Apri il menu principale
Carlo Bernardino Ferrero

Carlo Bernardino Ferrero (Torino, 1866Torino, 24 marzo 1924) è stato uno scrittore italiano.

Indice

BiografiaModifica

Era fratello del più noto Alfonso Ferrero (1873-1933), figlio di Teresa Pasta (1844-marzo 1921) e del notaio Carlo Ferrero, attore dialettale dilettante. Dalla moglie Vittoria Rocchietti (1865-1936) ebbe quattro figli maschi: Ferruccio Carlo (pittore, 1888-1955), Felice Giuseppe (chimico farmacista, 1890-1954), Luigi Teresio Ausonio (1893-1955) e Bernardino (1896-1917).

Carlo Bernardino Ferrero è stato direttore del giornale satirico 'L Birichin, al tempo la principale pubblicazione periodica in lingua piemontese, per otto anni, dal n. 28 del 1888 fino al 4 aprile 1896, quando gli succedette Giovanni Gastaldi (con lo pseudonimo Tito Livido). Dopo i primi anni di gestione del Birichin ne era diventato da direttore a proprietario. Così come era proprietario della tipografia che lo stampava, al numero 12 di via Giulia di Barolo. Si tratta, di certo, di una tra le persone che più hanno pagato il loro amore per la lingua piemontese. Infatti rischiò concretamente ogni sua risorsa per dare alla letteratura in piemontese, per dieci difficili anni, un giornale che comunque seppe raccogliere attorno a sè tutte le migliori penne del momento. Negli anni in cui diresse il Birichin, Ferrero finì in carcere più volte per la violazione delle norme sulla stampa da parte dei suoi collaboratori e per coprire le spese di tasca sua finì per perdere la casa (che si trovava al numero 6 di corso Casale). Ebbe per anni, in piazza Solferino, un negozio dove vendeva, riparava e noleggiava biciclette, oltre che a tenere lezioni di ciclismo. Fu proprio in occasione delle lezioni di questa scuola che conobbe Arrigo Frusta, come ebbe a raccontare quest'ultimo nel libro "Tempi beati".«Ebbi la fortuna di trovar due maestri: il Ferrero che, insegnandomi a correre in bicicletta, mi aprí la strada del giornalismo, e il Solferini che, oltre a farmi scrivere poesie in piemontese, mi piantó in corpo il tarlo della drammatica». Negli ultimi anni di vita gli toccò vedere suo fratello Alfonso, anche lui scrittore ma conosciuto ancor più come poeta, colpito da disturbi psichiatrici. Cosa che lo fece soffrire molto perché i due non erano soltanto fratelli di sangue ma erano anche profondamente legati dai comuni ideali sociali. Di sua madre ci è rimasto il necrologio pubblicato sul Birichin della fine di marzo del 1921. Nel 1917 era morto in guerra anche il figlio Bernardino, tenente del Terzo Alpini sul fronte del Carso. Segnato da tutti questi dolori, morì il 1º aprile del 1924 ed è tuttora sepolto nella tomba di famiglia, nel cimitero monumentale di Torino.[1]

 
La lapide nel cimitero monumentale di Torino

Un piccolo Zola piemonteseModifica

I critici e gli storici non si sono molto interessati, in passato, a Carlo Bernardino Ferrero forse perché la sua produzione letteraria, assai copiosa, non fu molto curata editorialmente e tipograficamente. Eppure, sebbene presentata in modo sommario e trasandato, essa ha avuto dei valori di spontaneitá e di freschezza meritevoli di attenta considerazione dal punto di vista sociale, popolare e di costume. Giuseppe Zaccaria ha osservato sulla maggior rivista di studi piemontesi, a proposito del romanzo La bassa Russia , che le scelte stilistiche di Ferrero «appaiono vivacemente connotate per i sussidi offerti dall'uso gergale, con la ricchezza delle possibilità metaforiche». Lo stesso sottotitolo dell'opera, Scene 'd Pòrta Palass, rende bene l'idea di una illustrazione del tempo e dei suoi costumi popolari. Una Torino scomparsa con l'affacciarsi del progresso sociale ed economico, tanto da diventare irriconoscibile nel giro di pochi decenni.

L'influenza di Émile Zola è molto forte nelle sue opere. Quella di Ferrero è una scrittura con una forte componente sociale, nella quale scompare l'accentuato moralismo che sovente piglia il sopravvento negli scrittori dell'Ottocento, per lasciare il posto ad un più generico buon senso. Ferrero non nasconde gli aspetti più crudi della vita del popolo torinese della fine del XIX secolo. Le disgrazie della povera gente si trovano addirittura esibite, e d'altra parte si trattava di letture proibite, cose che per certi versi a quel tempo equivalevano a ciò che oggi è la pornografia. Da questo punto di vista le opere di Ferrero si trovano ad esempio in corrispondenza con il romanzo Ij delit 'd na bela fija di Carolina Invernizio (anch'esso pubblicato sul Birichin). A livello letterario però Ferrero vola molto più alto, nonostante che parlando di successo di pubblico, alla fine sia andata meglio alla Invernizio.

Il torinese di Ferrero è un dialetto rude e colorito, adatto a rappresentare vita e sentimenti del popolo. Egli scriveva indirizzandosi al sottoproletariato di quei tristi anni torinesi e si esprimeva in termini che reputava adatti alla comprensione ed al consenso di quel pubblico appena alfabetizzato, e poco meno che rozzo di sentimenti. Certi battibecchi tra portinaie linguacciute, certi frasari di prostitute, hanno espressioni gergali talmente forti e taglienti che attraggono contro voglia, proprio perché echeggiano il vero linguaggio dei bassifondi torinesi del periodo.

La vita e l'opera di Ferrero meriterebbero una biografia ed un accurato esame della sua vasta produzione letteraria, mentre invece se ne è occupato appena fugacemente Arrigo Frusta nei suoi "Tempi beati", accontentandosi di qualche pennellata di colore locale e di vita bohémienne, inadatti a darci un adeguato ritratto dello scrittore ed animatore della fiaccola piemontese ch'egli indubbiamente fu. La gente di cui Ferrero racconta le miserie parlava un torinese molto espressivo, indenne da italianismi e ravvivato da locuzioni gergali, sovente volgari, ma vere come non si ritrovano in altri autori suoi contemporanei.

Nelle sue opere, e in quelle del fratello Alfonso, si ritrova una fedele illustrazione della Torino di fine XIX secolo e dei suoi costumi. Una Torino scomparsa col progresso sociale ed economico, tanto da non essere più riconoscibile, neppure in qualche residuo, già prima della grande guerra.

Scrive di lui Gianrenzo Clivio: "dal punto di vista linguistico seppe eleggere il registro espressivo più confacente all'ambiente rappresentato, quello del lumpenproletariat, di chi a mala pena lavorando in condizioni e con orari disumani riusciva a nutrire la famiglia, e della malavita che con esso fatalmente coesiste e si frammischia, quasi in rapporto di concorrenzialità o, meglio, di tentazione".[2]

OpereModifica

I tre romanzi principali di Carlo Bernardino Ferrero sono:

  • La cracia, romans dal ver, illustrato da B. Casalegno, Torino, Stab. Tip. C.B. Ferrero, 1890, ripubblicato con il titolo La cracia Romans social (Turin 1888), Torino, Andrea Viglongo & C., 1981; il romanzo venne in realtà pubblicato per la prima volta a dispense in appendice al Birichin, a partire dal numero del 24 novembre 1888;
    • In un clima di miseria morale, su un palcoscenico in cui si muovono diseredati di ogni sorta, risalta la figura di Ghitin che impersona l'elemento sfruttato da altri disgraziati, sfruttatori e sfruttati a loro volta. Lei, donna, può appagarsi dell'atavica rassegnazione. In fondo anche sua madre, Michin, figura ributtante e cinica, è divenuta tale a maturazione di una penosa esperienza: giovane e bella, oggetto di proprietà del "padrone" che giunge a vetrioleggiarla perché resti soltanto ai suoi servizi, e finisce in vecchiaia usata come un misero e docile strocion. I dialoghi costituiscono la parte più viva ed interessante. Molto crude certe descrizioni di ubriacature, con minuzie di particolari che anticipano il più stupefacente Steinbeck di Uomini e topi.
  • Ij mòrt 'd fam, romanzo sociale (1891), diffuso in cinquanta dispense bisettimanali e ripubblicato con lo stesso titolo, Torino, Andrea Viglongo & C., 1978;
    • Romanzo sociale popolare rappresenta la misera vita dei proletari torinesi degli ultimi anni del XIX secolo. Morti di fame sono gli operai il cui salario non consentiva una vita decente né la possibilità di risparmiare piccole somme per far fronte a malattia e disoccupazione. Mòrt 'd fam è il termine con cui il socio del protagonista, monssù Barbera, chiama i suoi operai ai quali vuol diminuire la paga con la scusa della crisi. Ma i mòrt 'd fam a un certo punto si uniscono in un movimento spontaneo istintivo e tumultuoso. La seconda parte del romanzo si svolge vent'anni dopo, senza che la condizione operaia ipotizzata sia mutata (mentre in realtà i mutamenti che avvennero nella Torino operaia furono grandi).
  • La bassa Russia, scene 'd Pòrta Palass (pubblicato in trenta puntate su 'L Birichin dal n. 3 del 17 gennaio 1891, fino al n. 36), ripubblicato con il titolo La bassa Russia, Torino, Andrea Viglongo & C., 1976.
    • Il romanzo si svolge a Porta Palazzo. Protagonista è Giaco, un bravo fondeur rimasto disoccupato in tempi di crisi. Spinto dalla miseria e dalla disperazione ruba il portafogli a un bataro dle còste larghe. Arrestato viene condannato a un anno di reclusione. La moglie di Giaco, Pinota, si gioca i numeri dell'episodio al lotto e vince tremila lire, una somma di tutto rispetto. A quel punto entra in scena Rico, un flaneur che si fa mantenere dalle donne, che seduce Pinota e va a viverle assieme. Rico a sua volta è amato da Rosin, bella venditrice di Porta Palazzo che il padre alcolizzato e la matrigna tentano di maritare ad un agiato "cavaliere". Rosin viene salvata da Paulin, un giovane per bene, ma lo lascia presto per andarsene con Rico che ha ormai sperperato tutto il denaro vinto al lotto da Pinota. Il malefico Rico, tutt'altro che innamorato della bella Rosin, la circuisce e la vende alla maitresse di un bordello. Dopo tutta una serie di eventi drammatici il romanzo si conclude tragicamente in un crescendo di morte e follia.

Altre opere:

  • Le banastre, romans social, illustrato da C.F., Torino, Stab. Tip. Ferrero, 1890;
  • Teofilo Barla: 'l povr'om doi volte sguater e dop stalè, Torino, Stab. Tip. Ferrero, 1891;
  • 'L delit d'via dla Palma, in appendice a 'L Birichin, Torino, 175 p., 1890-1891;
  • 'L sacagn: novela, Edissiôn dël Giôrnal 'L Birichin, Torino, 31 p., 1891, BN 1891 8817.
  • Gian e Gin, sotto lo pseudonimo di Contessa La Grisa, 1891;
  • Un drama 'd via San Maurissi, in appendice a 'L Birichin, 1892;
  • Il milionario d' Vanchija, sotto lo pseudonimo di C. Effebi, in appendice a 'L Birichin, 1894;
  • Le neuve, in appendice a 'L Birichin, 1895;
  • L'òm dël martel, in appendice a 'L Birichin, 1900.

NoteModifica

  1. ^ Il suo necrologio sul Birichin del 3 aprile 1924 diceva:
    (PMS)

    «Bernardin Ferrero, lë scritôr dialetal an prosa, an vers e comediografo a l'ha lassane për sempre Martes passà. Për tanti ani, anssema a so fratel Alfonsso, a l'ha dirigiù 'l nostr giôrnal 'nt ii temp pi florid, ma quand che la bôleta a tnisìa 'nvisca la fiama d' nostr dialet, riunend la famia dialetal senssa invidie, senssa inimicissie, tuta entusiasmo. E Bernard a l'è sempre stait lontan da le beghe, a l'à sempre coltivà so dialet bele dedicandsse a cose pi pratiche e positive e anlevand na famia degna d' chiel. A l'amis carissim, al colega pien d'entusiasmo e d' cheur l'ultim salut dël giornal për 'l qual a l'à vivù i pi bei ani»

    (IT)

    «Lo scorso martedì Bernardino Ferrero, lo scrittore dialettale in prosa, in versi e commediografo è morto, per tanti anni, insieme a suo fratello Alfonso, ha diretto il nostro giornale... quando la bolletta teneva accesa la fiamma del nostro dialetto, riunendo la famiglia dialettale senza invidie, senza inimicizie, tutto entusiasmo. E Bernardo è sempre stato lontano dalle beghe»

    (http://www.astilibri.com o anche, tradotto in lingua italiana, Vannucci e Andrea Viglongo (1981), prefazione a La Cracia, Torino, Andrea Viglongo & C Editori.)
  2. ^ Gianrenzo P. Clivio, Profilo di storia della letteratura in piemontese, Torino, Centro Studi Piemontesi, 2002, p. 369, ISBN 88-8262-072-7.

BibliografiaModifica

  • Gianrenzo P. Clivio, Profilo di storia della letteratura in piemontese, Volume 1, ISBN 88-8262-072-7
  • Andrea Viglongo, prefazione a Ij delit d'na bela fia, Andrea Viglongo & c. Editori, Torino 1976, ISBN 978-88-7235-100-0 I
  • Arrigo Frusta (Augusto Ferraris), Tempi beati. Storie allegre crudeli e così così, ed Palatine, Torino 1949, p. 34 segg.

Collegamenti esterniModifica