebbero costituito il nucleo di truppe esperte su cui ricostruire l'esercito per il proseguimento della guerra.

Il bilancio finale della prima fase della Campagna di Francia fu trionfale per la Germania e per Hitler: circa 75 divisioni alleate erano state distrutte, tra cui le migliori divisioni francesi e britanniche, 1 200 000 uomini furono fatti prigionieri e un'enorme quantità di armi ed equipaggiamenti vennero catturati; il Belgio e i Paesi Bassi furono costretti alla resa, l'esercito britannico era stato cacciato dal continente, la Francia era ormai sola e ridotta in grave inferiorità numerica e di armamenti. Tutto questo al costo di soli 10 000 morti e 50 000 tra feriti e dispersi[18][19].

La resa della FranciaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Fall Rot e Governo di Vichy.
 
L'esercito tedesco a Parigi

Il 5 giugno i tedeschi diedero inizio alla battaglia per la conquista di Parigi. Temendo che l'Italia potesse restare esclusa dal "tavolo della pace", il 10 giugno Mussolini portò il paese in guerra contro gli Alleati. Nella dichiarazione di guerra alla Francia e al Regno Unito. Le forze italiane, indebolite dai precedenti impegni in Etiopia e in Spagna, non erano però ancora pronte a sostenere un conflitto, deficitando gravemente di preparazione e armamenti moderni; queste contestazioni, avanzate anche dal capo di stato maggiore generale Pietro Badoglio, vennero sbrigativamente rigettate da Mussolini, conscio della situazione italiana ma convinto di un'imminente vittoria tedesca e quindi dell'impellente necessità di entrare in guerra a fianco del Führer per motivi di prestigio personale e di convenienza geopolitica[20]. L'esordio bellico delle forze italiane non fu dei migliori: il 14 giugno la flotta francese bombardò Vado Ligure e il porto di Genova senza che la Regia Marina italiana riuscisse a intervenire, mentre una raffazzonata offensiva nelle Alpi Occidentali sferrata a partire dal 21 giugno dal Regio Esercito si arenò contro le fortificazioni di frontiera francesi portando solo a miseri guadagni territoriali[21].

Nel frattempo, il 10 giugno i tedeschi attraversarono la Senna mentre l'esercito francese si ritirava disordinatamente oltre la Loira, con il generale Maxime Weygand che annunciava il definitivo sfondamento del fronte; il governo francese si trasferì a Tours, lasciando Parigi ai tedeschi che la occuparono incontrastati il 14 giugno. Nella notte del 16 giugno il presidente del consiglio Paul Reynaud si dimise e il potere passò all'anziano maresciallo Philippe Pétain, eroe della prima guerra mondiale; il nuovo governo francese presentò subito la richiesta di armistizio.

Le trattative tra tedeschi e francesi portarono quindi alla stipula il 22 giugno dell'armistizio di Compiègne; le condizioni di resa furono pesanti: Parigi e tutta la Francia settentrionale e occidentale affacciata sulle coste della Manica e dell'Atlantico fu occupata dai tedeschi, non furono resi i prigionieri, le spese di occupazione furono fissate a discrezione del vincitore e l'esercito francese dovette essere ridotto a 100 000 uomini; la Francia centro-meridionale con le sue colonie rimase indipendente, e Pétain insediò il suo governo nella cittadina di Vichy, dando vita al cosiddetto "Governo di Vichy". Il 24 giugno Francia e Italia siglarono a loro volta un secondo armistizio, dai termini più miti: fu imposta la smilitarizzazione del confine franco-italiano e all'Italia vennero ceduti i pochi lembi di territorio conquistati in giugno.

La capitolazione da parte del governo di Vichy non non fu senza opposizione: da Londra dove aveva trovato rifugio, il generale Charles de Gaulle, già sottosegretario di Stato alla difesa del gabinetto Reynaud, proclamò con un appello radiofonico il 18 giugno la sua intenzione di proseguire la lotta contro i tedeschi, fondando il movimento della Francia Libera e iniziando a raccogliere le forze francesi. Neanche il primo ministro britannico Churchill si mostrò propenso a interrompere le ostilità contro la Germania: nonostante le assicurazioni francesi che in nessun caso la flotta da battaglia sarebbe stata consegnata ai tedeschi o agli italiani, la Royal Navy ricevette ordine da Churchill di procedere a internare e neutralizzare le navi francesi se necessario anche con la forza. Come risultato, il 3 luglio i britannici bombardarono le navi francesi ancorate nelle basi algerine di Mers-el-Kébir e Orano, causando oltre mille morti trai loro equipaggi; l'azione non giocò a beneficio degli sforzi di de Gaulle di aumentare le forze della Francia Libera, ma testimoniò l'impavida risolutezza del Regno Unito e del suo governo a dispetto della situazione di isolamento, con benefici effetti sul morale dell'opinione pubblica britannica e anche statunitense[22].

La battaglia d'InghilterraModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia d'Inghilterra.
 
Caccia britannici Supermarine Spitfire in volo; l'aereo fu il protagonista della battaglia d'Inghilterra

Non trovando terreno fertile per una pace con il Regno Unito, Hitler cominciò a considerare l'idea di invadere le isole britanniche; tuttavia, per preparare la gigantesca operazione di sbarco navale denominata in codice operazione Leone marino, i tedeschi dovevano prima ottenere il controllo dei cieli britannici e indebolire le difese costiere dell'isola. Pertanto la Luftwaffe, a partire dal 10 luglio 1940, diede inizio a una numerosa serie di incursioni diurne e notturne contro le basi aeree della Royal Air Force, nonché contro le difese costiere, i porti e le industrie di aerei e armamenti della Gran Bretagna. La campagna aerea tedesca di bombardamenti strategici, passata alla storia con il nome di "battaglia d'Inghilterra", sembrò avere un moderato successo sino alla fine di agosto, seppur con gravi perdite di aerei da parte della Luftwaffe. In settembre tuttavia, un cambiamento degli ordini di guerra da parte di Hitler, per rappresaglia al bombardamento di Berlino del 26 agosto 1940,[23] mutò il carattere della campagna aerea: la Luftwaffe cominciò a bombardare le città britanniche, in particolare Londra, per costringere i britannici a chiedere la pace, colpendo direttamente la popolazione civile nel tentativo di demoralizzarla. Nella notte tra il 14 e il 15 novembre 1940 la Luftwaffe effettuò il bombardamento di Coventry, che causò danni per l'epoca considerati elevatissimi alla città britannica[24].

Questo cambio di tattica da parte dei tedeschi consentì alla Royal Air Force di non essere più direttamente nel mirino del nemico e di poter quindi riorganizzare e rinforzare la difesa aerea. Come conseguenza, i tedeschi soffrirono perdite sempre crescenti, finché, il 31 ottobre 1940, lo stesso Hitler si rese conto che ormai l'invasione della Gran Bretagna non era più realizzabile per quell'anno e decise di rinviarla a tempo indeterminato. In seguito la Luftwaffe, per limitare la perdita di aerei, fu costretta a ridurre notevolmente il numero di incursioni contro il Regno Unito, che divennero esclusivamente notturne e sempre più rare nel corso degli anni successivi.

La guerra in Africa e nel MediterraneoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia del Mediterraneo, Campagna del Nordafrica e Campagna dell'Africa Orientale Italiana.
 
L'incrociatore italiano Zara apre il fuoco durante la battaglia di Punta Stilo

L'entrata in guerra dell'Italia portò all'apertura di diversi teatri bellici in Africa e nell'area del mar Mediterraneo. La Regia Marina italiana ebbe come compito principale quello di contrastare la presenza navale britannica nel Mediterraneo, rappresentata dalla Force H di base a Gibilterra e dalla Mediterranean Fleet dislocata ad Alessandria d'Egitto; tanto i britannici che gli italiani concepivano il conflitto navale come ricerca e conduzione di una battaglia decisiva tra i nuclei centrali delle due flotte, ma rimasero ben presto delusi: il primo di questi scontri, la battaglia di Punta Stilo il 9 luglio 1940, fu un'azione fugace e assolutamente non risolutiva anche per la prudenza dei rispettivi comandanti, che non volevano rischiare perdite catastrofiche.

La guerra navale del Mediterraneo si strutturò ben presto come una gigantesca battaglia di convogli: da un lato, la Regia Marina doveva garantire il flusso dei rifornimenti verso la Libia italiana, dall'altro i britannici dovevano sostenere la difesa della strategica isola di Malta, importante base aeronavale posta proprio al centro del Mediterraneo e posta sotto assedio dalle forze dell'Asse. La maggior parte delle azioni belliche in Mediterraneo risultarono quindi il frutto del tentativo di uno dei contendenti di insidiare i convogli di rifornimento dell'altro e di proteggere i propri; non mancarono comunque azioni più audaci: i sabotatori subacquei della Xª Flottiglia MAS italiana tentarono varie infruttuose incursioni contro gli ancoraggi di Gibilterra e Alessandria, mentre nella notte tra l'11 e il 12 novembre aerei britannici decollati dalla portaerei HMS Illustrious andarono a colpire la grande base di Taranto mettendo fuori uso tre corazzate italiane[25].

 
Un carro britannico Mk II Matilda in movimento nel deserto libico-egiziano

Le colonie italiane in Africa furono ben presto teatro di ampi scontri. Desideroso di ottenere risultati da contrapporre ai successi tedeschi, Mussolini ordinò alle forze schierate in Libia di invadere l'Egitto nel settembre 1940, paese neutrale ma occupato da ampie forze britanniche che difendevano lo strategico canale di Suez. L'avanzata delle truppe del maresciallo Rodolfo Graziani, ostacolate dalla mancanza di mezzi motorizzati, si arrestò a Sidi Barrani ad appena 90 km oltre il confine, esponendosi però al contrattacco delle forze britanniche del generale Archibald Wavell, meccanizzate e ben addestrate alla guerra nel deserto. L'offensiva britannica (operazione Compass), lanciata a partire dall'8 dicembre, fu un successo ben oltre ogni aspettativa: le forze di Graziani furono accerchiate e distrutte e l'avanzata proseguì oltre il confine fino in Cirenaica, portando alla caduta delle piazzeforti di Tobruch e Bengasi e alla cattura di 130.000 prigionieri italiani al prezzo di soli 2.000 morti e feriti tra i reparti britannici[26].

La vasta colonia dell'Africa Orientale Italiana aveva un destino segnato: praticamente isolata dalla madrepatria fin dal giorno dell'entrata in guerra e circondata da territori in mano ai britannici, il massimo che poteva ottenere era di prolungare il più possibile la resistenza. Dopo limitate operazioni offensive, che portarono all'occupazione della piccola colonia britannica della Somalia britannica, gli italiani dovettero subire gli attacchi concentrici delle forze alleate (britannici, indiani, sudafricani e guerriglieri etiopi): sconfitti nella battaglia di Cheren tra febbraio e marzo 1941, gli italiani dovettero abbandonare in mano al nemico Addis Abeba il 6 aprile. L'ultima piazzaforte italiana a cadere fu Gondar, dopo una strenua difesa, il 27 novembre 1941[27].

Altre zone dell'Africa videro operazioni su più piccola scala. De Gaulle era desideroso di portare le vaste colonie africane del suo paese sotto le bandiere della Francia Libera, ma un tentativo di sbarcare reparti "gollisti" a Dakar il 23-25 settembre 1940 con l'appoggio della flotta britannica fu respinto con la forza dalle truppe fedeli al governo di Vichy in una serie di scontri fratricidi tra francesi. I francesi liberi ebbero più fortuna in novembre, quando con una breve campagna si assicurarono il controllo delle colonie dell'Africa Equatoriale Francese.

1941: una guerra mondialeModifica

I BalcaniModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Campagna italiana di Grecia, Invasione della Jugoslavia, Operazione Marita e Fronte jugoslavo (1941-1945).
 
Soldati italiani in azione durante l'inverno in Albania

Il 28 ottobre 1940, su personale iniziativa di Mussolini e senza avvisare l'alleato tedesco, l'Italia attaccò la Grecia partendo dalle basi in Albania. L'iniziativa nasceva principalmente dalle esigenze di prestigio del Duce, ossia ottenere un successo militare da contrapporre ai trionfi di Hitler. L'attacco alla nazione ellenica era basato sul presupposto che la Grecia sarebbe crollata senza combattere; organizzato frettolosamente, con mezzi e truppe insufficienti e sferrato in condizioni climatiche pessime, l'attacco si rivelò tuttavia molto più difficile del previsto: i greci non solo si difesero accanitamente ma, sfruttando le caratteristiche del terreno, respinsero le truppe italiane e passarono al contrattacco rigettandole all'intero dell'Albania, dove il fronte si stabilizzò[28].

I britannici intervennero a favore dei greci dispiegando sul suolo ellenico reparti della RAF. Ciò impensierì i tedeschi, visto che gli aerei britannici si trovavano ora in ottima posizione per attaccare i campi petroliferi di Ploiești in Romania, da cui la Germania otteneva gran parte dei rifornimenti di carburante; dopo aver forzato con manovre diplomatiche l'adesione di Ungheria, Romania e Bulgaria allo schieramento dell'Asse, all'inizio del 1941 truppe tedesche iniziarono ad ammassarsi al confine greco-bulgaro in vista di un'invasione. Un altro obiettivo dei tedeschi era il Regno di Jugoslavia, la cui adesione all'Asse era importante per completare la messa in sicurezza dei Balcani e permettere il rapido rischieramento delle forze tedesche dalla Grecia onde non far tardare i preparativi dell'invasione dell'Unione Sovietica, prevista per l'estate del 1941; il 25 marzo 1941, dopo forti pressioni diplomatiche tedesche, il reggente di Jugoslavia Paolo Karađorđević siglò l'adesione del paese al patto tripartito, ma solo due giorni più tardi un colpo di stato a Belgrado portò alla deposizione di Paolo e all'instaurazione di un governo anti-tedesco. Infuriato, Hitler ordinò immediatamente di includere la Jugoslavia nell'imminente intervento militare tedesco nei Balcani[29].

 
Carri armati tedeschi tedeschi in marcia nei Balcani

Il 6 aprile le forze dell'Asse lanciarono l'invasione della Jugoslavia: mentre la Luftwaffe si accaniva in un violento bombardamento su Belgrado, colonne di truppe e carri tedeschi si riversarono oltre la frontiera partendo dalle loro basi in Bulgaria, in Romania e in Austria seguite da forze italiane dalla Venezia-Giulia e dall'Albania e da unità ungheresi nella Voivodina. L'esercito jugoslavo schierava circa un milione di uomini, ma era scarsamente equipaggiato di armamenti moderni e doveva coprire l'intera estensione delle frontiere nazionali; contrasti etnici tra croati e serbi minarono la coesione interna dei reparti jugoslavi, che furono rapidamente debellati in un nuovo sfoggio delle dottrine della Blitzkrieg: Belgrado fu occupata il 12 aprile e i comandi jugoslavi firmarono la capitolazione il 17 aprile. L'intera campagna jugoslava era costata ai tedeschi appena 150 caduti[29].

Contemporaneamente all'attacco alla Jugoslavia, truppe tedesche diedero il via all'invasione della Grecia partendo dalla Bulgaria. Un corpo di spedizione britannico sotto il generale Henry Maitland Wilson, tratto dalle forze di Wavell in Cirenaica, fu inviato a sostegno dei reparti greci del generale Alexandros Papagos, ma poté fare poco per arrestare la marcia dei panzer tedeschi appoggiati dalla Luftwaffe: lo schieramento anglo-greco fu aggirato dai tedeschi passando per la Macedonia e, mentre i britannici avviavano l'evacuazione dei loro reparti dai porti del Peloponneso, il 27 aprile Atene cadde in mano agli invasori. La campagna fu poi completata dalla violenta battaglia di Creta tra il 20 maggio e il 1º giugno: superando il dominio navale britannico nel Mar Egeo, i tedeschi invasero la strategica isola di Creta tramite massicci lanci di paracadutisti; la Royal Navy dovette nuovamente intervenire per evacuare i reparti alleati, subendo pesanti perdite in continui attacchi aerei italo-tedeschi. Nonostante la perdita di tempo causata dalla campagna balcanica, l'esercito tedesco era ora al massimo della sua efficienza e pronto al grande attacco contro l'Unione Sovietica[30].

 
Tito passa in rivista a Bosanski Petrovac i partigiani della 1ª Brigata proletaria

La rapida e schiacciante vittoria delle potenze dell'Asse nei Balcani non segnò la fine della guerra in questo teatro operativo. Al contrario già a partire dal giugno 1941 iniziò un movimento insurrezionale in Jugoslavia che mise subito in difficoltà gli occupanti; i tedeschi dopo la vittoria avevano lasciato solo poche forze in Serbia e contavano soprattutto nella collaborazione del neo-costituito Stato Indipendente di Croazia e di formazioni locali di filo-nazisti, mentre il grosso delle truppe occupanti era fornito dagli italiani. L'insurrezione ebbe inizio in Serbia e Montenegro e nella prima fase fu condotta insieme dai partigiani comunisti di Josip Broz Tito e dai cetnici nazionalisti di Draža Mihailović; la resistenza ottenne alcuni successi iniziali, ma entro il 1941 gli italo-tedeschi ripresero il controllo della situazione e inflissero pesanti perdite agli insorti, che dovette disperdersi o fuggire. Da quel momento i partigiani di Tito continuarono la lotta contro l'occupante con la massima determinazione, mentre Mihailović, che godeva dell'appoggio del governo jugoslavo in esilio a Londra, decise di rompere con i comunisti e sospendere gli attacchi contro gli occupanti. Si sviluppò quindi in Jugoslavia una sanguinosa guerra civile tra partigiani e cetnici, questi ultimi ben presto entrati in collaborazione con gli italiani[31].

L'arsenale della democraziaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia dell'Atlantico (1939-1945).

La battaglia dell'Atlantico, termine coniato nel 1941 dal Primo ministro del Regno Unito Winston Churchill, fu la campagna militare navale e aerea che si protrasse più a lungo e con maggiore continuità di tutta la seconda guerra mondiale. Cominciata contemporaneamente all'avvio delle ostilità, durò fino alla capitolazione della Germania, raggiungendo il suo apice, come tonnellaggio di naviglio affondato, nel periodo tra il 1940 e il 1943.

Per sottomettere la Gran Bretagna, la Germania attuò anche un blocco navale che sfociò nella battaglia dell'Atlantico, a opera soprattutto dei sommergibili tedeschi U-Boot. Secondo una teoria accreditata, in realtà Hitler perseguì malvolentieri tutta la campagna contro la Gran Bretagna, ritenendo che l'avversario inglese fosse ormai fuori combattimento e che prima o poi avrebbe chiesto un armistizio. Prima della battaglia d'Inghilterra, Hitler sottovalutava le capacità di resistenza della Gran Bretagna e sperava persino di coinvolgerla, dopo l'armistizio, in una futura alleanza contro l'Unione Sovietica. Tutti i piani di Hitler erano rivolti ad est e alla futura campagna contro l'Unione Sovietica e pertanto non impiegò nella battaglia d'Inghilterra tutte le risorse che avrebbe potuto, né dedicò alla battaglia aerea tutta l'attenzione che essa avrebbe meritato. Nel dopoguerra, molti generali tedeschi e alleati intervistati da scrittori e giornalisti, nonché la maggior parte degli storici, concordarono sul fatto che «la mancata effettuazione dell'operazione Seelöwe negò alla Germania l'unica concreta possibilità di vincere la seconda guerra mondiale».

La battaglia conobbe sensibili variazioni di intensità, ma, a partire dal 1943, la situazione volse a netto favore degli Alleati, che furono in grado di conquistare il predominio nella guerra di superficie grazie alla loro schiacciante superiorità di mezzi, e anche di contrastare efficacemente, grazie anche all'impiego di strumenti, come il radar e il sonar, e di tattiche nuove, come i pattugliatori navali, le portaerei di scorta e gli aerei a lungo raggio, i raggruppamenti di sommergibili della Kriegsmarine, che, dopo un inizio a loro favorevole e notevoli successi parziali, cominciarono progressivamente a subire grosse perdite fino alla definitiva sconfitta.


Alterne vicende nel MediterraneoModifica

Con gli inglesi in Libia, Hitler credette fosse necessario sostenere l'alleato che da alcuni mesi non faceva che subire sconfitte[32] e decise di inviare in Africa due divisioni corazzate e due divisioni motorizzate inquadrate nell'Afrika Korps, al comando di Erwin Rommel. Questi, in una lettera all'Alto Comando tedesco, il 2 marzo, scrisse:

«Gli italiani sono ottimi camerati e valorosi soldati, se avessero i nostri mezzi potrebbero gareggiare con le nostre truppe. Ma la loro antiaerea risale alla guerra '15-'18, i fucili si chiamano "modello '91" perché risalgono al 1891 e i carri armati da 3 tonnellate sono semplicemente ridicoli.[33]»

Con l'arrivo dei tedeschi, in Africa settentrionale la situazione si rovesciò a favore dell'Asse, che riconquistò la Cirenaica preparando una seconda invasione dell'Egitto. Il piano iniziale prevedeva di usare i paracadutisti per occupare l'isola di Cipro e il canale di Suez ma le numerose perdite tra i paracadutisti nell'invasione di Creta indussero Hitler a rinunciare e avanzare verso Suez via terra.[34]

Nei primi mesi del 1941 le prime forze tedesche comandate da Erwin Rommel sbarcarono in Libia. Il generale tedesco assunse il comando delle operazioni sul campo, mentre il comando supremo, piuttosto pavido e indeciso, rimase ai generali italiani. La controffensiva italo-tedesca portò a controllare nuovamente la Cirenaica, eccettuata la città di Tobruch, che rimase in mano britannica e sotto assedio. In compenso, nel giugno 1941 le forze alleate invasero la Siria e il Libano, occupando Damasco il 17 giugno e prevenendo una penetrazione italo-tedesca in Siria. Allo stesso modo le forze britanniche presero il controllo dell'Iraq e congiuntamente con l'Armata Rossa (l'Unione Sovietica era stata attaccata il 22 giugno), invasero l'Iran. Entrambi i Paesi erano fonti petrolifere irrinunciabili.


BarbarossaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Operazione Barbarossa.
 
Le Panzer-Division avanzano nella steppa

La pianificazione operativa cominciò quasi contemporaneamente da parte dei due comandi tedeschi, l'OKH, il cui 'piano Marcks' poneva come obiettivo principale Mosca, e l'OKW, che prevedeva un attacco principale su due ali; le decisioni definitive, pesantemente condizionate dal pensiero strategico di Hitler, ostile a una marcia diretta sulla capitale, vennero cristallizzate nella famosa Direttiva N. 21 del 18 dicembre 1940, Fall Barbarossa, inizialmente denominata Piano Otto. L'attacco sarebbe stato sferrato contemporaneamente su tutto il fronte e il primo obiettivo sarebbe stata la linea Dvina-Dnepr; Mosca sarebbe stata attaccata solo dopo la conquista di Leningrado e dell'Ucraina; la vittoria era attesa entro quindici settimane.[35]

 
Quartier generale del Führer a Rastenburg (Prussia Orientale): Keitel, von Brauchitsch, Hitler, Halder

La decisione di Hitler di rompere il patto Molotov-Ribbentrop e di scatenare un attacco generale a est, manifestata per la prima volta già nel luglio 1940, nasceva in primo luogo dalle concezioni ideologico-razziali del dittatore, delineate già nel Mein Kampf; a questi fondamenti ideologici si accompagnavano complesse motivazioni strategiche, politiche ed economiche, alcune utilizzate da Hitler tatticamente solo per convincere i suoi collaboratori:

  • sconfiggere anche l'ultima potenza terrestre europea per poi poter riversare senza timori l'intera potenza della Wehrmacht contro l'Inghilterra;
  • sconfiggere l'URSS nel 1941, prima dell'intervento americano ipotizzato per il 1942;
  • organizzare un'area di sfruttamento economico autosufficiente, essenziale per condurre una lunga guerra transcontinentale;
  • raggiungere un collegamento diretto con l'alleato giapponese.

A queste motivazioni, Hitler e i suoi principali comandanti aggiunsero la necessità di anticipare un presunto attacco dell'Unione Sovietica, "giudeo-bolscevica", contro la Germania e l'occidente; questa interpretazione, riproposta da alcuni autori revisionisti, è stata respinta dalla maggior parte degli storici.[36]

Contemporaneamente, Hitler s'impegnò per molti mesi in un'estenuante campagna diplomatica, le cui tappe principali furono indubbiamente la firma a Berlino il 27 settembre 1940 del Patto tripartito tra Germania, Italia e Giappone, per paralizzare l'aggressività americana con la minaccia giapponese e essere potenzialmente un pericolo per l'URSS. Hitler fu impegnato inoltre nella visita di Molotov a Berlino il 12 novembre 1940 durante la quale fallirono, di fronte alla brutale concretezza eurocentrica del ministro sovietico, i tentativi del dittatore di dirottare le mire comuniste verso prospettive indiane o persiane. Convinto dell'impossibilità di un nuovo accordo meramente tattico con Stalin e della ristrettezza del tempo rimasto a sua disposizione, Hitler prese la decisione di invadere l'Unione Sovietica.[37]

Le difficoltà di Stalin si accrescevano sempre più: il rafforzamento militare tedesco a est proseguiva, le piccole nazioni ai confini dell'URSS si alleavano con la Germania, il Giappone minacciava l'Estremo Oriente, i rapporti con Inghilterra e Stati Uniti erano difficili nonostante i tentativi di riavvicinamento dell'ambasciatore inglese Stafford Cripps, che al contrario avevano reso sospettoso Stalin. L'URSS era inoltre impegnata in una frenetica corsa contro il tempo per ricostruire e riorganizzare le sue forze militari, modernizzando nel contempo i suoi armamenti e le sue tattiche. Prevedendo lo scoppio della guerra per il 1942, Stalin contava di riuscire a completare i suoi preparativi e di poter trattenere Hitler con concessioni economiche o diplomatiche, considerando inoltre insensato un attacco tedesco a est con l'Inghilterra ancora in armi a ovest.[38]

Il 13 aprile 1941, Stalin mise a segno un grande successo strategico-diplomatico: firmò con il Giappone il patto nippo-sovietico di non aggressione, di durata quinquennale, con il quale si coprì le spalle da un attacco giapponese che, in caso di guerra con la Germania di Hitler, avrebbe esposto l'Unione Sovietica alla minaccia di un attacco da est.[39] Male informato dai tedeschi sui loro propositi contro l'URSS poiché Hitler desiderava condurre da solo la guerra contro i sovietici, il Giappone aveva a sua volta firmato il patto per proteggersi dai sovietici nella futura espansione nipponica nel sud-est asiatico.[40]

Il 22 giugno, la Germania, rompendo il patto di non aggressione del 1939, invase l'Unione Sovietica con l'Operazione Barbarossa. Hitler mirava a distruggere il nemico rapidamente; in pochi mesi la potenza della Wehrmacht avrebbe dovuto dilagare a est con l'obiettivo di occupare il territorio sovietico occidentale, stabilendo una linea che da Arcangelo, sul Mar Glaciale Artico, sarebbe arrivata ad Astrachan', sul Mar Caspio, dominando il Paese, con le popolazioni locali sottomesse, sterminate o deportate, le terre orientali ridotte a terre di colonizzazione e sfruttamento per la razza superiore tedesca.[41] Stalin, nonostante i numerosi avvertimenti diplomatici e di intelligence ricevuti, venne colto di sorpresa: fino all'ultimo aveva interpretato i segni di un attacco tedesco come semplici pressioni intimidatorie di Hitler per costringerlo a trattare da posizioni di debolezza e quindi le forze sovietiche in prima linea non furono tempestivamente allertate. Oltre 3 milioni di soldati tedeschi parteciparono all'attacco appoggiati dai contingenti degli stati alleati della Germania – Romania, Ungheria, Slovacchia, Italia e Finlandia – e dalle formazioni volontarie reclutate nei Paesi Bassi, in Francia, in Scandinavia e in Spagna.

 
Carri tedeschi sul Fronte orientale

Fin dall'inizio, la situazione dei sovietici si rivelò drammatica: i potenti corazzati tedeschi, divisi in quattro gruppi con circa 3 500 carri ciascuno, avanzarono subito in profondità per decine di chilometri nelle retrovie delle truppe sovietiche, rimaste ferme sulle linee di confine, e conquistarono d'assalto ponti sui fiumi Dvina, Niemen e Buh Occidentale, oltre ad altri punti strategici. Il caos regnava nelle retrovie e nella catena di comando sovietica; le comunicazioni erano interrotte, le incursioni aeree tedesche devastavano i depositi e i centri di comando, a Mosca né Stalin né il Comando sovietico compresero la catastrofe che si profilava. Mentre le prime linee sovietiche si battevano accanitamente ma disordinatamente, le colonne corazzate tedesche manovravano per richiudere in grandi sacche le forze nemiche. Le ingenti riserve corazzate sovietiche presenti nelle retrovie vennero gettate subito allo sbaraglio contro le più esperte Panzer-Division: si scatenarono numerose battaglie d'incontro, come ad esempio in Lituania, presso Raseniai e Alytus, dove i carri armati russi subirono perdite spaventose, impiegati allo scoperto, confusamente e sotto gli attacchi della Luftwaffe, la quale aveva guadagnato subito il dominio del cielo con un riuscito attacco a sorpresa agli aeroporti russi. A sud, le forze corazzate sovietiche si batterono meglio, come nella battaglia di Dubno, e misero in difficoltà i panzer; tuttavia la superiorità tedesca si impose e anche in questo settore i tedeschi, dopo aver inflitto gravi perdite, continuarono ad avanzare. Ai primi di luglio, le riserve corazzate sovietiche, che erano state malamente impiegate dal comando sovietico, risultavano quasi completamente distrutte.[42] I carri armati tedeschi poterono così proseguire l'avanzata negli Stati Baltici, avvicinandosi addirittura a Leningrado, progredirono a sud verso Žitomir e Kiev, chiusero la sacca di Uman' e soprattutto accerchiarono tre armate sovietiche nell'area di Minsk-Białystok, il 28 giugno, causando quasi 400 000 perdite ai sovietici.[43]

Il 3 luglio, dopo essersi ritirato per oltre dieci giorni, Stalin rientrò in campo con un celebre discorso radiofonico in cui delineava realisticamente le difficoltà della situazione e l'entità della minaccia che incombeva sull'URSS e i suoi popoli. L'intervento del dittatore servì, accompagnato da metodi staliniani, a rafforzare la disciplina, mobilitare tutte le risorse e organizzare nuove armate per ricostituire un fronte difensivo. Infatti, a metà luglio, lo schieramento iniziale sovietico era stato praticamente distrutto dall'attacco tedesco con oltre un milione di prigionieri solo nel primo mese di guerra.[43] I tedeschi, superata Minsk, procederono rapidamente lungo la strada per Mosca. A Smolensk anche il secondo scaglione sovietico, frettolosamente organizzato, venne accerchiato il 18 luglio; si scatenò una sanguinosa battaglia, la resistenza sovietica fu aspra e, anche se al costo di 350 000 uomini, servì a rallentare e contenere la progressione tedesca verso Mosca.[44]

Nel frattempo, i tedeschi avevano conquistato completamente gli Stati Baltici, dove furono accolti favorevolmente dalla popolazione, e marciavano su Leningrado; l'intervento finlandese da nord, il 1º luglio, aggravò ancora la situazione della città. Agli inizi di agosto, la precaria linea difensiva di Luga venne superata; con una manovra aggirante le colonne tedesche, pur duramente contrastate dalle forze sovietiche, raggiunsero il lago Ladoga a Schlissenburg, l'8 settembre. I finlandesi intanto avevano riconquistato parte della Carelia e Leningrado era totalmente isolata. Cominciava la tragedia della grande città, decimata dalla fame e dai bombardamenti, ma determinata a non arrendersi;[45] durante l'inverno solo la via della vita sul ghiaccio del Ladoga avrebbe permesso la precaria sopravvivenza della popolazione. A sud, dove i tedeschi erano rafforzati dai contingenti rumeno, che marciò lungo la costa del mar Nero verso Odessa, e italiano (CSIR), la resistenza sovietica era più solida, in difesa di Kiev e della linea del Dnepr, così l'avanzata venne rallentata.

 
Soldati tedeschi e popolazione civile sovietica nel sud della Russia, all'inizio dell'invasione nazista

Alla fine di luglio, Stalin fece mostra di un certo ottimismo, durante i colloqui con l'inviato di Roosevelt, Harry Hopkins,[46] esprimendo la sua sicurezza nel riuscire a fermare la guerra lampo tedesca. L'ottimismo staliniano, che si basava anche sulla riuscita mobilitazione delle risorse militari sovietiche e sulla pianificata evacuazione degli impianti industriali negli Urali e in Siberia, era certamente prematuro: i tedeschi erano ancora molto pericolosi, nonostante la perdita di 390 000 uomini al 13 agosto[47] ed erano ancora in grado di proseguire l'avanzata verso il cuore della Russia.

 
Una colonna di prigionieri sovietici

In questa fase sorsero contrasti anche nell'Alto Comando tedesco, tra Hitler, ostile a seguire il miraggio di Mosca e quindi a proseguire direttamente verso la capitale, e alcuni generali (Halder e Guderian principalmente) determinati invece a marciare subito su Mosca, sperando anche negli effetti psicologici derivanti dalla caduta della città.[48] Hitler impose la sua decisione; preoccupato dalle difficoltà verificatesi nel settore meridionale, architettò una nuova gigantesca manovra accerchiante con l'afflusso verso sud di una parte delle forze corazzate del raggruppamento centrale. La manovra avrebbe dato origine alla 'micidiale sacca di Kiev',[49] in cui l'intero gruppo di forze sovietico del settore meridionale venne accerchiato e distrutto con la perdita di oltre 600 000 soldati[43] al 24 settembre 1941. La catastrofe, in parte scaturita da alcune decisioni errate di Stalin, deciso a non cedere Kiev anche per motivi di prestigio, sembrò confermare la correttezza delle decisioni del Führer.

Alla fine di settembre, la situazione sembrava a favore dei tedeschi. Leningrado era stretta nel mortale assedio tedesco-finlandese; le difese di Mosca, imperniate sulle precarie linee fortificate a est di Smolensk, apparivano vulnerabili; a sud si apriva il vuoto di fronte alle colonne corazzate tedesche. L'Ucraina era completamente conquistata, con Char'kov presa il 24 ottobre, la Crimea invasa dal 18 ottobre e i tedeschi che si spingevano in direzione di Rostov, porta del Caucaso, che sarebbe caduta il 20 novembre.[50]

Il 2 ottobre, dopo il rafforzamento del raggruppamento centrale tedesco portato a 1 milione di uomini e 1 700 carri armati,[51] Hitler scatenò l'Operazione Tifone, una potente offensiva diretta a conquistare Mosca, distruggere le forze sovietiche a difesa della capitale e concludere vittoriosamente la guerra a est prima dell'inverno. Nonostante le gravi perdite già subite dai tedeschi, 551 000 vittime al 30 settembre,[51] il Führer e l'Alto comando tedesco mantenevano la piena fiducia nella vittoria di quest'ultima grande battaglia contro le rimaste forze sovietiche, che avevano subito la perdita di oltre 2,7 milioni di uomini, secondo le stesse fonti sovietiche.[43]

L'inizio dell'Operazione Tifone sembrò confermare l'ottimismo tedesco, con i corazzati che penetrarono subito le cinture difensive sovietiche, malamente schierate e organizzate, e progredirono con grande velocità chiudendo altre due sacche di accerchiamento a Brjansk e Vjaz'ma, il 7 ottobre, mentre un'altra colonna panzer era entrata a sorpresa a Orël, il 2 ottobre. La situazione dei russi si aggravò rapidamente: le forze poste a difesa di Mosca erano praticamente accerchiate, con le truppe che si batterono coraggiosamente fino alla fine del mese, subendo almeno 500 000 vittime,[43] mentre i carri armati tedeschi avanzavano verso la capitale dalla strada maestra di Smolensk, sia da nord, passando per Kaluga occupata il 12 ottobre, che da sud.[49] Stalin per la prima volta mostrò segni di disperazione e, il 14 ottobre, il panico esplose a Mosca, mentre il corpo diplomatico e il governo si trasferivano a Kujbyšev. Tuttavia, Stalin decise di rimanere nella capitale e organizzare la difesa di Mosca richiamando dal fronte di Leningrado il generale Georgij Žukov e, soprattutto, schierando numerose divisioni siberiane ben equipaggiate provenienti dall'Estremo Oriente dove, grazie alle notizie fornite dalla spia Richard Sorge, i sovietici erano certi che il Giappone non avrebbe mai attaccato.[52] L'intervento di queste truppe scelte, la presenza di Stalin in persona, le capacità di Žukov e anche l'arrivo sul campo di battaglia dell'autunno fangoso fermarono la marcia tedesca sulla capitale a fine ottobre.[53]

Tuttavia, i tedeschi non rinunciarono e, dopo aver atteso che i primi geli solidificassero il terreno, ripresero l'attacco, nonostante l'approssimarsi dell'inverno russo a cui erano totalmente impreparati, dato che per decisione di Hitler l'equipaggiamento invernale era stato escluso dalle dotazioni delle truppe combattenti. Anche quest'ultimo tentativo tedesco, iniziato il 16 novembre, nonostante qualche successo iniziale, che permise ad alcuni reparti tedeschi di giungere in vista della periferia della capitale il 4 dicembre, sarebbe fallito di fronte alla solida resistenza sovietica e al progressivo peggioramento del clima.

Stalin e Žukov disponevano ancora di forze di riserva efficienti e ben equipaggiate per l'inverno, per un totale di quasi 1 800 000 soldati, con cui sferrarono, a partire dal 5 dicembre, un improvviso contrattacco, sia a nord che a sud di Mosca, contro le avanguardie tedesche oramai bloccate anche dal gelo. L'azione era totalmente inaspettata dalle esauste truppe tedesche; in mezzo alle intemperie invernali i russi passarono all'offensiva, liberarono molte importanti città attorno a Mosca e respinsero i tedeschi a oltre 100 km dalla capitale. La Wehrmacht subì la sua prima pesante sconfitta della guerra; ci furono crolli del morale tra le truppe e i generali tedeschi e enormi quantità di equipaggiamento furono persi.

L'Operazione Barbarossa si concludeva alla fine dell'anno con un fallimento. L'Unione Sovietica, nonostante la perdita di 4,3 milioni di uomini nel solo 1941,[43] non era crollata ed era invece passata al contrattacco. I tedeschi furono costretti a combattere una dura battaglia difensiva invernale, in una situazione strategica complessiva cambiata a sfavore della Wehrmacht che aveva subito 831 000 perdite al 31 dicembre, quasi un quarto dei suoi effettivi.[54] Hitler forse già presagiva la futura sconfitta,[55] ma era ancora deciso a continuare la guerra su tutti i fronti, organizzando personalmente la difesa a oltranza sul fronte orientale, per evitare una ritirata incontrollabile dell'esercito tedesco.[56]

Pearl HarborModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Occupazione giapponese dell'Indocina e Attacco di Pearl Harbor.
 
Le truppe giapponesi occupano Saigon nel luglio 1941

Lo scoppio della guerra nel settembre 1939 aveva spiazzato il Giappone. La stipula del patto Moltov-Ribbentrop rendeva ora impossibile per i giapponesi pensare a una guerra contro l'Unione Sovietica, e il governo di Tokyo si premurò di stemperare lo stato di tensione tra le due nazioni; benché il Giappone avesse riaffermato la sua alleanza con la Germania siglando il 27 settembre 1940 il patto tripartito, il 13 aprile 1941 venne firmato a Mosca un patto nippo-sovietico di non aggressione, cui i giapponesi tennero fede anche dopo l'inizio dell'attacco tedesco all'URSS[57].

Il Giappone iniziò a rivolgere quindi la sua attenzione al Sud-est asiatico. Il coinvolgimento delle potenze europee nella guerra contro la Germania lasciava quasi indifese le loro colonie nella zona, territori di importanza strategica per il Giappone non solo perché ricchi di materie prime ma perché fondamentali per sostenere la resistenza della Cina: nel 1940 il 41% delle forniture belliche cinesi provenienti dall'estero passava per il porto di Haiphong nell'Indocina francese e il 31% da quello di Rangoon nella Birmania britannica, collegato a Kunming in Cina dalla cosiddetta "strada della Birmania"[58]. Nel luglio 1940 il primo ministro Mitsumasa Yonai, contrario all'alleanza con Germania e Italia, fu costretto alle dimissioni e sostituito con il nazionalista moderato Fumimaro Konoe, solidale con i piani degli alti comandi militari per un'espansione verso il Sud-est asiatico e la costituzione di una "Sfera di co-prosperità della Grande Asia orientale", composta da paesi alleati e assoggettati al Giappone. I tempi per realizzare questo piano erano però ristretti: l'espansionismo tedesco in Europa aveva portato a un riarmo navale degli Stati Uniti in funzione difensiva, culminato nel Two-Ocean Navy Act del 19 luglio 1940 volto a rafforzare la United States Navy con 18 nuove portaerei e 11 nuove navi da battaglia; benché il completamento di questo programma non fosse previsto prima del 1948, la sua realizzazione intaccava la relativa superiorità navale giapponese nel Pacifico, obbligando Tokyo ad attuare il prima possibile i suoi piani di espansione territoriale[59].

Dopo negoziati con il governo di Vichy e alcuni scontri di frontiera, tra il 24 e il 26 settembre 1940 le truppe giapponesi ottennero il permesso dalle autorità francesi di stabilire una guarnigione ad Haiphong e di costruire basi militari nella regione del Tonchino nel nord dell'Indocina. Una successiva guerra franco-thailandese (ottobre 1940 - maggio 1941) per il possesso delle regioni occidentali della Cambogia si concluse favorevolmente per i thailandesi grazie alla mediazione dei giapponesi, i quali il 29 luglio 1941 completarono la loro occupazione di fatto dell'Indocina ottenendo da Vichy la cessione della base navale della baia di Cam Ranh, degli aeroporti intorno a Saigon e delle eccedenze di materie prime prodotte dalla regione: le autorità coloniali francesi furono mantenute, ma erano di fatto state private di gran parte dei loro poteri reali[60][61].

 
La nave da battaglia USS Arizona (BB-39) in fiamme dopo l'attacco di Pearl Harbor

Dopo il lancio dell'operazione Barbarossa nel giugno 1941, che ormai escludeva qualunque possibilità di un intervento sovietico in Asia, il governo giapponese prese la decisione finale di condurre la sua guerra di espansione nel Sud-est asiatico[62][63]. Le manovre espansionistiche nipponiche trovarono però un'ostilità sempre più manifesta da parte del governo statunitense: dopo che già nel luglio 1940 erano state varate restrizioni al commercio tra le due nazioni, nel luglio 1941 il presidente Roosevelt decretò, fino al completo ritiro dei reparti di Tokyo dalla Cina e dall'Indocina, il congelamento dei beni nipponici presenti negli Stati Uniti e un embargo totale sulle esportazioni di petrolio verso il Giappone, decisioni seguite nei giorni successivi da misure analoghe da parte dei governi britannico e olandese. Queste misure furono devastanti per l'economia giapponese, privata in un sol colpo del 90% delle sue importazioni di petrolio e del 75% del suo commercio con l'estero, forzando il governo di Tokyo ad agire: il governo di Konoe, favorevole a evitare la guerra con gli Stati Uniti e a risolvere la disputa con i negoziati, fu costretto alle dimissioni il 16 ottobre e rimpiazzato da un gabinetto guidato dal generale Hideki Tōjō, fautore della guerra a qualunque costo[64].

Mentre trattative ormai inutili continuavano tra Tokyo e Washington, lo stato maggiore giapponese stese i suoi piani definitivi per una guerra contro gli Stati Uniti nel Pacifico. L'ammiraglio Isoroku Yamamoto, comandante della flotta da battaglia nipponica, concepì un piano ambizioso: per dare tempo alle forze giapponesi di occupare l'Asia orientale e stabilire un perimetro difensivo lungo il Pacifico a protezione della madrepatria, la flotta statunitense doveva essere resa inoffensiva nelle prime ore di guerra con un attacco aereo a sorpresa contro il suo principale ancoraggio di Pearl Harbor nelle Hawaii, portato dalla flotta di portaerei dell'ammiraglio Chūichi Nagumo. L'attacco venne sferrato la mattina del 7 dicembre 1941, e ottenne un grande successo: anche se le portaerei statunitensi evitarono qualunque danno perché lontane da Pearl Harbor, tutte e otto le navi da battaglia della United States Pacific Fleet furono colpite e affondate. Immediata fu la risposta degli Stati Uniti, che il giorno dopo dichiararono guerra al Giappone imitati subito dal Regno Unito e dalle nazioni alleate[65].

1942: l'apice dell'AsseModifica

Le conquiste giapponesiModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Campagna delle Filippine (1941-42), Campagna della Malesia, Campagna delle Indie Olandesi e Campagna della Birmania.
 
Carri giapponesi Type 89 Yi-Go in marcia alla volta di Manila

L'attacco giapponese a Pearl Harbor fu immediatamente seguito da un'impressionante serie di offensive simultanee contro i possedimenti statunitensi ed europei nell'area dell'Asia orientale.

Gli sparsi possedimenti statunitensi furono colpiti in pieno: bombardata Midway nelle ultime ore del 7 dicembre, i giapponesi invasero e occuparono Guam il 10 dicembre e l'Isola di Wake il 23 dicembre, anche se quest'ultima capitolò solo dopo una dura battaglia. Un pesante attacco aereo nipponico l'8 dicembre distrusse al suolo gran parte delle forze aeree statunitensi dislocate a protezione delle Filippine, e fu seguito dallo sbarco dei reparti giapponesi su Luzon il 22 dicembre; le forze statunitensi nell'arcipelago, al comando del generale Douglas MacArthur, dovettero abbandonare Manila in mano al nemico il 2 gennaio 1942 e ripiegare sulla piazzaforte di Bataan, dove rimasero assediate. Per ordine diretto di Roosevelt, MacArthur si sottrasse alla cattura e riparò in Australia, mentre le sue forze dovettero capitolare il 9 maggio; circa 76.000 soldati statunitensi e filippini caddero prigionieri dei giapponesi, venendo sottoposti a una serie di vessazioni e marce forzate che causarono la morte di migliaia di loro[66].

 
Artiglieri australiani durante una pausa degli scontri in Malesia

Mentre alcune unità attaccavano Hong Kong (che capitolò il 25 dicembre seguente), l'8 dicembre 1941 truppe giapponesi invasero la Thailandia, dove il governo dittatoriale del generale Plaek Phibunsongkhram si affrettò a siglare un trattato di alleanza con Tokyo. L'affondamento in attacchi aerei il 10 dicembre delle unità della Force Z della Royal Navy aprì all'invasione giapponese della colonia britannica della Malaysia, e della sua strategica piazzaforte di Singapore: i britannici avevano fortificato Singapore dal lato del mare ritenendo impossibile per un grande esercito aprirsi la strada attraverso l'entroterra malese, ma i reparti giapponesi del generale Tomoyuki Yamashita erano perfettamente addestrati alla guerra nella giungla e poterono assalire la piazzaforte dal lato scoperto; la battaglia di Singapore si concluse il 15 febbraio 1942 con la resa delle forze anglo-indiane del generale Arthur Percival, caduto prigioniero insieme a 62.000 dei suoi soldati[67].

 
Un aerosilurante giapponese in volo sopra il Mare di Giava

La capitolazione di Singapore lasciò indifeso l'ampio arcipelago delle Indie orientali olandesi, ricco di materie prime strategiche: i giapponesi invasero il Borneo olandese e l'isola di Celebes a partire dall'11 gennaio 1942, proseguendo verso Timor e Sumatra in una grande manovra a tenaglia contro l'isola centrale di Giava. Le forze alleate dell'American-British-Dutch-Australian Command, sotto il generale Archibald Wavell, tentarono di organizzare una resistenza ma subirono una pesante sconfitta navale nella battaglia del Mare di Giava il 27 febbraio, azione che portò il giorno seguente allo sbarco delle truppe giapponesi su Giava stessa e alla capitolazione della sua guarnigione il 12 marzo. Nel frattempo, il 20 gennaio truppe giapponesi provenienti dalla Thailandia avevano dato il via all'invasione della Birmania, mossa strategica per assicurare la difesa delle recenti conquiste nel sud-est asiatico e interrompere i rifornimenti bellici ai cinesi: nonostante l'aiuto di un corpo di spedizione cinese arrivato dallo Yunnan, i britannici dovettero abbandonare Rangoon l'8 marzo e ritirarsi alla volta dell'India, lasciando virtualmente l'intera Birmania in mano ai giapponesi entro il maggio seguente[68].

L'offensiva giapponese stava ormai arrivando a lambire l'Australia: il 23 gennaio truppe nipponiche occuparono Rabaul nell'isola della Nuova Britannia, subito trasformata in un'importante base navale e area per prolungare l'azione verso il Mar dei Coralli. Il 19 febbraio le portaerei giapponesi bombardarono pesantemente il porto di Darwin sulla costa settentrionale dell'Australia; a ciò fece poi seguito lo sbarco di alcuni reparti a Lae e Salamaua sulla costa nord-orientale della Nuova Guinea.

I maggiori successi di RommelModifica

In Africa settentrionale le forze italo-tedesche avevano ripreso l'iniziativa ricacciando gli inglesi dalla Libia e penetrando in Egitto. Rommel si vedeva aperta la strada verso Il Cairo e fece balenare a Hitler la possibilità di raggiungere il Canale di Suez entro l'autunno. L'estate del 1942 fu l'ultimo periodo di espansione tedesca, con la conquista del Caucaso in Unione Sovietica e la corsa di Rommel verso Suez, ciò che per pochi mesi aveva dato l'illusione di un'unica e gigantesca manovra a tenaglia dalla Russia all'Egitto.

La prima battaglia di El Alamein ebbe luogo tra il 1º luglio e il 27 luglio 1942. Le truppe dell'Asse avanzarono fino all'ultimo punto difendibile prima di Alessandria d'Egitto e del Canale di Suez, ma rimasero a corto di rifornimenti[69] e i britannici ebbero modo di allestire una solida linea difensiva.


Obiettivo CaucasoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Operazione Blu, Battaglia del Caucaso e Battaglia di Stalingrado.

Sul fronte orientale, il 1942 cominciò con le nuove offensive sovietiche invernali ordinate da Stalin, convinto della possibilità di un crollo "napoleonico" dell'esercito tedesco e quindi desideroso di non dare respiro all'invasore. Dopo la vittoriosa battaglia di Mosca, l'Armata Rossa proseguì la sua avanzata, in mezzo alle intemperie dell'inverno russo e a costo di terribili perdite, soprattutto nella regione a ovest della capitale. I tedeschi si trovarono spesso in drammatiche difficoltà, persero ancora parecchio terreno, ma non crollarono, anche per l'ordine di Hitler di resistere ad ogni costo e per aver mantenuto la loro coesione e combattività. Leningrado era ancora assediata, Ržev e Vjaz'ma divennero capisaldi sulla via di Mosca, la linea sul Donec venne mantenuta;[70] le due sacche di Demjansk e Cholm vennero tenacemente difese dalle truppe tedesche accerchiate che, rifornite per via aerea, resistettero fino a primavera, quando vennero liberate dalle colonne di soccorso.[71]

 
Un Panzer III in Russia

A costo di gravi perdite, con oltre 1 milione di soldati morti o feriti dal 22 giugno 1941 al 30 marzo 1942,[72] la Wehrmacht riuscì a fermare la prima controffensiva dell'Armata Rossa, altrettanto provata con 1,5 milioni di vittime.[43] Hitler, consapevole che l'ingresso in guerra degli Stati Uniti modificava fortemente lo scacchiere mondiale ed erroneamente convinto che i russi dopo la loro sanguinosa offensiva invernale avessero definitivamente esaurito le loro forze, impose una nuova offensiva concentrata nel solo settore meridionale dell'immenso fronte allo scopo di schiacciare le forze residue sovietiche e di conseguire quegli obiettivi strategico-economici, cioè il bacino del Donbass, la regione del Volga, il petrolio del Caucaso e il grano del Kuban', ritenuti essenziali per proseguire una guerra aeronavale contro le potenze occidentali. Dopo dei contrasti[73] tra alcuni generali, favorevoli a un nuovo attacco diretto su Mosca o addirittura a un mantenimento della linea difensiva, e Hitler, deciso a concludere a tutti i costi la guerra a est entro il 1942, venne preparata l'Operazione Blu, ossia la Direttiva 41 del 5 aprile.

Il 28 giugno 1942, la Wehrmacht ricominciò l'offensiva, puntando verso sud-est. Dopo alcune rilevanti vittorie preliminari, come la conquista della Crimea, di Sebastopoli, già assediata da tempo, e la seconda battaglia di Char'kov, che frustrò i tentativi di contrattacco sovietici, ebbe inizio la spinta decisiva in direzione del fiume Don, del fiume Volga e contemporaneamente anche del Caucaso. La Wehrmacht, favorita anche da contrasti nelle alte sfere sovietiche sulle strategie da seguire, per alcuni mesi sembrò nuovamente trionfante e vicina alla vittoria definitiva. L'Armata Rossa batteva in ritirata, in disordine, mentre i tedeschi conquistavano Rostov, il 23 luglio, e aprivano le porte per il Caucaso. Hitler, convinto che ormai il crollo sovietico fosse imminente, impose di accelerare i tempi, con un'avanzata contemporanea sia verso il Volga e il grande centro industriale di Stalingrado, sia verso il Caucaso e i pozzi di petrolio di Groznyj e Baku.[74]

 
Soldati sovietici della 62ª Armata in azione durante la battaglia di Stalingrado

Per Stalin era un momento drammatico: la città che portava il suo nome era minacciata, l'esercito appariva scoraggiato, i tedeschi invincibili e gli alleati occidentali sembravano non voler aprire nessun secondo fronte in Europa. Nonostante i progetti dei generali George Marshall e Dwight Eisenhower per intervenire subito in Francia e alleggerire la pressione sui sovietici, Winston Churchill, sempre timoroso dei tedeschi e forse desideroso di un dissanguamento reciproco russo-tedesco, ebbe partita vinta con Franklin Delano Roosevelt e impose l'abbandono dei piani americani e l'adozione del piano di sbarco in Nordafrica.[75]

Il 28 luglio, Stalin emanò quindi il suo famoso ordine del giorno "Non un passo indietro". Esso segna l'inizio della ripresa militare, organizzativa e morale dell'Armata Rossa, rafforzata in seguito dall'esito della dura e sanguinosa battaglia di Stalingrado, iniziata il 17 luglio. Il 23 agosto, i tedeschi raggiunsero il Volga ma la resistenza sovietica fu subito tenace, Stalin mobilitò tutte le risorse della città, difesa dalla 62ª Armata del generale Vasilij Čujkov. Per due mesi infuriò una violenta battaglia urbana che dissanguò la 6ª Armata tedesca del generale Friedrich Paulus.[76] Contemporaneamente anche nel Caucaso l'avanzata tedesca rallentava, nonostante alcuni successi propagandistici tedeschi come la scalata del Monte Elbrus in agosto, e finiva per fermarsi alle porte di Groznij, di Tbilisi e di Tuapse, a causa delle prime intemperie, delle difficoltà del terreno e della tenace difesa sovietica.

Aspettando il secondo fronteModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Secondo fronte.

Il problema di un "secondo fronte" in Europa occidentale, che attirasse e logorasse una parte della Wehrmacht impegnata quasi completamente ad est e alleviasse la pressione tedesca sui russi, era sorto praticamente fin dalla prima lettera di Stalin a Churchill del 18 luglio 1941, in risposta alla missiva del Primo Ministro inglese del 7 luglio. Le richieste di Stalin, riguardo a un impegno immediato inglese in forze sul continente, erano irrealistiche: in primo luogo, a causa della debolezza dell'esercito britannico, reduce dalle disfatte in Francia, Norvegia, Grecia e Creta, e in secondo luogo perché il piano di guerra di Churchill, prima dell'entrata in guerra degli Stati Uniti, era completamente differente. Esso partiva dalla convinzione, presente soprattutto nell'establishment militare, di un rapido crollo dell'URSS e si fondava sul potenziamento massimo dei rifornimenti di armi dagli Stati Uniti, grazie alla Legge Lend-Lease (Affitti e Prestiti) dell'11 marzo 1941, sul continuo incremento dei bombardamenti strategici del Bomber Command per scuotere il morale dei civili tedeschi e distruggere l'industria bellica del Reich, sull'organizzazione di piccole operazioni periferiche dirette a logorare il nemico e a provocare il crollo dei suoi alleati, secondo il vecchio schema adottato dagli inglesi contro Napoleone nella guerra d'indipendenza spagnola. Erano quindi state pianificate le operazioni: Crusader (in Cirenaica), Acrobat (in Tripolitania), Gymnast (nel Nordafrica francese), Jupiter (in Norvegia) e Whipcord (in Sicilia).[77]

Due eventi capitali verificatisi alla fine del 1941 cambiarono radicalmente la situazione: Stalin e l'Armata Rossa riuscirono a fermare l'avanzata tedesca e passarono al contrattacco dal 5 dicembre, con conseguente necessità per l'esercito tedesco di rimanere in gran parte sul fronte est, e dal 7 dicembre gli Stati Uniti entrarono in guerra.

Nel gennaio del 1942, Churchill e Roosevelt s'incontrarono in America: l'accordo fu immediato sul concetto del Germany first (sconfiggere prima la Germania e poi occuparsi del Giappone), ma nel campo della pianificazione operativa sorsero ampi contrasti tra inglesi, desiderosi di non correre rischi e di coinvolgere gli Stati Uniti in Africa nell'Operazione Super-Gymnast, e gli americani.[78] Nell'aprile 1942, George Marshall inviò in Europa Eisenhower e Mark Clark, che subito pianificarono operazioni per un rientro in forze sul continente fin dal 1942, per alleviare i russi di nuovo sotto pressione (piano 'Sledgehammer') e poi nel 1943 con offensive in grande stile (piano 'Round-up').[79]

Durante il viaggio di Molotov a Washington, nel maggio 1942, Roosevelt diede precise assicurazioni positive in questo senso, ma Churchill e gli strateghi inglesi riuscirono, negli incontri del 18-20 luglio 1942, a imporre l'abbandono di questi progetti americani, alla luce della vittoria a Tobruch in Nordafrica e delle nuove ritirate sovietiche, e a stabilire come unico impegno per gli angloamericani nel 1942 l'Operazione Torch.[80]

Tuttavia, l'ipotesi di aprire un "secondo fronte" che minacciasse direttamente la Germania, magari partendo da un'invasione della Francia occupata dai tedeschi, non poteva essere del tutto messa da parte. I maggiori dubbi strategici e logistici dei generali Alleati risiedevano, soprattutto, nel cercare di capire se fosse possibile occupare un porto marittimo francese sul Canale della Manica, da utilizzare sia come punto di lancio per un'invasione su vasta scala, sia come punto di approdo sicuro per i rifornimenti alle truppe impegnate nell'invasione. Gli Alleati concordarono nell'effettuare un esperimento, per sondare la capacità di reazione della Wehrmacht: avrebbero tentato l'invasione del porto di Dieppe, sulla costa francese. Le truppe alleate avrebbero dovuto conquistarlo il più rapidamente possibile, quindi avrebbero tentato di mantenerne il controllo per almeno 48 ore, dopodiché sarebbero state evacuate. Se la Wehrmacht avesse dimostrato incapacità a reagire efficacemente, la futura ipotetica invasione della Francia avrebbe potuto avere inizio da un porto.

 
Dieppe: un gruppo di soldati canadesi prigionieri

Il 18 agosto, fu messo in azione il piano Jubilee a Dieppe, che però si risolse in un completo disastro. Non solo le truppe sbarcate, principalmente canadesi, non riuscirono a occupare il porto, ma furono in gran parte distrutte dalle truppe tedesche di difesa e soltanto una minoranza di soldati alleati riuscì a essere evacuata dal campo di battaglia mentre la battaglia aerea sopra le spiagge terminò con una netta vittoria della Luftwaffe. Pertanto, i generali alleati ebbero la conferma che non sarebbe stato possibile invadere la Francia attaccando direttamente un porto marittimo, ma sarebbe stato necessario inventare nuove soluzioni tattiche, che sarebbero state poi impiegate nello sbarco in Normandia del 6 giugno 1944. Per contro, il fallimento alleato a Dieppe mise comunque in allarme Hitler, che diede ordine di cominciare la costruzione di un imponente Vallo Occidentale o Vallo Atlantico, una lunghissima catena di fortificazioni difensive che, teoricamente, si sarebbe dovuta estendere sulle coste di tutto il Nord Europa, dalle coste della Norvegia sino ai confini con la Spagna, creando così una Fortezza Europa. Da questo punto di vista, la sanguinosa incursione alleata su Dieppe risultò un discreto successo "indiretto", in quanto la conseguente decisione di Hitler, di costruire una quantità impressionante di fortificazioni a ovest, comportò il dispendio di enormi quantità di risorse industriali, come ad esempio l'acciaio, che altrimenti l'industria bellica tedesca avrebbe potuto impiegare per produrre più carri armati e cannoni, da destinare al Fronte orientale.

Poco prima del raid su Dieppe, durante il suo soggiorno a Mosca, tra il 12 e il 17 agosto 1942, Churchill aveva illustrato a un furibondo Stalin le motivazioni delle nuove decisioni alleate: l'URSS sarebbe rimasta da sola a combattere il Terzo Reich sul continente almeno per un altro anno, mentre gli Alleati avrebbero preso la strada per l'Africa, in attesa di un ulteriore logoramento tedesco a est, nonché in attesa della costituzione di adeguate forze americane in Inghilterra, per un ipotetico attacco in forze in Francia nel 1943 o più probabilmente nel 1944.[81]

Il Giappone perde l'iniziativaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia del Mar dei Coralli, Battaglia delle Midway e Campagna di Guadalcanal.
 
La portaerei USS Lexington affonda durante la battaglia del Mar dei Coralli

Tra il marzo e l'aprile 1942 la flotta da battaglia giapponese condusse un'imponente incursione navale nell'oceano Indiano: i porti di Colombo e Trincomalee furono bombardati, il traffico mercantile nel Golfo del Bengala venne sconvolto e la Eastern Fleet britannica dovette fuggire in direzione dell'Africa orientale dopo aver perso una portaerei e due incrociatori[82]. L'azione fu l'apice dei successi giapponesi, ma l'alto comando di Tokyo era impegnato da settimane in complicate discussioni su quale fosse il modo migliore per proseguire questa serie ininterrotta di vittorie; fu un evento apparentemente minore a portare infine a una decisione. Il 18 aprile bombardieri dell'esercito statunitense decollati da una portaerei compirono la prima incursione aerea su Tokyo e altre città del Giappone; benché i danni materialmente inflitti fossero minimi, l'azione testimoniò che il perimetro difensivo allestito nel Pacifico dai giapponesi non era ancora sufficientemente ampio per tenere la guerra lontana dalla madrepatria, e che le portaerei statunitensi sopravvissute a Pearl Harbor costituivano ancora la principale minaccia per la supremazia bellica del Giappone. L'ammiraglio Yamamoto ottenne quindi l'assenso per una serie di piani che avrebbero dovuto portare a una soluzione definitiva del problema[83].

Ai primi di maggio una flotta giapponese venne distaccata nella zona del Mar dei Coralli, per appoggiare una serie di operazioni anfibie volte a occupare l'arcipelago delle Isole Salomone e la base di Port Moresby sulla costa sud della Nuova Guinea; l'azione era parte di un più ampio disegno volto a tagliare i collegamenti aeronavali tra l'Australia e gli Stati Uniti. Una squadra di portaerei statunitensi fu inviata a contrastare la manovra, portando tra il 4 e l'8 maggio agli scontri della battaglia del Mar dei Coralli: per la prima volta nella storia una battaglia navale venne combattuta a distanza tale che le opposte flotte non fecero uso dei loro cannoni contro altre navi, e l'intero scontro si risolse in una serie di azioni navi-contro-aerei. Entrambe le parti persero una portaerei e unità minori, ma i giapponesi annullarono l'operazione di sbarco a Port Moresby e si ritirarono[84]. La conquista di Port Moresby venne tentata, più avanti, per via terra: alla fine di luglio truppe giapponesi sbarcarono sulla costa nord-orientale della Nuova Guinea e avanzarono verso sud lungo uno stretto sentiero attraverso l'impervia catena dei Monti Owen Stanley; ne seguì una lunga campagna, nota come campagna della pista di Kokoda, contro le forze australiane che difendevano i passi montani. Alla fine gli australiani, sostenuti da contingenti statunitensi, bloccarono e respinsero le forze giapponesi[85].

 
Marines statunitensi alle prese con l'impervia giungla di Guadalcanal

Nel frattempo, il grosso della flotta giapponese era salpato per un'imponente operazione nel Pacifico centrale avente come obiettivo l'occupazione dell'atollo di Midway, primo passo per un attacco anfibio all'arcipelago delle Hawaii; Yamamoto sperava che una simile minaccia avrebbe spinto gli statunitensi a impiegare tutte le loro portaerei, offrendo ai giapponesi l'opportunità per affrontarle in uno scontro diretto e colarle a picco. Gli statunitensi erano tuttavia perfettamente al corrente della mossa nemica grazie alla decifrazione dei codici crittografici giapponesi portata avanti dal sistema "Magic", e il comandante delle forze statunitensi nel Pacifico ammiraglio Chester Nimitz dislocò le sue portaerei a nord di Midway per tendere un'imboscata ai giapponesi. La battaglia delle Midway tra il 4 e il 6 giugno 1942 rappresentò il punto di svolta della guerra nel Pacifico: le quattro portaerei dell'ammiraglio Nagumo, tutte veterane dell'attacco di Pearl Harbor, furono sorprese dai bombardieri statunitensi con gli aerei ancora fermi sui ponti e colate a picco nel giro di pochi minuti, mentre gli statunitensi dovettero registrare la perdita di un'unica portaerei. Lo sbarco anfibio a Midway fu annullato e, ancora una volta, i giapponesi batterono in ritirata[86].

Oltre al danno materiale della perdita delle portaerei (e dei loro addestratissimi equipaggi, ancora più insostituibili), Midway portò per il Giappone alla perdita dell'iniziativa: i giapponesi furono costretti a rinunciare ad altre mosse offensive nel Pacifico e a preparasi alle inevitabili controffensive degli Alleati. La prima di esse fu lanciata, appena due mesi dopo, nella zona delle Salomone: il 7 agosto truppe dei marines statunitensi occuparono parte dell'isola di Guadalcanal, dove i giapponesi stavano allestendo una base aerea. L'azione portò a una lunga e defatigante campagna: mentre a terra i marines facevano la loro prima sanguinosa esperienza di combattimento su vasta scala contro i reparti dell'esercito imperiale giapponese, in mare le opposte flotte si affrontarono in ripetuti scontri aeronavali che causarono pesanti perdite a entrambi gli schieramenti. Il logoramento delle risorse belliche si rivelò insostenibile per i giapponesi, che alla fine dovettero ordinare il ritiro dei loro reparti da Guadalcanal per concentrarli a difesa dell'importante base di Rabaul più a nord; la lunga campagna si concluse quindi il 9 febbraio 1943 con una vittoria per gli statunitensi[87].

El Alamein e StalingradoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Operazione Urano, Seconda battaglia di El Alamein e Operazione Torch.
 
Un carro T-34 sovietico in azione durante l'operazione Urano

A metà novembre, i tedeschi erano avvinghiati in un sanguinoso scontro a Stalingrado, bloccati definitivamente nel Caucaso e ridotti alla difensiva su tutto il Fronte orientale. Tale fronte si estendeva pericolosamente su quasi 3 000 km, con i due raggruppamenti più potenti bloccati a Stalingrado e nel Caucaso. Il pericolo principale risiedeva nel lungo fianco settentrionale sul Don, ma Hitler decise di mantenere le posizioni raggiunte poiché i tedeschi ritenevano che l'Armata Rossa fosse ormai indebolita e incapace di offensive su ampia scala.[88] Al contrario Stalin e i suoi generali più importanti, Aleksandr Vasilevskij e Georgij Žukov, già da settembre avevano cominciato a organizzare grandi controffensive, previste per il tardo autunno e inverno, con lo scopo di ottenere una vittoria decisiva e rovesciare completamente l'equilibrio sul fronte orientale.[89] Erano le offensive "planetarie" dell'Armata Rossa, denominate con nomi di pianeti, per sottolineare il massiccio numero di forze impiegate.

 
Le colonne corazzate sovietiche avanzano nella neve durante l'operazione Piccolo Saturno

Il 19 novembre 1942, si scatenava l'Operazione Urano: in quattro giorni i corpi corazzati e meccanizzati sovietici travolsero le difese tedesco-rumene sul Don e sbaragliarono le indebolite Panzer-Division tedesche di riserva che per la prima volta nella guerra furono nettamente sconfitte dai carri dell'Armata Rossa.[90] Il 23 novembre, i corpi corazzati e meccanizzati si incontrarono a Kalač, accerchiando completamente la 6ª Armata bloccata a Stalingrado, con quasi 300 000 uomini intrappolati.[91]

La seconda battaglia di El Alamein avvenne tra il 23 ottobre e il 3 novembre 1942 dopo che il generale Bernard Law Montgomery sostituì Claude Auchinleck come comandante dell'Ottava Armata. Le forze del Commonwealth lanciarono l'offensiva e nonostante la disperata resistenza delle divisioni italiane (tra le quali ricordiamo la "Folgore" e l'"Ariete") e tedesche sfondarono il fronte facendo migliaia e migliaia di prigionieri. Rommel venne respinto indietro, e questa volta non si fermò fino a che non giunse in Tunisia.

A complemento di questa vittoria, l'8 novembre 1942, truppe americane e britanniche sbarcarono in Marocco e Algeria durante l'operazione Torch. Le forze locali della Francia di Vichy opposero poca resistenza prima di unirsi alle forze alleate. Infine, le truppe tedesche e italiane vennero prese nella morsa di una doppia avanzata dall'Algeria e dalla Libia.

1943: la marea cambiaModifica

I tedeschi arretranoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Offensiva Ostrogorzk-Rossoš, Operazione Stella e Terza battaglia di Char'kov.

Mentre falliva l'Operazione Marte, sulla direttrice di Mosca, a metà dicembre Stalin sferrò il nuovo attacco sul Don, l'Operazione Piccolo Saturno, mentre i tedeschi tentavano disperatamente di venire in soccorso delle truppe rimaste accerchiate a Stalingrado, anche per ordine di Hitler che era risoluto nel tenere le posizioni fino all'ultimo. La catastrofe colpì in pieno anche le truppe del Corpo di spedizione italiano in Russia, riorganizzato nell'estate 1942 come ARMIR, schierato a difesa del medio Don con mezzi e equipaggiamenti inadeguati. Dal 19 dicembre, la ritirata degli italiani, inseguiti nella neve dalle colonne corazzate sovietiche, si trasformò in tragedia, con la perdita di 100 000 uomini.[92] Alla fine dell'anno, la situazione per l'Asse sul fronte orientale era molto critica: la 6ª Armata tedesca era accerchiata a Stalingrado, isolata, affamata e ormai senza più speranze, le truppe rumene e italiane erano in rotta, l'esercito tedesco nel Caucaso era in piena ritirata a partire dal 30 dicembre per evitare un nuovo accerchiamento, mentre i sovietici erano invece in avanzata generale. L'Asse perse circa 1 milione di uomini[53] tra il novembre 1942 e il 2 febbraio 1943, data della resa definitiva a Stalingrado.[93]

Il 2 febbraio 1943, i resti della 6ª Armata tedesca si arresero a Stalingrado. Mentre si consumava il drammatico finale dell'interminabile battaglia, Stalin e il Comando supremo ampliarono le dimensioni e gli scopi dell'offensiva invernale sovietica. Coscienti che le truppe dell'Asse avevano perso quasi 70 divisioni – almeno 30 tedesche, 18 rumene, 10 italiane e 10 ungheresi[94] – e di fronte ai segni di ritirata generale dei tedeschi, con il ripiegamento dal Caucaso il 30 dicembre e l'inizio, il 12 gennaio, dell'Offensiva sul medio Don contro le truppe ungheresi e il Corpo Alpino italiano,[95] i comandi sovietici sperarono di respingere il nemico, prima del disgelo di primavera, almeno fino al Dnepr e alla Desna. Le vittorie sovietiche, in effetti, si succedettero: sul Medio Don le colonne corazzate sovietiche procedettero verso Kursk e Char'kov, il Caucaso fu progressivamente liberato, Rostov sul Don tornò in mano russa il 14 febbraio, mentre il 30 gennaio cominciarono l'Operazione Galoppo e l'Operazione Stella dirette verso il Dnepr e il mar d'Azov e il 16 febbraio cadde anche Char'kov dopo una dura battaglia contro alcuni reparti scelti tedeschi.

Stalin e il Comando sovietico organizzarono contemporaneamente altre offensive sul fronte di Leningrado, che venne parzialmente sbloccato il 18 gennaio, sul fronte di Ržev-Vjaz'ma, dove i tedeschi ripiegarono ordinatamente ai primi di marzo e anche sul fronte di Orël e Smolensk. Tuttavia, ormai anche i sovietici erano esausti dopo tre mesi di offensive ed estenuanti inseguimenti, con i reparti ormai stanchi e gravi carenze logistiche. I comandanti e lo stesso Stalin sottovalutarono le difficoltà e i pericoli. I tedeschi, dopo un momento di sbandamento, ritrovarono la loro efficienza e con l'afflusso di reparti corazzati provenienti dalla Francia, organizzarono una controffensiva per tagliare fuori le avanguardie sovietiche e riprendere in mano la situazione sul Fronte orientale.

A partire dal 19 febbraio, le Panzer-Division tedesche del feldmaresciallo von Manstein sferrarono il loro contrattacco. I sovietici furono colti di sorpresa, poiché erano convinti che i tedeschi avrebbero continuato la loro ritirata, e subirono delle sconfitte. Tutte le colonne di testa vennero messe in grave difficoltà e cominciarono a ripiegare. I tedeschi riguadagnarono la linea del Donec e del Mius, a marzo riconquistarono anche Char'kov, prendendosi una sanguinosa rivincita nella terza battaglia di Char'kov. Anche i tentativi sovietici verso Orël e Smolensk vennero respinti. A metà marzo, con l'arrivo della rasputizsa, il disgelo primaverile, le operazioni si fermarono e il fronte si stabilizzò momentaneamente.[96]

Il Giappone in difficoltàModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Campagna delle Isole Salomone, Campagna della Nuova Guinea e Campagna delle isole Gilbert e Marshall.
 
Truppe australiane nel difficile teatro della Nuova Guinea

All'abbandono di Guadalcanal da parte dei giapponesi fece subito seguito, nel febbraio 1943, un'avanzata delle forze alleate (statunitensi, australiani e neozelandesi) nel teatro delle Isole Salomone. Mentre in mare e in aria si susseguivano vari scontri (in cui cadde vittima anche l'ammiraglio Yamamoto, il cui aereo fu abbattuto da caccia statunitensi il 18 aprile sopra Bougainville), i reparti terrestri alleati si trovarono alle prese con due impegnative campagne: la campagna della Nuova Georgia tra il giugno e l'agosto 1943, e la campagna di Bougainville iniziata in novembre e proseguita con alterne vicende fino alla conclusione della guerra. La difficoltà nello sconfiggere le ostinate guarnigioni giapponesi e le forti perdite registrate spinsero gli Alleati a ideare una nuova strategia: invece di assaltare direttamente tutte le piazzeforti giapponesi, queste dovevano essere aggirate conquistando le isole vicine e infine rese inoffensive tramite una serie di periodici bombardamenti aerei e navali. Questa Leapfrogging strategy (letteralmente "strategia del salto della rana") fu applicata nei confronti della grande base di Rabaul: la munita piazzaforte giapponese fu isolata da sbarchi di truppe statunitensi e australiane nel sud della Nuova Britannia e infine neutralizzata tramite una serie di bombardamenti in novembre, rimanendo in mano giapponese fino alla fine della guerra ma non svolgendo più alcun ruolo nelle operazioni belliche[97].

Allontanata la minaccia da Port Moresby, anche in Nuova Guinea gli Alleati erano all'avanzata: agli ordini del generale MacArthur, truppe statunitensi e australiane respinsero i giapponesi dalla Nuova Guinea orientale al termine di una sanguinosa battaglia tra il novembre 1942 e il gennaio 1943, per poi avanzare lungo la costa settentrionale con sbarchi anfibi e lanci di paracadutisti fino a scacciare i giapponesi dalle loro basi principali di Lae e Salamaua al termine di una dura campagna intercorsa tra aprile e settembre. L'avanzata proseguì quindi in direzione della Penisola di Huon, teatro di un'altra lunga campagna proseguita fino ai primi di marzo 1944[98].

 
Le spiagge di Tarawa al termine degli scontri

Nel corso dei primi 18 mesi di guerra, i giapponesi avevano retto a stento contro una flotta statunitense composta in maggioranza da navi varate nel periodo prebellico; a partire dalla seconda metà del 1943, tuttavia, iniziarono a entrare in servizio in massa le nuove unità costruite dopo Pearl Harbor: nel corso del solo 1943 gli statunitensi misero in linea 51 nuove portaerei seguite da altre 44 l'anno dopo, mentre nello stesso biennio i giapponesi vararono solo 12 nuove portaerei[99]. Questa enorme disponibilità navale consentì ai comandi statunitensi di allestire una seconda grande flotta con cui condurre, in contemporanea agli attacchi nelle Salomone e in Nuova Guinea, una grande avanzata nel Pacifico centrale.

I primi obiettivi furono gli arcipelaghi delle Isole Gilbert e delle Isole Marshall, al fine di aggirare la grande piazzaforte giapponese di Truk. Tra il 20 e il 23 novembre 1943 i marines diedero l'assalto all'atollo di Tarawa; la battaglia di Tarawa mise in chiaro quale sarebbe stata la durezza dei combattimenti nelle isole del Pacifico: per conquistare un minuscolo isolotto gli statunitensi riportarono circa 1.000 morti e un numero doppio di feriti, mentre la guarnigione di 4.600 giapponesi si fece completamente annientare lasciando solo 20 prigionieri in mano al nemico. L'offensiva nelle Marshall continuò con la conquista di Kwajalein tra il 31 gennaio e il 3 febbraio 1944 e di Eniwetok tra il 17 e il 23 febbraio; Truk, tagliata fuori, fu neutralizzata con una serie di bombardamenti aerei (operazione Hailstone)[100].

L'ultima spallata a orienteModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Kursk e Offensiva del basso Dnepr.
 
Panzer nella battaglia di Kursk

Nella primavera del 1943, la nuova linea del fronte presentava nel settore centrale un grosso saliente sovietico profondamente spinto verso ovest, presso Kursk, in una situazione potenzialmente pericolosa e favorevole a un nuovo attacco tedesco a tenaglia. Hitler, scosso dalla catastrofe di Stalingrado e dalle sconfitte subite in Africa settentrionale dall'Afrikakorps, con conseguente ulteriore indebolimento degli italiani, mostrò per una volta indecisione nella pianificazione strategica.[101] Timoroso di un nuovo fallimento, e di fronte ai pareri ampiamente divergenti dei suoi generali, Hitler rinviò più volte l'offensiva a tenaglia, per dare tempo all'industria bellica tedesca di fornire alla Wehrmacht un grande numero di carri armati, tra i quali i nuovi Panther e Tiger dai quali si aspettava risultati decisivi.

 
I carri armati Tiger a Kursk

Il ritardo tedesco nello scatenare l'offensiva fornì ai sovietici l'opportunità di rafforzare e fortificare il saliente di Kursk. Anche Stalin stava pianificando nuove offensive, ma di fronte ai giganteschi preparativi tedeschi decise, su consiglio anche dei suoi generali, di mantenersi in un primo tempo sulla difensiva, per poi passare in un secondo momento a una controffensiva generale. L'Armata Rossa ebbe quindi tutto il tempo di prepararsi allo scontro. Il saliente di Kursk fu riempito di mine anticarro e cannoni anticarro sovietici, trasformandosi da potenziale punto debole del Fronte in autentica trappola per la Wehrmacht.[102]

Il 5 luglio, i tedeschi diedero inizio all'Operazione Cittadella per schiacciare il saliente di Kursk. Furono otto giorni di battaglia durissima tra i panzer tedeschi e le difese anticarro e i carri armati sovietici. Il 12 luglio, i tedeschi, dopo aver subito grosse perdite, non erano ormai più in grado di insistere nell'attacco. La gigantesca mischia corazzata di Prochorovka suggellò la sconfitta tedesca, proprio mentre nello stesso momento, secondo i progetti di Stalin, i sovietici passavano a loro volta all'attacco nella regione di Orël e sul Mius. I tedeschi, avendo perso circa il 60% delle forze corazzate disponibili sul fronte,[103] dovettero rinunciare definitivamente all'iniziativa a est e cominciarono la lunga e sanguinosa ritirata.

L'offensiva di Stalin si sviluppò progressivamente su tutti i settori principali del fronte. Il 12 luglio, cominciò la battaglia di Orël, il 3 agosto, i sovietici passarono all'attacco, dopo aver ricostituito con grande rapidità grosse forze corazzate, nonostante le pesanti perdite a Kursk, anche nel settore di Belgorod. I tedeschi non ripiegarono senza combattere e, al contrario, organizzarono continui ridispiegamenti delle loro esperte Panzer-Division per rafforzare le difese e effettuare aspri contrattacchi. L'avanzata sovietica fu però inesorabile, anche se duramente contrastata: il 5 agosto venne liberata Orël, il 23 agosto finiva con la vittoria russa la quarta battaglia di Char'kov, dopo nuovi furiosi scontri tra carri armati. Ai primi di settembre crollava anche il fronte sul Mius, con la presa di Taganrog e Stalino. A questo punto Hitler accolse, pur con riluttanza, la proposta del feldmaresciallo Erich von Manstein di un ripiegamento strategico fino alla linea del Dnepr (l'ipotizzato Ostwall), poiché le perdite tedesche erano ingenti, le riserve corazzate erano esaurite e i russi apparivano nettamente superiori.

Cominciò così la grande offensiva del basso Dnepr, con le truppe sovietiche, energicamente spronate da Stalin, all'inseguimento dell'esercito tedesco in ritirata che tentava di attestarsi sul fiume. Il progetto tedesco però fallì e i sovietici costituirono rapidamente numerose teste di ponte da cui partire per liberare anche l'Ucraina occidentale, dove l'obiettivo più importante era Kiev, che venne liberata il 6 novembre con una manovra aggirante delle truppe corazzate sovietiche. Anche più a sud i sovietici si attestarono sulla riva occidentale del Dnepr e liberarono progressivamente, dopo duri scontri, i grandi centri di Dnipropetrovs'k, Zaporižžja, Kremenčuk. Infine anche a nord, nella regione centrale, l'Armata Rossa passò all'offensiva e, nonostante la resistenza tedesca e le difficoltà del terreno, liberò anche Brjansk il 17 settembre e Smolensk il 25 settembre.

I tedeschi, pur fortemente indeboliti, mantennero ancora il possesso della Crimea, degli importanti centri minerari di Kryvyj Rih e Nikopol' e sferrarono anche una nuova controffensiva, con l'afflusso di rinforzi da ovest e dall'Italia, che mise in grosse difficoltà le truppe sovietiche in avanzata dopo la liberazione di Kiev, nella controffensiva di Žytomyr tra novembre e dicembre 1943. Nonostante questi rovesciamenti locali e le gravi perdite di più di 1 milione di morti solo nel secondo semestre del 1943,[43] Stalin e l'Armata Rossa conclusero l'anno con un pieno successo. L'esercito tedesco era stato gravemente danneggiato, subendo 1 400 000 tra morti, feriti e dispersi tra luglio e dicembre,[104] ed era ora inferiore numericamente e tecnicamente. Gran parte delle regioni occupate erano state liberate, l'offensiva invernale, già in preparazione, prometteva nuovi successi e l'intervento in forze sul continente degli Alleati era imminente.[105]

Attacco al ventre d'EuropaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Campagna di Tunisia, Campagna d'Italia (1943-1945) e Operazione Achse.

Avanzando da est e da ovest, gli Alleati spinsero le forze dell'Asse completamente fuori dall'Africa e il 13 maggio 1943, i resti delle truppe italiane e tedesche in Nordafrica si arresero. Furono presi circa 200 000 prigionieri;[106] l'intero raggruppamento italo-tedesco in Africa era stato distrutto (8 divisioni tedesche e 7 italiane).[104]

Le decisioni definitive alleate riguardo alla pianificazione operativa dell'assalto al continente europeo avevano scatenato nuovi duri contrasti tra gli americani, desiderosi di un pronto ritorno in forze in Europa occidentale (Operazione Round-Up per un attacco in Francia nel 1943, che poi sarebbe diventata l'Operazione Overlord del 1944) e Churchill, più interessato a consolidare gli interessi inglesi nello scacchiere orientale e meridionale, quindi propenso per l'esecuzione di operazioni marginali nel Mar Mediterraneo, nei Balcani, nel Mar Egeo, il ventre molle dell'Europa, mentre i tedeschi continuavano a subire dure perdite a est. Le decisioni della Conferenza di Casablanca portarono allo Sbarco in Sicilia del 10 luglio 1943, anche nell'intento di provocare un crollo del Regime Fascista già fortemente indebolito. La dissoluzione delle difese italiane in Sicilia, dopo un mese di combattimenti, spinse, il 25 luglio, il re Vittorio Emanuele III a destituire Benito Mussolini, che venne imprigionato in una località segreta e sostituito dal maresciallo Pietro Badoglio. Il ventennale regime fascista si dissolse in pochissime ore senza opporre resistenza.

 
La liberazione di Mussolini

Hitler previde la possibile resa dell'Italia e organizzò rapidamente le truppe e i piani per fare fronte alla defezione, liberare "l'amico" Mussolini e organizzare un fronte difensivo tedesco in Italia per rallentare la progressione alleata da sud e proteggere le frontiere meridionali del Reich.

«Dopo la caduta e la scomparsa del capo di stato italiano, parve sorgere in Hitler una specie di fedeltà nibelungica. Non c'era "gran rapporto" in cui non tornasse a chiedere che fosse fatto tutto il possibile per ritrovare l'amico disperso.[107]»

 
Truppe americane durante lo sbarco di Salerno

Dopo confuse manovre diplomatiche Badoglio e il re decisero di accettare l'Armistizio di Cassibile imposto dagli Alleati, firmato il 3 settembre e reso pubblico l'8 settembre. Le truppe tedesche si mossero con grande velocità e risolutezza e riuscirono, anche a causa del completo crollo militare e politico della struttura statale italiana, a disarmare oltre 600 000 soldati italiani che furono catturati e deportati in Germania, a occupare Roma e affrontare con abilità l'invasione alleata della penisola. Lo sbarco a Salerno del 9 settembre venne quindi fortemente contrastato delle truppe tedesche del feldmaresciallo Albert Kesselring. Dopo aver rallentato l'avanzata angloamericana, i tedeschi ripiegarono metodicamente, infliggendo dure perdite, sulle varie linee difensive stabilite sugli Appennini Meridionali. Alla fine dell'anno le intemperie invernali e l'abile condotta dell'esercito tedesco condussero alla definitiva stabilizzazione del fronte sulla cosiddetta Linea Gustav, imperniata sulle difese di Cassino. L'avanzata era, almeno per il momento, finita. Nel frattempo, nell'Italia occupata dai tedeschi, Hitler, dopo la liberazione di Mussolini il 12 settembre, organizzò un governo fascista fantoccio, la Repubblica Sociale Italiana, con il redivivo Duce alla sua testa. Il duro comportamento delle truppe e delle autorità tedesche e fasciste nell'Italia centrosettentrionale favorì l'inizio dei primi fenomeni di resistenza contro l'occupante. L'Italia si trovava spaccata in due: a nord, era occupata dai tedeschi, a sud, dagli alleati, mentre la popolazione era preda dei bombardamenti e ridotta in miseria.[108]

Bombardamento di Amburgo (info file)

1944: gli Alleati al contrattaccoModifica

L'offensiva invernale sovieticaModifica
 Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Korsun' e Offensiva Uman-Botoșani.

Fin dal 24 dicembre 1943, dopo la breve pausa imposta dalla controffensiva tedesca di Žytomyr, l'Armata Rossa riprese la sua offensiva nel settore meridionale del fronte orientale. Nonostante il peggioramento delle condizioni climatiche, i sovietici, partendo dalla loro grande testa di ponte a Kiev, progredirono nell'Ucraina occidentale nel tentativo di schiacciare le forze tedesche sulla costa del mar Nero. La resistenza tedesca, ancora una volta basata sulle forze corazzate, riuscì a frenare l'avanzata, ma le truppe che Hitler aveva ostinatamente lasciato nella testa di ponte sul Dnepr di Kaniv, vennero accerchiate e distrutte dopo una la terribile battaglia di Korsun', terminata il 18 febbraio con quasi 50 000 perdite tedesche.[94]

 
Le colonne sovietiche avanzano in Ucraina occidentale nell'inverno 1943-1944

Questo nuovo disastro tedesco facilitò la successiva avanzata di tutto lo schieramento meridionale sovietico: a sud vennero liberate Kryvyj Rih, il 22 febbraio, e Nikopol', l'8 febbraio, e venne isolato il raggruppamento tedesco in Crimea; il maresciallo Konev cominciò la sua celebre marcia nel fango e, a dispetto delle intemperie, liberò Uman' e proseguì superando in successione il Buh Meridionale, il Dnestr e il Prut. Il maresciallo Žukov avanzò in profondità verso Černivci e i Balcani. A Kam"janec'-Podil's'kyj, i carri armati dei due marescialli riuscirono a chiudere in una sacca un'intera armata tedesca il 28 marzo; per i tedeschi sembrò giunta la fine a sud, ma l'armata accerchiata riuscì, con una ritirata di centinaia di chilometri, e aiutata da un efficace contrattacco di truppe corazzate affluite da ovest al comando del generale Model, a uscire dalla sacca e a trarsi in salvo il 4 aprile. In questo modo i tedeschi riuscirono a evitare il crollo ma tutta l'Ucraina fu persa con i sovietici già penetrati in Romania, dopo aver liberato Odessa, e in Polonia orientale. Anche a nord i sovietici riuscirono a rompere in modo definitivo la presa tedesca su Leningrado il 26 gennaio, mettendo fine all'assedio di 900 giorni[109] e a progredire, seppur con grosse difficoltà e gravi perdite, verso gli Stati baltici fino a raggiungere la linea Pskov-Narva ancora saldamente tenuta dai tedeschi.

Alla vigilia dello sbarco in Normandia, ai russi rimanevano da liberare solo la Bielorussia e gli Stati baltici. A costo di incredibili sacrifici e spaventose perdite, oltre 700 000 morti da gennaio a giugno,[43] l'esercito tedesco era stato dissanguato, con quasi 1 milione di perdite per l'Asse durante l'inverno 1943-44.[94] Stalin poteva ora guardare con fiducia ai suoi vasti progetti geopolitici di riorganizzazione della carta europea.[110]

La liberazione di RomaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Montecassino, Sbarco di Anzio e Liberazione di Roma.

Contemporaneamente all'invasione della Francia, gli Alleati conquistarono Roma il 4 giugno e, in poche settimane, il resto dell'Italia Centrale. In novembre, raggiunto l'importante obiettivo simbolico, obiettivo a cui gli inglesi molto tenevano, della liberazione di Forlì, la cosiddetta "Città del Duce", le operazioni conobbero un rallentamento, dovuto all'arrivo dell'inverno, con il fronte che si assestava sulla Linea Gotica.

OverlordModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Operazione Overlord e Battaglia di Normandia.
 
D-Day, 6 giugno 1944, soldati americani in Normandia

Dopo quasi due anni di preparativi e di pareri discordanti tra gli Alleati, durante la conferenza di Teheran[111] venne presa la decisione di attaccare il Vallo Atlantico, allo scopo di aprire il secondo fronte, insistentemente richiesto da Stalin dall'inizio dell'Operazione Barbarossa, con il duplice intento di liberare la Francia e di sottrarre risorse alle forze tedesche impegnate sul fronte orientale contro l'Armata Rossa. L'Operazione Overlord prese il via il 6 giugno 1944, con lo sbarco in Normandia seguito dalla battaglia di Normandia, che terminò il 26 agosto con la liberazione di Parigi.

Dopo lo sbarco le truppe Alleate, disponendo di una schiacciante superiorità aerea, riuscirono dapprima ad attestarsi sulle spiagge e successivamente ad avanzare verso sud e nel Cotentin; i primi tentativi di sfondamento da parte della 2ª Armata britannica, comandata dal generale Miles Dempsey, nel settore di Caen furono respinti dalle divisioni corazzate tedesche e la città cadde solo il 9 luglio, mentre nel settore di competenza della 1ª Armata americana, comandata dal generale Omar Bradley, l'avanzata fu ostacolata dal bocage normanno e solo il 26 giugno terminò la battaglia di Cherbourg.

 
I carri armati alleati a Bayeux

L'attacco in profondità fuori dalla Normandia venne portato dagli americani con l'Operazione Cobra nel settore di Saint-Lô. L'attacco ebbe successo e, oltre a sfondare il fianco sinistro del fronte tedesco, permise alla 3ª Armata americana, comandata dal generale George Smith Patton, di aprirsi un varco verso la Bretagna. Hitler, reduce dall'attentato del 20 luglio, proibì qualunque ripiegamento e ordinò un contrattacco, l'Operazione Lüttich, che venne interrotta dopo soli quattro giorni a causa dell'impossibilità di respingere gli americani verso Avranches.

Il 14 agosto la 1ª Armata canadese, comandata dal generale Harry Crerar, sferrò un'offensiva verso Falaise, allo scopo di congiungersi con le forze americane che a sud avevano occupato Argentan; l'Operazione Tractable, nonostante la resistenza tedesca, consentì di perseguire l'obiettivo ma una larga parte delle forze nemiche riuscì a sottrarsi alla sacca di Falaise, ripiegando verso la Senna. Sconfitte le forze tedesche poste a difesa della Normandia, le forze Alleate poterono dirigersi verso Parigi che venne liberata il 25 agosto, con l'ingresso nella capitale della 2ª Divisione Corazzata francese, comandata dal generale Philippe Leclerc de Hauteclocque, alla quale venne consentito, a seguito di accordi intercorsi tra il comando alleato e il generale Charles de Gaulle, comandante delle forze della Francia libera, di entrare per prima, sfilando in parata il giorno successivo.

Nel frattempo, il 15 agosto, un nuovo sbarco alleato in Provenza (Operazione Dragoon) suggellava la disfatta tedesca in Francia. Ai primi di settembre, l'avanzata sembrava ormai inarrestabile, nonostante la perdita di circa 210 000 uomini,[112] e la sconfitta tedesca ormai prossima, alla luce delle oltre 500 000 perdite subite.[113] Il 3 settembre, gli inglesi entrarono a Bruxelles, l'11 settembre, le prime truppe alleate raggiunsero il confine tedesco e i reparti corazzati americani del generale Patton superarono la Mosa e la Mosella, raggiungendo la Lorena.[114]

Crollo a estModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Operazione Bagration, Offensiva Lvov-Sandomierz, Rivolta di Varsavia e Offensiva Iași-Chișinău.

Ancor prima dell'inizio dell'Operazione Overlord, i russi ottennero una nuova vittoria liberando la Crimea, compreso il grande porto di Sebastopoli, il 9 maggio, schiacciando le forze tedesco-rumene rimaste intrappolate nella penisola sul Mar Nero. Il 10 giugno, Stalin sferrò una nuova offensiva all'estremo nord del Fronte orientale, nell'istmo di Carelia, per regolare i conti con la Finlandia. Dopo una dura resistenza, le forze sovietiche, nettamente superiori, ebbero ragione delle difese finniche, con la conquista di Vyborg il 20 giugno. La Finlandia abbandonò l'alleanza con la Germania e accettò di firmare la pace con l'URSS il 19 settembre, conservando la propria indipendenza a prezzo di nuove perdite territoriali.

Il 22 giugno, a tre anni esatti dall'inizio dell'Operazione Barbarossa, Stalin diede il via all'Operazione Bagration che si dimostrò una spettacolare dimostrazione della potenza dell'Armata Rossa. L'attacco venne sferrato contro le forze tedesche in Bielorussia e fin dall'inizio ottenne pieno successo. Con una manovra a tenaglia, i 4 000 mezzi corazzati sovietici[115] prima travolsero i capisaldi tedeschi di Vitebsk sulla Dvina il 26 giugno e di Babrujsk sulla Beresina il 27, quindi si diressero velocemente su Minsk. I tedeschi, molto indeboliti, tentarono disperatamente di rallentare l'avanzata per permettere il deflusso delle forze che rischiavano di rimanere tagliate fuori ad est della Beresina, ma l'avanzata sovietica fu inarrestabile: Minsk venne liberata il 3 luglio, nei giorni seguenti le armate tedesche rimaste isolate e vennero progressivamente fatti oltre 100 000 prigionieri.[94]

L'intero raggruppamento centrale tedesco era crollato. A questo punto le colonne corazzate sovietiche proseguirono l'avanzata in due direzioni: verso nord-ovest, presero Vilnius il 13 luglio e Kaunas il 1º agosto, per raggiungere poi la costa baltica; verso ovest in direzione del Niemen e della Vistola, prendendo Lublino il 23 luglio e Brest-Litovsk il 28 luglio, raggiungendo del confine tedesco in Prussia Orientale il 31 luglio. Inoltre, fin dal 13 luglio, l'Armata Rossa passò all'attacco anche più a sud, in Volinia; dopo duri scontri, i carri armati russi liberarono Lvov il 27 luglio e proseguirono verso la Vistola che attraversarono a Sandomierz e a Magnuszew. Tuttavia, i tedeschi, con l'arrivo di riserve corazzate, riuscirono miracolosamente a riprendersi, a fermare l'avanzata sovietica verso il golfo di Riga, a contenere le teste di ponte sulla Vistola e ad arrestare l'avanzata su Varsavia.

Il 30 luglio, l'Armia Krajowa polacca (filo-occidentale e legata al governo polacco in esilio a Londra) cominciò la drammatica rivolta di Varsavia; i tedeschi però riuscirono a controllare la situazione, a schiacciare l'insurrezione e a respingere, con l'intervento di alcune Panzer-Divisionen, le esauste colonne corazzate sovietiche, in avvicinamento alla capitale polacca, nella battaglia di Radzymin. Stalin certamente non si dispiacque del fallimento della rivolta e contava di trarre profitto dalla sconfitta degli insorti nazionalisti, tuttavia il mancato intervento sovietico in aiuto fu dovuto in parte anche alla stanchezza delle truppe e alla violenza del contrattacco tedesco.[116] Dopo un'avanzata di oltre 500 km e dopo aver inflitto ai tedeschi una perdita di 900 000 uomini da giugno a agosto,[117] l'Armata Rossa si fermò sulla Vistola e sul San: anche le sue perdite erano state ingenti con quasi 500 000 morti.[43] Stalin ora era interessato alla conquista del Baltico e a liberare le nazioni balcaniche.

Il 20 agosto, le forze sovietiche a sud dei Carpazi sferrarono la terza grande offensiva dell'estate 1944; una nuova manovra a tenaglia si chiuse rapidamente su tutto lo schieramento tedesco-rumeno il 24 agosto. L'offensiva Iași-Chișinău si concluse con un nuovo trionfo per Stalin, dopo la perdita di altri 200 000 soldati tedeschi[94] e il vuoto che si apriva per i carri armati sovietici. Il 23 agosto, la Romania abbandonò l'alleato germanico e le colonne sovietiche dilagarono senza incontrare resistenza e il 31 agosto i russi entrarono a Bucarest; il 9 settembre, la Bulgaria, a cui l'URSS aveva dichiarato guerra il 5, passò al fianco degli Alleati e aprì le porte all'Armata Rossa. Solo l'Ungheria rimase alleata dei tedeschi, in particolare dopo il colpo di stato filo-nazista di Ferenc Szálasi del 15 ottobre. Le residue forze tedesche ripiegarono attraverso i Carpazi e cominciarono l'abbandono della Grecia e della Jugoslavia. Belgrado venne liberata dai carri armati sovietici provenienti dalla Bulgaria, insieme alle truppe di Tito, il 14 ottobre.[118]

La fine di una grande potenzaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Campagna delle Isole Marianne e Palau e Campagna delle Filippine (1944-45).
 
Marines statunitensi trincerati sulle spiagge di Saipan

Le offensive alleate nel Pacifico stavano ormai convergendo sul Giappone stesso. Dopo l'isolamento della base di Truk la flotta nipponica si era rifugiata a Singapore, più vicino alle riserve di carburante del Borneo e al sicuro dalle incursioni aeree statunitensi ma troppo lontano per appoggiare la difesa del Pacifico meridionale. Di ciò ne approfittarono le forze di MacArthur, che tra febbraio e maggio 1944 occuparono le isole dell'Ammiragliato per poi avviare, a partire da aprile, la liberazione della Nuova Guinea occidentale[119]. Anche le forze di Nimitz nel Pacifico centrale avanzarono con decisione: bombardieri statunitensi avevano condotto alcune incursioni contro obiettivi strategici giapponesi a partire da basi situate nella Cina continentale, ma gli aeroporti cinesi erano difficili da approvvigionare (i rifornimenti dovevano giungere dall'India attraverso un ponte aereo che scavalcava l'Himalaya, il cosiddetto The Hump) e vulnerabili alle offensive via terra dei giapponesi; gli statunitensi puntarono quindi alla conquista delle Isole Marianne nel Pacifico occidentale, dove potevano essere allestite basi aeree per i nuovi bombardieri a lungo raggio Boeing B-29 Superfortress rifornibili direttamente dagli Stati Uniti[120].

 
La portaerei giapponese Zuiho sotto attacco aereo statunitense durante la battaglia del Golfo di Leyte

Il 15 giugno le forze statunitensi diedero il via alla campagna delle Marianne attaccando l'isola di Saipan, cui fecero seguito gli sbarchi a Guam il 21 luglio e a Tinian il 24 luglio. La minaccia al Giappone rappresentata dagli sbarchi nelle Marianne non sfuggì all'attenzione del comando nipponico e la flotta da battaglia, già mobilitata per tentare di ostacolare l'avanzata statunitense nella Nuova Guinea occidentale, fu dirottata per fronteggiare questa nuova minaccia. Tra il 19 e il 20 giugno le opposte flotte si affrontarono nella battaglia del Mare delle Filippine: in una serie di scontri aeronavali, i giapponesi persero tre portaerei e ben 360 aerei imbarcati senza riuscire a infliggere agli statunitensi perdite significative; il corpo aereo della Marina giapponese, faticosamente ricostruito nel corso di un intero anno dopo le perdite di piloti e velivoli patite a Midway e nelle Salomone, fu di fatto spazzato via nel corso di quest'unica battaglia, rendendo inutili ai fini bellici le portaerei superstiti. Le operazioni nelle Marianne si conclusero quindi entro i primi di agosto con l'annientamento delle guarnigioni nipponiche; in ragione di questa sconfitta, il primo ministro Tojo fu costretto alle dimissioni e rimpiazzato con il generale Kuniaki Koiso[121].

La caduta delle Marianne aprì la strada alla riconquista statunitense delle Filippine, fortemente voluta dal generale MacArthur benché Nimitz le preferisse un assalto anfibio all'isola di Formosa. Preceduto a metà settembre dall'occupazione dei punti strategici dell'arcipelago delle Palau (battaglie di Peleliu e di Angaur), lo sbarco nelle Filippine ebbe inizio il 20 ottobre con l'assalto all'isola di Leyte, dove gli statunitensi stabilirono rapidamente una testa di ponte. La perdita dell'arcipelago avrebbe definitivamente tagliato fuori il Giappone dai pozzi petroliferi delle Indie olandesi, e la Marina nipponica era pronta a sacrificare le sue ultime risorse per impedirlo; fu concepito un piano ambizioso: la squadra delle portaerei, ormai quasi inutilizzabile per mancanza di velivoli imbarcati, avrebbe fatto da esca attirando a nord delle Filippine le portaerei statunitensi, permettendo a due gruppi navali di corazzate e incrociatori di convergere sulla flotta d'invasione ammassata davanti Leyte. L'azione portò, tra il 23 e il 26 ottobre, alla vasta battaglia del Golfo di Leyte, la più grande battaglia navale della guerra; lo scontro segnò definitivamente la superiorità dell'aereo imbarcato contro le grandi navi armate di cannoni: i giapponesi furono completamente sconfitti perdendo, principalmente in attacchi aerei, quattro portaerei, tre corazzate e sei incrociatori pesanti[122].

 
Truppe britanniche in azione nella giungla al confine indo-birmano

Mentre la lotta infuriava nelle isole del Pacifico le operazioni belliche nell'Asia continentale erano ristagnate, salvo conoscere un'improvvisa recrudescenza nel 1944. A partire da aprile e fino a dicembre i giapponesi sferrarono una grande offensiva nella Cina meridionale, la loro prima operazione su vasta scala in territorio cinese dal 1939; l'operazione Ichi-Go rappresentò l'ultima grande vittoria giapponese della guerra: vaste zone nello Henan, nello Hunan e nel Guangxi furono occupate, e il Kuomintang fu politicamente umiliato per via della sua incapacità nel difendere i cinesi dai giapponesi[123].

Nel frattempo, i giapponesi passarono all'offensiva anche sul fronte della Birmania: per tutto il 1943 i giapponesi avevano mantenuto un atteggiamento difensivo, limitandosi a contrastare le azioni portate avanti dagli Alleati (gli anglo-indiani a ovest, le armate cinesi assistite da contingenti statunitensi a nord), ma nel marzo 1944 i reparti giapponesi lanciarono una vasta offensiva (operazione U-Go) in direzione dell'Assam, sia per occupare gli aeroporti da cui partivano i rifornimenti per i cinesi sia nel tentativo di scatenare una rivolta anticolonialista in India. Le truppe anglo-indiane del generale William Slim erano ora meglio addestrate alle operazioni nella giungla, e riuscirono a bloccare l'offensiva giapponese tra le città di Imphal e Kohima finché l'arrivo del monsone in giugno non provocò il crollo delle linee di approvvigionamento nipponiche. L'operazione si risolse in una catastrofe per i giapponesi, che persero 60.000 dei 100.000 uomini impiegati; a coronamento di questo successo per gli Alleati, in agosto le forze cinesi riconquistarono Myitkyina nel nord della Birmania ristabilendo i collegamenti terrestri tra India e Cina[124].

L'ultimo azzardo di HitlerModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Operazione Market Garden, Offensiva delle Ardenne e Campagna della Linea Sigfrido.

Alla metà di settembre, la situazione del Terzo Reich sembrava disperata: ad ovest, dopo il crollo del fronte in Normandia, le colonne alleate progredirono rapidamente nelle pianure franco-belghe disperdendo i demoralizzati resti dell'esercito tedesco a ovest; in Italia le forze del feldmaresciallo Albert Kesselring ripiegavano verso nord, dopo aver perso tutta l'Italia centrale, cercando di attestarsi sulla Linea Gotica, apprestata per sbarrare agli Alleati l'accesso alla valle Padana; nell'aria i bombardamenti strategici, sempre più devastanti, provocavano enormi distruzioni e intralciavano la produzione bellica tedesca di armi e carburanti sintetici; a est, dove combatteva ancora il grosso della Wehrmacht, il fronte sembrava provvisoriamente stabilizzato sulla linea della Vistola e in Prussia Orientale, mentre il raggruppamento tedesco nel Baltico rischiava di essere completamente isolato; nei Balcani, l'inarrestabile avanzata dell'Armata Rossa, con il conseguente cambio di alleanza di Romania e Bulgaria, progrediva verso le pianure ungheresi e metteva a rischio tutte le forze tedesche presenti in Jugoslavia e in Grecia.

Contro ogni previsione, tuttavia, a questo punto si assistette a una sorprendente ripresa tedesca autunnale su tutti i fronti, che avrebbe portato a nuove sanguinose battaglie e anche a un ultimo tentativo tedesco di controffensiva strategica. I fattori che resero possibile questa imprevista ripresa tedesca furono principalmente la spietata volontà di Hitler di continuare a battersi, di rastrellare tutte le risorse umane e materiali, di non rassegnarsi alla sconfitta,[125] la capacità dell'esercito tedesco di ripiegare senza perdere la coesione e la combattività dei reparti, l'abilità dei comandanti tedeschi nelle improvvisazioni tattiche, alcuni errori alleati nella pianificazione operativa e logistica, l'esaurimento momentaneo delle risorse alleate in attesa della liberazione del porto di Anversa e la decisione di Stalin di dare priorità alle avanzate Balcaniche e nel Baltico.[126]

 
Offensiva delle Ardenne: gli ufficiali tedeschi studiano le rotte di marcia

A ovest, gli Alleati, tentarono di portare a termine l'Operazione Market Garden, uno attacco combinato terrestre e aviotrasportato, organizzato dal generale Bernard Law Montgomery, per occupare in un sol colpo tutti i ponti strategici su i vari rami del Reno. Tuttavia, fallirono dopo l'aspra battaglia di Arnhem,[127] tra il 17 e il 25 settembre, e durante l'inverno si ridussero a operazioni limitate dirette alla completa liberazione del porto di Anversa, a opera dei Canadesi, all'attacco alle fortificazioni della Linea Sigfrido che portò alle logoranti battaglia di Aquisgrana, combattuta tra il 2 e il 21 ottobre, e della foresta di Hürtgen, alla liberazione, a opera di americani e francesi, di Alsazia e Lorena. I tedeschi persero altro terreno, ma nel complesso riuscirono a stabilizzare solidamente il fronte occidentale, infliggendo dure perdite agli alleati (miracolo dell'ovest).[128]

In Italia, il feldmaresciallo Kesselring, con la sua consumata abilità tattica, contenne sulla Linea Gotica, l'avanzata alleata, indebolita da notevoli prelevamenti di truppe a favore del fronte occidentale; alcuni ulteriori tentativi offensivi alleati ottennero solo mediocri successi locali, come la battaglia di Rimini, terminata il 21 settembre dopo un mese di scontri.[129]

A est, dove rimaneva oltre il 60% delle forze della Wehrmacht, l'offensiva sovietica nei paesi Baltici venne duramente contrastata. Riga cadde il 13 ottobre e solo il 15 ottobre, al secondo tentativo, le forze corazzate sovietiche raggiunsero la costa a Memel, isolando tutto il raggruppamento tedesco settentrionale.[94] Queste forze però continuarono a battersi, rifornite via mare, e ripiegarono progressivamente in Curlandia dove sarebbero rimaste asserragliate fino alla fine della guerra. In Prussia orientale un primo attacco sovietico venne respinto. Nei Balcani, con l'intervento di nuovi reparti corazzati e con l'aiuto del governo fantoccio ungherese, Hitler organizzò un'aspra difesa nelle pianure ungheresi. Le forze sovietiche, esauste, subirono in questa regione numerosi scacchi a opera dei panzer nella battaglia di Debrecen, tra il 6 e il 29 ottobre. Dopo aver raggruppato le forze, e con l'afflusso delle armate provenienti da Belgrado, i russi ripresero l'offensiva e riuscirono, dopo nuovi scontri tra carri armati, ad avvicinarsi alla capitale ungherese, dove sarebbe stata combattuta fino al febbraio 1945 la lunga e durissima battaglia di Budapest.[130]

 
Paracadutisti americani della 101ª Divisione Aviotrasportata in ricognizione nei pressi del villaggio di Bastogne durante l'offensiva delle Ardenne

Il 16 dicembre, l'esercito tedesco sferrò l'Operazione Herbstnebel, segnando l'inizio dell'offensiva delle Ardenne, il disperato tentativo di Hitler di ottenere una clamorosa vittoria a ovest, abbattere il morale angloamericano e ribaltare la situazione strategica.[131] L'attacco, sferrato da tre armate e oltre 1 000 carri armati,[132] colse di sorpresa i comandi alleati, convinti dell'impossibilità di una nuova offensiva tedesca,[133] e provocò confusione e anche cedimenti tra le truppe americane attaccate. Alcune colonne corazzate tedesche penetrarono in profondità, superando i deboli sbarramenti americani, dirigendosi verso Bastogne. I panzer di testa, rallentati dalle intemperie climatiche che avevano anche impedito l'intervento dell'aviazione alleata e dal terreno boscoso, il 24 dicembre giunsero in vista della Mosa.[134] Tuttavia, grazie alla coraggiosa resistenza di alcuni reparti americani e alla scarsità di rifornimenti tedeschi, in particolar modo di carburante, gli Alleati poterono rompere l'assedio di Bastogne e chiudere la breccia, tornando alle posizioni iniziali ad inizio 1945. A metà gennaio la battaglia, sanguinosa per entrambe le parti, con circa 80 000 perdite ciascuna,[135] era finita. Essa segnava la fine delle ultime speranze di Hitler di ottenere una pace separata con le Potenze occidentali.

1945: la fineModifica

Attacco al cuore dell'AsseModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Invasione Alleata della Germania, Assedio di Budapest, Operazione Vistola-Oder e Offensiva di Vienna.

Nell'inverno 1944-1945, in Ungheria continuavano i duri scontri tra tedeschi e sovietici, i primi con l'aiuto di reparti dell'esercito ungherese, i secondi appoggiati dai contingenti rumeni. Le colonne meccanizzate sovietiche, a cavallo del Danubio, vincendo diversi scontri tra unità corazzate, il 27 dicembre chiusero le tenaglie, accerchiando completamente Budapest e le cospicue forze tedesche e ungheresi poste a difesa della capitale magiara.[136] Ben lontano dal rinunciare, Hitler, mentre dirigeva le operazioni nelle Ardenne, cercò in tutti i modi di sbloccare la città, facendo affluire nuove forze tedesche. Dopo nuovi aspri scontri, con notevoli difficoltà e perdite per i sovietici, alla fine di gennaio i tedeschi dovettero rinunciare a Budapest. Nel frattempo, dentro la città, stava infuriando una battaglia urbana, analoga per ferocia a quella di Stalingrado, tra le truppe di Waffen-SS e le truppe d'assalto sovietiche. Fu una battaglia durissima combattuta fanaticamente, le perdite furono ingentissime per tutte e due le parti, le devastazioni della città altrettanto enormi. Pest cadde il 18 gennaio ma la città vecchia di Buda resistette ancora più accanitamente. Infine, le residue truppe tedesche e ungheresi si arresero il 13 febbraio 1945.[137] I sovietici vinsero causando tra i tedeschi e gli ungheresi 50 000 morti e ottenendo 138 000 prigionieri tra novembre e febbraio,[94] mentre le perdite sovietiche erano state molto più pesanti, con 320 000 vittime in tutta la campagna ungherese.[43]

Mentre infuriavano i combattimenti per le strade di Budapest, le enormi forze sovietiche ammassate più a nord, sulla Vistola e in Prussia Orientale, avevano già ottenuto una schiacciante vittoria e stavano marciando, apparentemente inarrestabili, su Berlino. L'ultima grande offensiva invernale dell'Armata Rossa era cominciata il 12 gennaio, forse in anticipo sui piani per ordine di Stalin, sollecitato da Churchill il 6 gennaio affinché cominciasse una nuova offensiva per alleggerire gli Alleati, in difficoltà sul fronte occidentale.[138] A partire dalle teste di ponte sulla Vistola di Baranow e Sandomir, una vera valanga di uomini, 32 000 cannoni, 6 400 carri armati e 4 800 aerei[139] si abbatterono sulle difese tedesche recentemente indebolite da Hitler, ingannato sulle intenzioni sovietiche,[140] con trasferimenti di truppe in Ungheria. Le prime linee sulla Vistola vennero rapidamente travolte, Varsavia cadde senza combattere, le riserve corazzate tedesche, schierate troppo vicine alla prima linea, vennero distrutte nella battaglia di Kielce dai corpi meccanizzati del maresciallo Konev.[141]

Un enorme vuoto si aprì davanti alle colonne dei marescialli Žukov e Konev, che si lanciarono rapidamente in profondità aggirando i capisaldi di resistenza tedeschi di Breslavia e Posen, difesi dai tedeschi secondo la tecnica dei "frangiflutti" (wellenbrecher) ideata da Hitler.[125] L'avanzata in Polonia fu rapidissima infatti il 17 gennaio venne raggiunta Częstochowa, il 19 Łódź e Cracovia, il 28 gennaio Katowice e il bacino industriale della Slesia cadde intatto in mano dei sovietici, come sperava lo stesso Stalin.[142] Alla fine di gennaio l'Armata Rossa raggiunse, dopo un'avanzata forsennata, il fiume Oder, l'ultima protezione naturale di Berlino, e costituiva subito teste di ponte sulla riva occidentale a Küstrin e a Opole. La capitale tedesca era distante appena 80 km e i tedeschi avevano perso quasi 400 000 uomini in un mese;[143] il paese era devastato, i civili avevano abbandonato in massa i territori invasi della Pomerania, della Prussia e della Slesia, mentre i soldati sovietici si abbandonavano spesso al saccheggio e alla vendetta sulle popolazioni.[144]

Molto più combattuta fu la battaglia per la Prussia Orientale, attaccata dal 13 gennaio. I tedeschi, che la ritenevano suolo patrio, si batterono con abilità e efficacia, sfruttando il terreno boscoso e le solide fortificazioni. I russi dovettero impegnarsi in estenuanti e sanguinosi attacchi frontali, impiegando in quantità l'artiglieria pesante.[145] Tuttavia, le colonne corazzate sovietiche raggiunsero la costa baltica presso Marienburg il 27 gennaio, ma i tedeschi contrattaccarono e una parte delle truppe riuscì a ripiegare in Pomerania.[146] Le superstiti navi da guerra della Kriegsmarine intervennero con le loro artiglierie in aiuto delle truppe di terra e inoltre eseguirono numerose evacuazioni di reparti militari e soprattutto di civili in fuga davanti alla devastazione russa.[147] La lotta si prolungò fino ad aprile; progressivamente le forze tedesche vennero frammentate e distrutte dopo al prezzo di 585 000 perdite russe.[43] La poderosa fortezza di Königsberg venne attaccata a partire dal 1º aprile dalle forze sovietiche, guidate personalmente dal maresciallo Vasilevsky e conquistata il 9 aprile, grazie all'impiego in massa dell'artiglieria pesante e di grandi rinforzi di aviazione causando 150 000 perdite tra i tedeschi.[94][147] Piccoli nuclei di resistenza tedeschi rimasero attivi nella regione del Frisches Haff fino alla capitolazione del Terzo Reich.

Mentre si prolungava la battaglia in Prussia Orientale, le forze russe giunte all'Oder avevano interrotto, in febbraio, la loro avanzata verso Berlino. Questa inattesa tregua fu causata dalla costituire di un nuovo fronte difensivo con i resti delle forze sconfitte e con l'afflusso di circa 20-25 divisioni da ovest e dall'Italia, dall'esaurimento e dalle difficoltà logistiche delle forze sovietiche in avanzata per 600 km, dalla decisione di Stalin, impegnato in quel momento nella conferenza di Jalta,[148] di non rischiare un balzo immediato su Berlino temendo di esporre i fianchi delle avanguardie. Durante febbraio e marzo, quindi, l'Armata Rossa si impegnò nel rastrellamento delle sacche di resistenza rimaste nelle retrovie, che si batterono duramente, e nella sconfitta delle forze nemiche in Pomerania e in Slesia, in preparazione dell'ultima grande battaglia di Berlino.[149]

Dopo la battaglia delle Ardenne e il crollo della linea della Vistola, con il conseguente trasferimento di numerose divisioni tedesche verso il fronte orientale, l'esercito tedesco a ovest era ormai in netta inferiorità numerica e materiale nei confronti delle forze alleate, continuamente potenziate dall'afflusso di nuovi reparti da oltre oceano.[150] Dopo una fase di riorganizzazione e pianificazione, e anche di scontri tra i vertici inglesi e americani sulle priorità strategico-operative,[151] gli alleati poterono quindi ricominciare l'offensiva, a partire dall'8 febbraio, per superare la Linea Sigfrido e conquistare tutto il territorio tedesco a ovest del fiume Reno. I tedeschi combatterono ancora con tenacia, ma la superiorità aerea e terrestre alleata era troppo evidente. Dopo aspri scontri le truppe tedesche cercarono di ripiegare oltre il Reno. Il 6 marzo, gli americani entrarono a Colonia e sfruttando la crescente confusione tra le file del nemico, il 7 marzo, con un colpo di mano si impadronivano del grande ponte sul Reno di Remagen, costituendo una prima testa di ponte ad est del fiume.[152] Nel frattempo, altri reparti americani penetrarono in Germania più a sud. Il 21 marzo occuparono Magonza e il 23 superarono anch'essi a sorpresa il Reno a Oppenheim, organizzando una seconda testa di ponte. La resistenza tedesca dava segni di collasso, con 280 000 soldati arresisi dall'8 febbraio al 23 marzo,[143] con la linea del Reno intaccata e il morale dei soldati in calo.

La fine dei dittatoriModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Offensiva della primavera 1945 sul fronte italiano, Battaglia di Berlino e Fine della seconda guerra mondiale in Europa.
 
Le truppe americane al ponte di Remagen

Il 23 marzo, anche gli inglesi superarono il Reno a Wesel, con una mastodontica operazione aereo-terrestre.[153] A questo punto il fronte tedesco ad ovest cedette definitivamente; il raggruppamento centrale venne accerchiato il 2 aprile nella sacca della Ruhr dalle veloci colonne americane sbucate dalle teste di ponte. La resistenza nella sacca fu debole e cessò già il 21 aprile con 325 000 uomini fatti prigionieri prigionieri.[143] Con poche perdite, i mezzi corazzati alleati poterono dilagare nella Germania occidentale, sfruttando anche l'eccellente rete autostradale tedesca, contrastati solo da una sporadica resistenza di alcuni reparti di Waffen-SS e della Hitlerjugend. Il grosso dei tedeschi si arrese o ripiegò, in rotta.[152]

 
I soldati tedeschi arresisi nella sacca della Ruhr

Mentre gli anglo-canadesi puntavano su Brema e Amburgo, raggiunta il 2 maggio, per anticipare i russi in Danimarca, le unità americane al centro, con quasi 4 000 carri armati,[143] puntarono verso il fiume Elba. Il 10 aprile, raggiunsero Hannover, il 14 cadde Lipsia; il 13 aprile costituirono una prima testa di ponte sul fiume vicino a Magdeburgo, a 120 km da Berlino. In questa zona, alcune divisioni tedesche opposero resistenza e bloccarono l'avanzata americana; del resto, secondo le disposizioni di Eisenhower, la linea dell'Elba doveva costituire il limite massimo d'avanzata alleata su cui si doveva incontrare i russi.[154] Più a sud, le colonne del generale George Patton avanzarono in Sassonia e Baviera, in direzione dell'Austria, mentre altre forze americane e francesi penetrarono in Baviera, dove il 19 aprile cadde Norimberga e il 2 maggio Monaco, alla ricerca di un inesistente Ridotto nazista alpino in cui, secondo l'intelligence alleata, Hitler e i suoi fedelissimi avrebbero dovuto opporre l'ultima resistenza.[155] In realtà, l'esercito tedesco ad ovest aveva ormai cessato di combattere; milioni di soldati si consegnarono spontaneamente agli alleati per non cadere in mano ai sovietici. Durante la loro avanzata, gli alleati liberarono diversi campi di concentramento e di sterminio nazisti, che svelarono pienamente il piano di sterminio del Terzo Reich; inoltre, già il 27 gennaio le truppe sovietiche erano entrate nel campo di Auschwitz in Polonia. Il primo collegamento, molto amichevole, tra russi e americani avvenne a Torgau, sul fiume Elba, il 25 aprile.

Fino all'ultimo, Hitler, ormai disperato e quasi farneticante, pianificò fantomatiche offensive e proclamò propositi di resistenza a oltranza,[156] utilizzando i miseri resti delle armate sconfitte, anziani e giovanissimi del Volkssturm e divisioni "fantasma", create frettolosamente con nomi altisonanti e pochi mezzi. Ancora il 6 marzo, le divisioni corazzate Waffen-SS, ritirate dalle Ardenne, sferrarono un'ultima offensiva in Ungheria nella zona del lago Balaton. Dopo duri scontri le forze sovietiche contenettero l'attacco e passarono alla controffensiva il 16 marzo. Ormai in disfacimento, le armate tedesche ripiegavano per difendere Vienna ma le colonne russe proseguirono superando tutti gli sbarramenti. Vienna cadde il 13 aprile dopo alcuni duri scontri in città e i russi si incontrarono il 4 maggio con gli americani provenienti da ovest nella regione di Linz.[94]

 
Montreal Daily Star: "Germany Quit" ossia "La Germania Chiude", 7 maggio 1945
 
Il maresciallo Žukov firma il documento di resa della Germania l'8 maggio 1945

Il 16 aprile 1945, l'Armata Rossa sferrò la sua ultima offensiva generale con obiettivo Berlino, L'attacco venne sferrato in gran fretta sotto la pressione di Stalin; di fronte al crollo del fronte occidentale, ai segni evidenti di dissoluzione della resistenza a ovest e alla rapidità dell'avanzata alleata, c'era il rischio che gli Alleati occidentali precedessero i russi a Berlino.[157] Al contrario, la resistenza tedesca sul fronte est si stava rafforzando, con l'afflusso di rinforzi terrestri e aerei dagli altri fronti, e le truppe nemiche erano intenzionate a battersi fino all'ultimo per difendere la capitale e il Führer, ma anche per salvaguardare la popolazione civile e guadagnare tempo in attesa dell'arrivo angloamericano da ovest.[158]

Le forze sovietiche, agli ordini dei marescialli Žukov e Konev, erano imponenti e nettamente superiori a quelle nemiche, ma inizialmente venne impiegata male e confusamente. Le perdite, di fronte alle difese fortificate tedesche, furono altissime e lo sfondamento decisivo, ottenuto con la forza bruta di migliaia di carri armati impiegati in massa, fu ottenuto solo il 20 aprile.[159] Dopo queste difficoltà iniziali, la velocità dell'avanzata aumentò; in campo aperto le armate corazzate sovietiche superarono tutti gli ostacoli e manovrarono per accerchiare la capitale; il 25 aprile cominciò la battaglia di Berlino. Hitler, ormai rassegnato e deciso a terminare la sua vita e quella del Terzo Reich con un vero "Crepuscolo degli Dei" nibelungico,[160] decise di rimanere in città e di organizzare la difesa, contando su reparti raccogliticci di Waffen-SS straniere, resti di Panzer-Division disciolte e truppe del Volkssturm e della Hitlerjugend. La battaglia casa per casa fu durissima e sanguinosa, i sovietici avanzarono passo passo da tutte le direzioni lentamente e a costo di pesanti perdite. Dall'esterno, alcuni tentativi di soccorrere Berlino da parte delle modeste forze dei generali Wenck e Steiner fallirono; il cerchio di ferro sovietico era impenetrabile. Sempre il 25 aprile, l'Armata Rossa si congiungeva a Torgau sull'Elba con l'esercito americano arrivato sul fiume il 13 aprile.

La battaglia finale nel centro di Berlino terminò il 2 maggio con la resa della guarnigione. Hitler si era suicidato già il 30 aprile dopo aver sposato il 29 Eva Braun.[161] I sovietici avevano così concluso vittoriosamente, dopo grandi sacrifici, la "Grande Guerra Patriottica". Solo nell'ultima battaglia persero 135 000 uomini[43] mentre le perdite tedesche furono di 400 000 tra morti e feriti e 450 000 prigionieri.[43]

L'ultima manovra sovietica in Europa fu l'offensiva di Praga, insorta contro i tedeschi il 5 maggio, organizzata da Stalin anche per anticipare l'arrivo degli americani. Le colonne corazzate russe si diressero su Dresda, superandola e arrivando nella capitale cecoslovacca il 9 maggio.[94] Sul Baltico le forze sovietiche si erano già congiunte con le truppe inglesi provenienti dallo Schleswig-Holstein, dove si era rifugiato l'ultimo governo del Reich guidato, secondo le disposizioni testamentarie di Hitler, dall'ammiraglio Karl Dönitz.

La capitolazione tedesca a ovest venne firmata ufficialmente da Alfred Jodl il 7 maggio, a Reims, alla presenza del generale Eisenhower, Comandante supremo delle forze alleate. La notte dell'8 maggio, al quartier generale del maresciallo Žukov a Berlino, alla presenza dei rappresentanti alleati Carl Andrew Spaatz, Arthur Tedder e Jean de Lattre de Tassigny, il feldmaresciallo Wilhelm Keitel firmò il documento di resa incondizionata della Germania. Per volontà di Stalin, volendo egli sottolineare il ruolo preponderante dell'Unione Sovietica nella vittoria, i rappresentanti del Reich dovettero ripetere davanti ai russi la resa già firmata il 7 maggio al quartier generale di Eisenhower a Reims.

Lotta senza speranzaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Iwo Jima e Battaglia di Okinawa.
 
Marines in azione nella sabbia vulcanica delle spiagge di Iwo Jima

All'inizio del 1945 era ormai chiaro che il Giappone aveva perso la guerra. Dopo aver completato l'occupazione di Leyte nel dicembre precedente, le forze di MacArthur nelle Filippine sbarcarono su Luzon il 9 gennaio e il 3 marzo seguente liberarono Manila dopo una sanguinosa lotta casa per casa che portò alla distruzione dell'80% degli edifici della città; dopo Varsavia, Manila fu la capitale degli Alleati che subì i maggiori danni durante il conflitto[162]. Gli Alleati erano all'offensiva anche sul fronte della Birmania, dove i reparti anglo-indiani del generale Slim valicarono il corso dell'Irrawaddy, l'ultimo grande ostacolo geografico sulla loro strada, il 14 gennaio; finché i combattimenti si erano sviluppati nella giungla i giapponesi avevano potuto compensare con il terreno impervio la loro inferiorità in fatto di mobilità e potenza di fuoco, ma quando gli scontri si spostarono nelle pianure della Birmania centrale gli Alleati poterono usare a pieno la loro superiorità in carri armati e supporto aereo ravvicinato: il nucleo delle forze nipponiche in Birmania finì annientato nel corso della battaglia di Meiktila e Mandalay entro la fine di marzo, e la campagna si concluse con la riconquista britannica di Rangoon (operazione Dracula) il 3 maggio[163].

Sul mare gli Alleati avevano ormai una superiorità schiacciante. In febbraio una grande flotta statunitense compì un'incursione aeronavale lungo le coste del Giappone stesso, la prima dal raid su Tokyo dell'aprile 1942; a testimonianza della superiorità industriale statunitense, delle 119 unità navali impegnate nel raid solo sei erano state in servizio nel periodo prebellico. Mentre portaerei e navi da battaglia battevano le città costiere giapponesi, la flotta di sommergibili della US Navy aveva imposto un sostanziale blocco alle importazioni navali nipponiche, in una sorta di vittoriosa riedizione della guerra sommergibilistica tedesca in Atlantico: complice anche l'insufficiente dispositivo di protezione al traffico mercantile allestito dalla Marina giapponese, i sommergibili statunitensi inflissero danni catastrofici affondando mercantili pari a circa 5,3 milioni di tonnellate di stazza lorda, facendo crollare le importazioni nipponiche dalle 48 milioni di tonnellate di merci del 1941 alle 7 milioni di tonnellate del 1945. A parte la gravissima mancanza di carburante e materie prime per l'industria, ciò si tradusse in una devastante penuria di generi alimentari per la popolazione, le cui razioni medie calarono al 16% della dose considerata il minimo vitale; nel 1945, almeno 7 milioni di civili giapponesi erano a forte rischio di morte per malnutrizione[164].

 
La portaerei Bunker Hill in fiamme dopo essere stata colpita da un kamikaze l'11 maggio 1945 davanti Okinawa

Non di meno, la resistenza dei reparti giapponesi raggiunse vette di fanatismo altissime. Il 19 febbraio i marines diedero l'assalto all'isola di Iwo Jima, onde farne una base avanzata per i raid di bombardieri sulle isole giapponesi: il generale Tadamichi Kuribayashi aveva trasformato l'isola in un enorme complesso di bunker e postazioni in caverna, e la lotta proseguì per oltre un mese al prezzo di 6.800 moti e 18.000 feriti per gli statunitensi; della guarnigione giapponese di 23.000 uomini non si contarono più di un migliaio di prigionieri di guerra. Ancora più devastanti furono gli scontri che seguirono lo sbarco statunitense sull'isola di Okinawa il 1º aprile seguente, primo passo per l'avanzata verso le isole stesse del Giappone: i 130.000 soldati della guarnigione giapponese resistettero fino al 22 giugno prima di essere quasi completamente annientati, infliggendo agli statunitensi più di 48.000 tra morti e feriti[165].

Già durante gli scontri aeronavali nelle Filippine nell'ottobre 1944, i giapponesi avevano costituito un reparto di piloti volontari da impiegare in missioni suicide: definiti come Kamikaze, questi piloti erano addestrati a schiantarsi deliberatamente contro le navi nemiche con aerei imbottiti di esplosivo, un buon sistema per compensare il carente addestramento delle ultime generazioni di piloti nipponici; la disperazione spinse i giapponesi a convertire alle tattiche kamikaze negli ultimi mesi di guerra interi squadroni, dotandoli anche di velivoli appositi (i Yokosuka MXY7) che non erano più che missili a pilotaggio umano. Superato lo shock iniziale, gli statunitensi furono ben presto in grado di contrastare questa tattica: negli scontri nelle acque di Okinawa l'aviazione nipponica perse quasi 7.000 aerei affondando solo 34 navi nemiche e danneggiandone irreparabilmente altre 25. La furia suicida contagiò anche la Marina, che il 7 aprile fece salpare con le ultime scorte di carburante disponibili l'unica grande unità rimasta operativa, la corazzata Yamato: la nave doveva incagliarsi deliberatamente al largo di Okinawa e lottare fino alla fine con i suoi cannoni, ma fu colata a picco a metà strada da ripetute incursioni aeree[166].

La capitolazione del GiapponeModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, Guerra sovietico-giapponese (1945) e Resa del Giappone.

Era convinzione generale che solo un'invasione anfibia dello stesso Giappone avrebbe potuto mettere fine alla guerra in Asia. Gli strateghi alleati erano da tempo all'opera per stilare un piano in tal senso: sotto il nome in codice di operazione Downfall, prevedeva come prima mossa l'occupazione di parte dell'isola di Kyūshū per allestirvi basi aeree da cui appoggiare, in una seconda fase, lo sbarco nella regione di Kantō presso Tokyo. L'esperienza dei combattimenti su Iwo Jima e Okinawa faceva agevolmente prevedere che i giapponesi avrebbero opposto una resistenza fanatica, e i pianificatori alleati stimarono in un milione e mezzo i morti tra i reparti impegnati nell'operazione; atterriti da una simile prospettiva, i comandi degli Alleati si misero alla ricerca di una strategia alternativa[167].

 
Il fungo atomico causato dall'esplosione della bomba Fat Man sopra Nagasaki

Nell'agosto 1939 una lettera a firma di Albert Einstein, indirizzata al presidente Roosevelt, aveva sollevato presso il governo statunitense il pericolo che la Germania nazista potesse impiegare le recenti scoperte scientifiche in materia di fissione nucleare per realizzare un ordigno dalla potenza distruttiva mai vista prima. Questa lettera fu l'atto di nascita del programma statunitense per la realizzazione di una bomba atomica: sotto il nome in codice di "Progetto Manhattan", il programma si avvalse della collaborazione di centinaia di scienziati statunitensi e britannici coordinati dal fisico Robert Oppenheimer. Il primo prototipo di una bomba atomica (The Gadget) venne testato con successo il 16 luglio 1945 nel poligono di Alamogordo nel Nuovo Messico, e il presidente Truman autorizzò immediatamente l'impiego della nuova arma contro il Giappone[168].

Il 6 agosto il bombardiere B-29 Enola Gay sganciò una bomba all'uranio (Little Boy) sulla città giapponese di Hiroshima: tre quarti della città furono distrutti e 78.000 persone morirono all'istante. Tre giorni più tardi, il 9 agosto, il B-29 BOCKSCAR sganciò una bomba al plutonio (Fat Man) sulla città di Nagasaki: due quinti dell'abitato furono spazzati via e le vittime immediate furono 35.000, ma come a Hiroshima molte migliaia di persone perirono nei giorni seguenti a causa delle gravi ustioni e dell'avvelenamento da radiazioni. Le bombe atomiche non furono i soli colpi mortali inferti al Giappone: tenendo fede a un impegno assunto fin dal 1943, l'8 agosto l'Unione Sovietica dichiarò guerra al Giappone e un milione e mezzo di soldati sovietici diedero il via all'invasione della Manciuria; benché i reparti giapponesi e mancesi schierati nella regione ammontassero a circa un milione di uomini, i sovietici possedevano una schiacciante superiorità quantitativa e qualitativa in fatto di carri armati, aerei e artiglieria, e travolsero rapidamente ogni resistenza. Gran parte della Manciuria cadde in mano sovietica entro il 19 agosto e, mentre alcune unità proseguivano l'avanzata in direzione della Corea settentrionale, operazioni anfibie portarono all'occupazione di Sachalin e delle isole Curili entro i primi di settembre[169].

 
La delegazione giapponese si presenta a bordo della Missouri per siglare l'atto di resa

Davanti a questi disastri, il governo giapponese non poté fare altro che capitolare. L'imperatore Hirohito non era mia stato un convinto sostenitore della guerra, ma aveva sempre preferito non intromettersi nelle decisioni del governo e lasciare fare ai suoi ultramilitaristi ministri; nel corso di una riunione nella notte tra il 9 e il 10 agosto, tuttavia, l'intervento di Hirohito fu determinante nel convincere il gabinetto imperiale ad accettare la richiesta alleata di una resa incondizionata. Un tentativo di colpo di stato promosso da ufficiali di basso grado che non volevano accettare la resa fu stroncato sul nascere dalla fedeltà all'imperatore dimostrata dai reparti, e il 15 agosto Hirohito in persona lesse alla radio l'annuncio dell'accettazione dei termini di resa formulati dagli Alleati. Il 28 agosto i primi reparti statunitensi fecero il loro ingresso incontrastati nella capitale nipponica e il 2 settembre seguente, a bordo della corazzata USS Missouri ancorata nella Baia di Tokyo, il generale MacArthur presiedette alla cerimonia della firma dell'atto di capitolazione del Giappone, ponendo formalmente fine alla guerra mondiale[170].

I bombardamenti strategiciModifica

La ResistenzaModifica

 
Un'operativo del SOE in Albania nel 1943; l'arma è il mitra Sten, fornito in gran numero ai partigiani europei

In tutti i paesi invasi dalle forze dell'Asse nel corso della guerra si svilupparono, in maniera più o meno estesa e più o meno intensa, forme e movimenti di collaborazionismo con gli occupanti e, dall'altro lato, di resistenza agli invasori. In entrambi i casi ciò poteva concretizzarsi in molti modi diversi, da un mero appoggio pratico di modesta ampiezza all'estremo opposto rappresentato dalla formazione di gruppi armati che si affrontavano sul campo in azioni di guerriglia e repressione, generando forme più o meno intense di vera e propria guerra civile tra gruppi ideologici contrapposti all'interno delle varie nazioni[171].

Entrambi i contendenti favorirono le forme più violente di collaborazionismo e resistenza: le forze dell'Asse reclutarono unità di polizia e miliziani locali per la repressione dei movimenti resistenziali nei rispettivi paesi, ma anche contingenti ben più numerosi e strutturati per l'impiego sulla linea del fronte (come l'Azad Hind Fauj, reclutato dai giapponesi tra i prigionieri di guerra indiani contrari al dominio coloniale britannico, o i numerosi reparti di truppe straniere nelle Waffen-SS tedesche); gli Alleati si premunirono di appoggiare i partigiani e i gruppi resistenziali nei paesi occupati paracadutando personale specialistico e rifornimenti di armi tramite varie organizzazioni a ciò dedicate: l'Europa occidentale e i Balcani erano zone d'operazione dello Special Operations Executive britannico e dell'Office of Strategic Services statunitense[172] (quest'ultimo attivo anche in Asia insieme alla britannica Force 136), mentre i partigiani sovietici erano sostenuti direttamente dalla polizia segreta NKVD[173].

Europa occidentaleModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Resistenza francese e Resistenza italiana.

Si possono definire diverse differenza tra la Resistenza nell'Europa occidentale e quella nell'Europa orientale. In occidente i movimenti resistenziali si caratterizzarono per una notevole frammentazione politica, con gruppi che appoggiavano gli ideali del comunismo e altri fermi su posizioni più conservatrici e fedeli ai governi d'anteguerra, ma nella maggior parte dei casi ciò non si concretizzò in scontri armati tra le opposte fazioni e in generale fu possibile costituire comandi unitari che raccogliessero tutte le principali anime della Resistenza antitedesca; ciò nonostante, i movimenti resistenziali dell'Europa occidentale non rappresentarono mai una seria minaccia bellica per i tedeschi, limitandosi a condurre operazioni di sabotaggio industriale e delle linee di comunicazione, di propaganda e di soccorso ai soggetti ricercati dagli occupanti (in particolare ebrei e piloti alleati abbattuti)[171].

 
Maquis francesi nel 1944

Solo in Francia e in Italia la Resistenza si concretizzò in una significativa forza militare. In Francia il territorio vasto e ricco di rifugi, la tradizionale ostilità verso i tedeschi e la particolarità che vedeva (almeno fino al novembre 1942) parte del territorio nazionale non direttamente occupato dalla Germania favorirono la nascita di un vasto movimento resistenziale. La Francia Libera di De Gaulle tentò di assumere la guida del movimento partigiano tramite l'organizzazione da essa appoggiata (il Mouvements unis de la Résistance), scontrandosi però con le pretese di autonomia avanzate dai gruppi comunisti dei Francs-Tireurs et Partisans; queste divisioni furono alla fine appianate nel maggio 1943, quando venne costituito l'unitario Conseil national de la Résistance. Oltre che contro i tedeschi, i partigiani francesi (maquis) dovettero fronteggiare le formazioni collaborazioniste espressione tanto del governo di Vichy quanto di vari gruppi politici fascisti interni, spesso ferocemente rivali gli uni con gli altri; l'organizzazione collaborazionista più attiva fu la Milice française, nata nel gennaio 1943. Dopo lo sbarco in Normandia i maquis furono riuniti in una struttura più "regolare", le Forces Françaises de l'Intérieur, efficacemente impiegata nelle operazioni di rastrellamento dei reparti tedeschi rimasti isolati dall'avanzata alleata e poi confluita nelle forze armate della Francia Libera[174].

 
Partigiani italiani festeggiano la liberazione di Venezia nell'aprile 1945

L'Italia fu l'ultimo paese dell'Europa occidentale a sviluppare un proprio movimento resistenziale, visto che i primi gruppi si formarono solo dopo l'armistizio del settembre 1943; tuttavia, fu in Italia che si verificarono le azioni di guerriglia più violente e le repressioni tedesche più sanguinose di tutta l'Europa occidentale. I vari partiti politici antifascisti (dai monarchici ai comunisti) costituirono quasi immediatamente una struttura di comando unitaria (il Comitato di Liberazione Nazionale), anche se i rapporti tra le varie anime della Resistenza non furono sempre idilliaci e occasionalmente degenerarono in fatti di sangue (come nel caso dell'eccidio di Porzûs). Ad ogni modo, le forze partigiane italiane riunite nel Corpo volontari della libertà arrivarono a organizzare un gran numero di unità armate, capaci anche di operazioni su vasta scala che portarono, nel corso del 1944, alla temporanea creazione di vere e proprie "Repubbliche partigiane" nei territori occupati; la reazione dei tedeschi e delle forze collaborazioniste della Repubblica Sociale Italiana fu di pari intensità, concretizzandosi spesso in sanguinose azioni di rappresaglia contro la popolazione civile (come nei casi dell'eccidio delle Fosse Ardeatine e dell'eccidio di Sant'Anna di Stazzema). Nei giorni che precedettero la resa tedesca in Italia, le forze partigiane furono infine in grado di organizzare una vasta insurrezione che portò alla liberazione dei centri più importanti del Norditalia[175].

Europa orientale e BalcaniModifica

La resistenza partigiana nell'Europa orientale e nei Balcani assunse i caratteri della guerriglia più rapidamente e in misura nettamente maggiore rispetto all'Europa occidentale: le spietate politiche razziali tedesche, molto più severe che a occidente e tradottesi spesso in feroci massacri di civili, fecero sì che migliaia di persone trovassero rifugio nelle foreste, nelle montagne e nelle paludi che abbondavano nella regione, dove si unirono ai molti sbandati degli eserciti regolari tagliati fuori dalle fulminee avanzate della Wehrmacht per formare vere e proprie armate partigiane, arrivate a contare decine di migliaia di effettivi in armi. A differenza che in occidente poi, la lotta nella regione si caratterizzò per una complicata guerra tra tre distinti raggruppamenti, ostili gli uni con gli altri: gli occupanti tedeschi e i reparti collaborazionisti da loro reclutati, i partigiani di ideologia comunista sostenuti dall'Unione Sovietica, e i gruppi resistenziali nazionalisti anticomunisti; tentativi di costituire un fronte comune contro gli invasori naufragarono spesso dopo poco tempo, e in molte zone i partigiani comunisti e nazionalisti passarono tanto tempo a combattersi tra di loro di quanto ne passarono a combattere le truppe dell'Asse. In effetti, la guerra partigiana in Europa orientale non si concluse con la resa della Germania ma proseguì nel corso degli anni 1950 contro le truppe sovietiche e i regimi comunisti da esse sostenuti[176].

 
Partigiani polacchi durante la rivolta di Varsavia

Fin dai primi giorni dell'invasione tedesca la Polonia sviluppò un vasto movimento di resistenza agli occupanti, il cosiddetto "Stato segreto polacco". La principale formazione armata era la Armia Krajowa (AK), arrivata a contare anche 400.000 uomini; nazionalista e fedele al Governo in esilio della Polonia, l'AK fu sempre in cattivi rapporti con i partigiani comunisti dell'Armia Ludowa, numericamente più piccoli ma spalleggiati dai sovietici. L'AK sviluppò un vasto piano per attuare un'insurrezione generale prima che l'Armata Rossa potesse rioccupare la Polonia stessa (operazione Tempest), culminato nella grande ma fallimentare rivolta di Varsavia nell'agosto-ottobre 1944; l'AK subì però pesanti perdite in questi ultimi scontri con i tedeschi e i sovietici si affrettarono a smantellarne i resti tramite ondate di arresti. I sopravvissuti dell'organizzazione (i cosiddetti Żołnierze wyklęci, "Soldati maledetti") continuarono una guerriglia a danno dei sovietici almeno fino alla fine degli anni 1950[177].

Le spietate politiche razziali e di spoliazione adottate dai tedeschi portarono allo sviluppo di un vastissimo movimento di Resistenza sovietica nelle regioni invase dell'URSS arrivato a contare al suo picco anche 300.000 uomini, coordinati da uno stato maggiore regolare insediato a Mosca e capaci di condizionare pesantemente le linee di comunicazione delle truppe dell'Asse e il loro controllo delle zone rurali[178]. Le regioni dove i partigiani sovietici agivano maggiormente erano la Bielorussia, la Russia occidentale e l'area di Leningrado, ma altrove la guerriglia di matrice comunista non riuscì ad attecchire. Nei paesi baltici, il forte sentimento nazionalista impedì la nascita di un credibile movimento partigiano comunista: estoni, lettoni e lituani confidarono nel fatto che l'invasione tedesca potesse portare al ripristino delle loro patrie nazionali annesse all'Unione Sovietica nel 1940, ma queste speranze furono ben presto disilluse e decine di migliaia di baltici confluirono nei movimenti partigiani nazionalisti noti collettivamente come "Fratelli della foresta"; dopo la rioccupazione sovietica della regione, i partigiani baltici continuarono una lotta senza speranza almeno fino al 1952[179]. Similmente, in Ucraina l'Esercito insurrezionale ucraino nazionalista si rivelò significativamente più forte dei partigiani comunisti, arrivando a disporre anche di 300.000 uomini e a porre sotto controllo il 60% dell'Ucraina nord-occidentale[180]; impegnati in una lotta senza quartiere contro tedeschi, sovietici e partigiani polacchi, i nazionalisti ucraini non furono sconfitti che all'inizio del 1950[181].

 
Partigiani sovietici impegnati in uno scontro

La Resistenza greca si polarizzò fin da subito in due movimenti ideologicamente inconciliabili, il comunista ELAS (numericamente più forte e capace di operare nell'intero territorio nazionale) e il monarchico EDES (più piccolo e confinato al solo Epiro, ma forte dell'appoggio ricevuto dal Regno Unito). Tentativi di creare un fronte comune fallirono ben presto, e nell'ottobre 1943 ELAS ed EDES si affrontarono in una guerra aperta in cui furono coinvolti anche i reparti britannici, sbarcati ad Atene nell'ottobre 1944 dopo la ritirata dei tedeschi dalla zona; questi scontri, intervallati da fragili tregue, furono i prodromi della guerra civile greca che avrebbe infuriato fino alla fine del 1949[182]. Simile fu la situazione in Jugoslavia, dove i comunisti dell'Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia (EPLJ) dovettero ben presto confrontarsi armi alla mano con i partigiani nazionalisti dell'Esercito jugoslavo in patria (o "cetnici"); la contesa fu tale che i cetnici arrivarono anche a cooperare in molti casi con le forze occupanti dell'Asse contro i partigiani comunisti. Questa condotta costò tuttavia ai cetnici il sostegno degli Alleati, che si riversò tutto sui partigiani comunisti: alla fine del 1944 l'EPLJ era ormai divenuto, grazie all'aiuto britannico e sovietico, un vero esercito regolare con 800.000 combattenti organizzati in quattro armate e circa 50 divisioni, con forze pesanti meccanizzate e squadriglie aeree, in grado di partecipare autonomamente alle offensive finali alleate contro le ultime posizioni tedesche.

AsiaModifica

 
Partigiani filippini nel 1945

Benché si proponessero come liberatori dei popoli asiatici dal giogo coloniale degli europei, i giapponesi attuarono politiche severe nei territori da loro occupati, asservendo le economie locali alle esigenze belliche del Giappone, confiscando materie prime e reprimendo con spietatezza ogni forma di dissenso; i territori più fortunati (come Filippine e Birmania) furono consegnati a governi fantoccio in tutto e per tutto asserviti al Giappone, quelli più sfortunati (come Corea, Malesia e Indonesia) furono sottoposti a vere e proprie politiche di "nipponizzazione" della società[183]. Abbastanza prevedibilmente, tutto ciò non fece che generare movimenti di resistenza contro gli occupanti.

Alcuni movimenti resistenziali furono creati direttamente dagli Alleati, come nel caso del Seri Thai thailandese o dell'Esercito di liberazione coreano; in vari casi, unità speciali alleate armarono contro i giapponesi le minoranze etniche perseguitate (come i Daiacchi del Borneo o i Karen della Birmania). Altri movimenti resistenziali furono invece espressione di partiti politici autoctoni, in primo luogo comunisti: fu questo il caso dell'Esercito anti-giapponese dei popoli malesi o dell'Organizzazione anti-fascista birmana; vari di questi movimenti avversavano tanto i giapponesi quanto il ripristino delle vecchie autorità coloniali, come nel caso del Viet Minh indocinese.

I movimenti di Resistenza anti-giapponese numericamente più forti furono quello cinese e quello filippino. Lo spietato regime di occupazione imposto dal Giappone alla Cina generò una vastità di gruppi guerriglieri attivi dietro la linea del fronte: benché notevolmente frammentati e ideologicamente divisi tra il supporto al Partito comunista cinese o al Kuomintang nazionalista, questi gruppi contribuirono non poco a tenere bloccati 325.000 soldati giapponesi (e varie decine di migliaia di truppe collaborazioniste cinesi) che altrimenti sarebbero stati impiegati altrove. La Resistenza filippina fu parimenti molto estesa, arrivando a contare anche 270.000 guerriglieri sparpagliati nelle numerose isole dell'arcipelago[184]; molti di questi gruppi si erano originati dalla dissoluzione delle forze armate filippine ed erano guidati e appoggiati da ufficiali statunitensi, ma non mancarono i gruppi di ideologia comunista (Hukbalahap) o espressione di minoranze ostili tanto ai nuovi che ai vecchi occupanti (i Moro musulmani che abitavano le isole meridionali).

Crimini di guerra e contro l'umanitàModifica

L'Olocausto e il PorajmosModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Olocausto e Porajmos.

Crimini di guerra delle Potenze dell'AsseModifica


Crimini di guerra degli AlleatiModifica


Conseguenze della guerraModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Conseguenze della seconda guerra mondiale e Modifiche territoriali causate dalla seconda guerra mondiale.
 
I tre grandi a Jalta: Churchill, Roosevelt e Stalin

L'Italia dovette cedere alla Jugoslavia Fiume, il territorio di Zara, le isole di Lagosta e Pelagosa, gran parte dell'Istria, del Carso triestino e goriziano, l'alta valle dell'Isonzo e alla Francia territori nell'area alpina.[185]

L'Unione Sovietica, che ebbe un ruolo preponderante nella vittoria finale, invece, ottenne cospicui guadagni territoriali, ritenuti indispensabili da Stalin per costituire un nuovo bastione difensivo contro possibili nuove aggressioni, con l'accordo di Churchill e Roosevelt.

Nel dettaglio, Stalin ottenne dalla Germania gran parte della Prussia orientale, dalla Finlandia circa un decimo del suo territorio, tra cui la Carelia, Petsamo e lo sbocco sull'Artico, il raggiungimento della Linea Curzon sul confine orientale polacco, con l'aggiunta di Lvov, che la Polonia compensò a ovest, sul confine tra la Germania e la Polonia; gli Stati baltici persero l'indipendenza; la Romania, che aveva partecipato in forze all'Operazione Barbarossa nel 1941, perse la regione moldava a est del Prut e la Bucovina settentrionale; la Cecoslovacchia perse la sua regione orientale.

La Bulgaria, alleata della Germania nelle operazioni militari nei Balcani, ma che si astenne dalla partecipazione all'aggressione all'Unione Sovietica, ottenne dalla Romania la Dobrugia meridionale. A differenza di quanto era avvenuto dopo il primo conflitto mondiale, si ebbero nel secondo dopoguerra spostamenti di milioni di persone che abbandonarono i territori ceduti, o che ripopolarono quelli acquisiti. Un piano creato dal segretario di stato statunitense George Marshall, il Piano di Recupero Economico, meglio noto come piano Marshall, ottenne dal Congresso degli Stati Uniti l'assegnazione di miliardi di dollari per la ricostruzione dell'Europa. Alla porzione di Europa occupata o dominata dall'Unione Sovietica, Finlandia inclusa, non fu consentito di beneficiare del Piano Marshall.[186]

La Società delle Nazioni che aveva chiaramente fallito nel prevenire la guerra, fu abolita e al suo posto venne costruita, nel 1945, l'Organizzazione delle Nazioni Unite. Nel Trattato di Pace di Parigi, a Ungheria, Finlandia e Romania venne richiesto di pagare un'indennità di guerra per 300 000 000 di dollari ciascuna (valuta del 1938), all'Unione Sovietica. All'Italia ne furono chiesti 360 000 000, destinati principalmente a Grecia, Jugoslavia e Unione Sovietica.

Nelle aree occupate dall'Unione Sovietica, vennero installati progressivamente regimi comunisti filo-sovietici, anche se Ungheria e Cecoslovacchia furono inizialmente escluse dal processo, nonostante le obiezioni degli altri alleati e dei governi in esilio. La Germania venne divisa in due stati, con la parte orientale che divenne uno Stato comunista. Per usare le parole di Churchill, "una cortina di ferro è calata attraverso l'Europa". Per impedire il propagarsi dell'ideologia comunista nell'Europa occidentale gli Stati Uniti si impegnarono direttamente e fu fondata la NATO in contrapposizione al patto di Varsavia legato all'Unione Sovietica. La fase di tensione che ne derivò negli anni successivi è ricordata come "guerra fredda".

Il rimpatrio, conformemente ai termini della Conferenza di Jalta, di due milioni di soldati russi prigionieri dei tedeschi, che erano stati liberati dalle forze armate britanniche e americane in avanzata da ovest, risultò per molti di loro in una condanna alla deportazione o alla morte nei vari campi di rieducazione e lavoro. Stalin, e anche molti cittadini sovietici, vedevano questi sventurati, prevalentemente caduti in mano tedesca durante il primo anno di guerra a causa degli errori dei vertici militari, quasi come dei disertori o elementi infidi passati al nemico; comunque meritevoli di punizione per non aver combattuto fino alla morte contro l'invasore.

L'imponente azione di ricerca e sviluppo che caratterizzò nel Progetto Manhattan, finalizzata all'ottenimento in tempi rapidi di un'arma nucleare funzionante, ebbe un profondo effetto sulla comunità scientifica, sia dal punto di vista puramente tecnico, sia dal punto di vista filosofico e morale. Nella sfera militare, sembrò che la seconda guerra mondiale avesse marcato l'avvento dell'era della potenza aerea, principalmente a spese delle navi da guerra.

Dopo la guerra, molti alti esponenti della Germania nazista vennero processati per crimini di guerra, così come per gli omicidi di massa dell'olocausto, al processo di Norimberga. Similarmente, i capi giapponesi vennero giudicati nel processo per crimini di guerra di Tokyo. In altre nazioni, ad esempio in Finlandia, gli Alleati chiesero che la leadership politica venisse giudicata in un "processo per le responsabilità di guerra", ovvero non per crimini di guerra. Una delle poche eccezioni è rappresentata dall'Italia, dove non si arriverà mai a un processo contro i criminali di guerra.

La sconfitta del Giappone, e la sua occupazione da parte delle forze americane, portò a un'"occidentalizzazione" del paese. Il Giappone si avvicinò di più alla democrazia di stampo occidentale. Questo grande sforzo portò il Giappone del dopoguerra al miracolo economico e a diventare la seconda economia mondiale. Anche la Germania Ovest e l'Italia, pur uscendo sconfitte dalla seconda guerra mondiale, riuscirono a risollevarsi nel dopoguerra, tornando a essere potenze economiche e politiche nella nuova Europa.

Tecnologia e logisticaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Tecnologia e logistica nella seconda guerra mondiale.

Tecnologia e logistica svolsero un ruolo decisivo per lo svolgimento e gli esiti della seconda guerra mondiale. Anche in questi settori, per la prima volta, fu guerra totale. Se, infatti, durante la Grande Guerra comparvero già molte innovazioni, spesso a livello di prototipo, fu solo nel secondo conflitto che esse acquistarono un'importanza cruciale. Ricordiamo, tra le altre, l'aeronautica militare, con l'arma micidiale del bombardamento aereo, i carri armati, i sottomarini, la crittografia, e, infine, la bomba atomica.

Anche le strutture economico-logistiche ebbero un ruolo fondamentale, insieme con le dinamiche demografiche (la consistenza delle forze armate, a fronte dei milioni di morti). Sicuramente tra le ragioni che decretarono l'esito del conflitto fu fondamentale il fatto che gli Alleati ebbero a disposizione molte più risorse produttive rispetto all'Asse, e furono in grado di utilizzarle efficacemente a sostegno dello sforzo bellico. Gli Stati Uniti ebbero un ruolo-chiave in questa dinamica economica e tecnologica.

NoteModifica

  1. ^ Garcon 1999, pp. 13-14.
  2. ^ Willmott et al. 2005, pp. 22-23.
  3. ^ Willmott et al. 2005, pp. 23-27.
  4. ^ a b Eserciti nella Storia, nº 22, Parma, Delta Editrice, marzo-aprile 2004.
  5. ^ Biagi 1995, p. 146.
  6. ^ Salmaggi, Pallavisini 1989, p. 28.
  7. ^ Salmaggi, Pallavisini 1989, p. 40.
  8. ^ Willmott et al. 2005, p. 48.
  9. ^ Peillard 1992, p. 47.
  10. ^ Willmott et al. 2005, pp. 46-47.
  11. ^ Biagi 1995, p. 47.
  12. ^ Salmaggi, Pallavisini 1989, p. 48.
  13. ^ Shirer 1971.
  14. ^ Shirer 1971. Horne 1970.
  15. ^ Churchill 1948, Vol. 3; Shirer 1971.
  16. ^ Kershaw 2001; Irving 2001; Shirer 1990; Jacobsen & Rohwer 1974.
  17. ^ Churchill 1948, vol. 2; Jacobsen & Rohwer 1974.
  18. ^ Bauer 1971.
  19. ^ Horne 1970; Shirer 1971; Deighton 1979.
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  21. ^ Rochat 2005, pp. 246-251.
  22. ^ Churchill 1948, vol. 2.
  23. ^ Giuseppe Federico Ghergo, Dresda, 13-15 febbraio 1945, in Storia Militare, N° 239, agosto 2013, p. 43.
  24. ^ Lionel-Max Chassin, Storia militare della Seconda guerra mondiale, Bologna, Odoya, 2012, p. 80.
  25. ^ Rochat 2005, pp. 286-292.
  26. ^ Rochat 2005, pp. 294-297.
  27. ^ Rochat 2005, pp. 298-302.
  28. ^ Rochat 2005, pp. 259-266.
  29. ^ a b Willmott et al. 2005, p. 93.
  30. ^ Willmott et al. 2005, pp. 94-95.
  31. ^ Willmott et al. 2005, pp. 238-240.
  32. ^ Grande Dizionario Enciclopedico, p. 124.
  33. ^ Immagini di Storia - Tobruk, Italia Editrice, 1995, p. 44.
  34. ^ David Boyle, La Seconda Guerra Mondiale, immagini dal fronte, Edizioni White Star, 1999, p. 113.
  35. ^ Hillgruber 1986.
  36. ^ Irving 2001; Kershaw 2001; Shirer 1990; Hillgruber 1986.
  37. ^ Kershaw 2001; Shirer 1990; Hillgruber 1986.
  38. ^ Erickson 1975; Boffa 1979; Werth 1966.
  39. ^ Sarà lo stesso Stalin, nel giugno del 1945, a rompere il patto, attaccando un Giappone ormai allo stremo, secondo gli accordi stabiliti con Roosevelt a Teheran e a Jalta.
  40. ^ Herde 1986.
  41. ^ Kershaw 2001; Shirer 1990; Thamer 1993.
  42. ^ Erickson 1975.
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  44. ^ Secondo alcuni autori, già questa battaglia di Smolensk, con il ritardo che impose ai piani tedeschi, segnò un momento decisivo per gli esiti futuri dell'operazione Barbarossa; vedere Hillgruber 1991.
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