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Bartolomeo Facio

storico, scrittore e umanista italiano

Biografia e opereModifica

Figlio di Paolino, notaio e Cancelliere del Comune di Spezia, della nobile famiglia dei Fazio/Facio originaria di Fabiano, studia a Verona, Firenze e Genova. Dal 1420 al 1426 è allievo di Guarino da Verona, massimo grecista e latinista del tempo.

All'inizio degli anni trenta è notaio del Comune di Lucca e poi della Repubblica di Genova.
Giunge a Napoli per la prima volta il 20 settembre 1443 come ambasciatore della Repubblica di Genova e vi fà ritorno nel febbraio dell'anno successivo con la qualifica di Cancelliere genovese e con l'incarico di esservi precettore del figlio del Doge ghibellino Raffaele Adorno.
Nel 1445, mentre Genova è in preda alle lotte e ai rivolgimenti politici mossi dalla fazione guelfa capeggiata da Giano di Campofregoso (che poco dopo ne diventerà il nuovo doge), Bartolomeo accetta di entrare alla corte aragonese del re Alfonso il Magnanimo come suo consigliere segretario di Stato e di succedere a Lorenzo Valla come storico ufficiale del regno alfonsino.

 
Bartolomeo Facio
Fatti di Alfonso I, re di Napoli

Tra le sue opere principali sono il De rebus gestis ab Alphonso I Neapolitanorum rege libri X (1448-1455), il De bello veneto clodiano (pubblicato nel 1568) e i trattati morali De humanae vitae felicitate e De excellentia ac praestantia hominis.
Esegue la traduzione dal greco in latino l'Anabasi di Alessandro opera di Flavio Arriano di Nicomedia (II secolo d.C.) sulle imprese in India di Alessandro Magno; l'opera viene stampata a Pesaro nel 1508 da Gerolamo Soncino dopo le correzioni apportate dall'umanista Ludovico Odasio.

Interessato ai valori dell'arte, compone il trattato De viris illustribus nel quale descrive con acume alcuni pittori suoi contemporanei, come Pisanello e Gentile da Fabriano e, tra i primi in Italia, si occupa dei pittori fiamminghi, dei quali comprende e descrive i caratteri peculiari: in Jan van Eyck coglie la tecnica inimitabile, in grado di rendere i più svariati effetti luminosi e la nitidezza dei particolari anche lontanissimi; su Rogier van der Weyden scrive invece che la superba resa dei sentimenti non intacca la dignità profonda di volti e gesti[1].
Le descrizioni di Facio comprendono anche alcuni scultori (predice un futuro di successo per Donatello) e sono importanti perché risolvono alcuni problemi di datazione di opere e ci permettono di conoscere quali tendenze dell'arte quattrocentesca avessero maggiormente attirato gli umanisti e le corti italiane della prima metà del secolo.

Bartolomeo Facio muore a Napoli verso la fine del novembre 1457 e viene sepolto nella Chiesa di Santa Maria Maggiore, ma presto del luogo della sua tomba si perde notizia.

NoteModifica

  1. ^ Pierluigi De Vecchi ed Elda Cerchiari, I tempi dell'arte, volume 2, Bompiani, Milano 1999, pag. 55. ISBN 88-451-7212-0

BibliografiaModifica

  • Paolo Viti, «FACIO, Bartolomeo», in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 44, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1994
  • Marco Biagioni, Bartolomeo Facio : umanista spezzino (1400-1457) : filosofo, polemista, storico ufficiale di Alfonso d'Aragona, re di Napoli, Ed. Cinque terre, La Spezia, 2011
  • Giuseppe Caridi, Alfonso il Magnanimo, Salerno Editrice, Roma, 2019

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