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1leftarrow blue.svgVoce principale: Bambini dell'Olocausto.

Bambini sopravvissuti ad Auschwitz

I bambini di Mengele sono stati un gruppo di bambini di Auschwitz (specialmente fratelli) selezionati tra il maggio 1943 e il gennaio 1945 come cavie per gli esperimenti medici di Josef Mengele. Circa 3000 bambini furono selezionati a vivere e morire nel blocco 10 del campo, ne sopravvissero 200.

La vicendaModifica

Dal maggio 1943 Josef Mengele, assieme ad altri medici nazisti, lavorava a Auschwitz-Birkenau per la selezione dei prigionieri in arrivo al campo. Era lui a decidere chi (anziani, malati, bambini con le loro mamme) dovesse incamminarsi direttamente per le camere a gas o chi fosse adatto al lavoro coatto.

Mengele però era ad Auschwitz prima di tutto per perseguire i suoi interessi di ricerca pseudo-scientifici sulla razza. Era convinto che la genetica potesse dare un contributo decisivo all'identificazione dei tratti dominanti della razza ariana, al mantenimento della sua purezza e alla riproduzione di essa.[1]

Mengele aveva lavorato per il professor Otmar Freiherr von Verschuer, un biologo pioniere nello studio dei gemelli. Credeva che nei gemelli si trovassero i segreti dell'ereditarietà. Scoprirli, significava per lui garantire il futuro e l'eternità della "razza ariana".[2]

Ad Auschwitz gli si offriva la possibilità di selezionare un gran numero di cavie umane da destinare alle sue ricerche, cavie che potevano essere usate a suo piacimento senza alcuna limitazione ed essere sostituite altrettanto facilmente in caso di morte.[3]

Dapprima Mengele lavorò come medico del campo rom ad Auschwitz-Birkenau. I bambini vivevano lì assieme ai genitori. Una delle prime iniziative di Mengele fu di creare il Kindergarten, una sorta di centro diurno per i bambini, dove essi potessero giocare durante il giorno. Mengele usò il Kindergarden per compiervi i primi esperimenti sui gemelli.[4] Quando poi si accorse che i bambini rom venivano particolarmente colpiti da stomatite gangrenosa se ne interessò immediatamente, ipotizzando che essa fosse di origine genetica. Credeva che questa particolare esposizione alla malattia fosse la prova di una loro predisposizione razziale. In realtà, la malattia era dovuta alle precarie condizioni alimentari, e questo spiegava il motivo per il quale essi contraevano questa particolare patologia nel campo. I bambini rom oggetto delle attenzioni di Mengele non erano curati, bensì si aspettava il progredire della malattia per studiarla, finché i malati, consumati dalla malattia, venivano avviati alle camere a gas.[5]

Quando tra il maggio e l'agosto 1944 il campo rom fu completamente liquidato, Mengele rivolse la sua attenzione soprattutto ai gemelli ebrei. Così sulla rampa di arrivo ad Auschwitz-Birkenau, anche quando non fosse il suo turno come selettore, Mengele era quasi sempre presente, continuamente alla ricerca di bambini che ritenesse adatti ai suoi esperimenti. Anche un gruppo di bambini di Terezín fu selezionato per gli esperimenti quando il campo per famiglie riservato ai deportati da Terezín fu liquidato nel luglio 1944.[6] Mengele era anche interessato a persone affette da nanismo o gigantismo o ogni tipo di carattere o malattia ereditaria, dei quali era convinto che si potesse tracciare un'origine genetica razziale.[3]

Almeno 3.000 gemelli furono selezionati. Essi venivano di regola sottratti ai loro genitori; soltanto in casi di bambini neonati, talora fu concesso alla madre di seguirli.

Una speciale baracca (la numero 10) era riservata ai bambini di Mengele. Essi erano trattati a tutti gli effetti non come esseri umani ma come "animali da laboratorio". Dopo la doccia, era loro tatuato un numero secondo una sequenza speciale. I loro capelli non venivano immediatamente rasati né era imposta loro l'uniforme del campo. Mengele si preoccupava che essi fossero in buona salute. Ricevevano buone razioni alimentari e le condizioni di vita nella baracca erano migliori che altrove. Espletata al mattino il rituale dell'appello all'aperto, ai bambini era concesso giocare e non era imposto loro alcun lavoro. Mengele stesso si fermava con loro a scherzare, spesso donando loro delle caramelle.[7]

Ogni giorno però i bambini erano sottoposti ad esperimenti. Ogni dettaglio della loro anatomia era accuratamente esaminato, studiato e misurato. Continui prelievi del sangue o iniezioni di farmaci erano parte della routine quotidiana. Questi esami spesso causavano dolori gravi e infezioni. Talora, si procedeva a interventi chirurgici, eseguiti senza anestesia, che potevano includere la rimozione di organi, o l'amputazione di parti del corpo. Quando un gemello moriva, l'altro veniva ucciso con un'iniezione al cuore di fenolo, per esaminare e confrontare gli effetti della malattia.[8]

Tutti i morti erano soggetti ad autopsia che veniva effettuata dal dott. Miklós Nyiszli, un medico patologo ungherese prigioniero ad Auschwitz, che per ognuno doveva stendere un accurato rapporto.[9] Alcuni organi, occhi, campioni di sangue e tessuti venivano inviati a Verschuer all'Istituto di ricerca biologico-razziale di Berlino, dove venivano analizzati, con lo scopo di riuscire a trovare una differenza sostanziale tra il sangue degli ariani e quello dei non-ariani.

Un altro campo al centro delle attenzioni di Mengele erano le anomalie dell'apparato visivo e, in particolare, la eterocromia, che consiste nello scolorimento dell'iride di un occhio che quindi risulta di colore diverso dall'altro. Lo scopo che spingeva Mengele a perseguire questo genere di studi era quello di poter influire sulla colorazione degli occhi, trasformando quelli scuri e facendoli diventare azzurri. La pratica comportava l'iniezione di metilene blu direttamente nell'iride. Data la mancanza di ogni base scientifica, l'esperimento risultava del tutto inutile con l'unico risultato di produrre sofferenze e cecità.[5]

Mengele si occupava molto anche di esperimenti sulle malattie infettive, alla ricerca di rimedi e vaccini per le truppe tedesche. Talora metteva a disposizione le proprie "cavie" anche per altri laboratori di ricerca come nel caso dei 20 bambini inviati al campo di concentramento di Neuengamme presso Amburgo per essere sottoposti agli esperimenti sulla tubercolosi del dottor Kurt Heissmeyer. In essi trovò la morte anche il piccolo Sergio De Simone.[10]

Gli studi di Mengele sono passati alla storia per la crudeltà con cui venivano eseguiti, e per la completa inutilità a fini scientifici. Solo 200 dei bambini di Mengele erano ancora vivi nel gennaio 1945 quando il campo di Auschwitz-Birkenau fu liberato dalle truppe sovietiche, tra cui anche le piccole Andra e Tatiana Bucci. Ci sono anch'essi tra i bambini spesso ritratti nelle foto di quei giorni dietro il filo spinato, rappresentando essi la maggioranza (anche se non la totalità) delle poche centinaia di bambini presenti ad Auschwitz al momento della Liberazione.[8]

NoteModifica

  1. ^ Paul Weindling, Victims and Survivors of Nazi Human Experiments: Science and Suffering in the Holocaust, London : Bloomsbury, 2015.
  2. ^ Mengele's Children: The Twins of Auschwitz.
  3. ^ a b The Twins of Auschwitz, BBC News (28 gennaio 2015).
  4. ^ Roma Children, Memorial and Museum Auschwitz-Birkenau].
  5. ^ a b L'infanzia negata.
  6. ^ The Terezín Family Camp in Auschwitz-Birkenau.
  7. ^ Eva Mozes Kor, Surviving the Angel of Death: The True Story of a Mengele Twin in Auschwitz, Terre Haute: Tanglewood, 2012.
  8. ^ a b Josef Mengele, in Jewish Virtual Library
  9. ^ Miklós Nyiszli, Medico ad Auschwitz, Milano: Sugar, 1962.
  10. ^ Maria Pia Bernicchia, I 20 bambini di Bullenhauser Damm, Milano: Proedi, 2004; Idem, Chi vuol vedere la mamma faccia un passo avanti, Milano: Proedi, 2007.

BibliografiaModifica

TestimonianzeModifica

Studi, monografieModifica

  • Christian Bernadac. Les médecins maudits; les expériences médicales humaines dans les camps de concentration. Paris: Editions France-Empire, 1967.
  • Robert Jay Lifton. I medici nazisti, Milano: Rizzoli, 1988 (rist. 2016).
  • Lucette Lagnado, and Sheila Cohn, Children of the Flames: Dr. Josef Mengele and the Untold Story of the Twins of Auschwitz, New York: Morrow, 1990.
  • Paul Weindling, Victims and Survivors of Nazi Human Experiments: Science and Suffering in the Holocaust, London: Bloomsbury, 2015.

FilmografiaModifica

Voci correlateModifica

Connessioni esterneModifica