Chiesa di San Nicolò ai Celestini

chiesa di Bergamo
Chiesa dei San Nicolò dei Celestini
StatoItalia Italia
RegioneLombardia
LocalitàBergamo
IndirizzoVia dei Celestini
Religionecattolica di rito romano
TitolareSan Nicola di Bari
Diocesi Bergamo
Inizio costruzioneXIV secolo

Coordinate: 45°42′25.23″N 9°40′52.79″E / 45.707007°N 9.68133°E45.707007; 9.68133

La chiesa di San Nicolò ai Celestini, conosciuta anche come chiesa di Plorzano, è un luogo di culto cattolico di Bergamo, con annesso il complesso monastico che originariamente era della congregazione dei Celestini.

StoriaModifica

La chiesa originaria e il monastero dei padri celestini furono edificati nel 1310 nell'antico borgo di Plorzano che divenne poi borgo Santa Caterina. La chiesa fu edificata per volontà del cardinale Guglielmo Longhi, fondatore anche del monastero che affidò alla congregazione dei celestini, egli era stato cappellano papale di Pietro da Morrone, e priore della Cappella Reale di San Nicola da Bari, poi papa, che lo nominò cardinale nel 1294 e che fu il fondatore della congregazione.[1] Il Longhi aveva ceduto molte delle sue proprietà al nipote Giacomo tenendosi però la parte in località Plorzano per poter fondare il monastero.[2]

La chiesa fu consacrata il 10 settembre 1311 dal vescovo di Bergamo Cipriano degli Alessandri. L'edificio venne ampliato durante la prima metà del Trecento, ma, la sua posizione dislocata dal centro urbano lo vide oggetto di saccheggi e devastazioni. Nel 1339, durante gli scontri tra le fazioni che divisero la città orobica, fu invaso dai ghibellini contrari alla chiesa, e nel 1438 venne invaso dall'esercito visconteo.[3]
Il convento fu abitato da Alberico da Rosciate dal 1358, al ritorno dal suo pellegrinaggio a Roma con la moglie e i tre figli dove pare che avesse incontrato anche il Petrarca. È a lui che si devono i lavori di rifacimento e decorazione della chiesa. Egli aveva anche commissionato la realizzazione del chiostro grande completo di una cappella che doveva essere il suo luogo di sepoltura.[4] Alberigo si fece inumare nella chiesa, sepolture ricordata con la lapide dove sono è inciso: HIS JACET IN ARCA, LEGUM QUI FUIT ARCA. L'epigrafe fu poi collocata nella chiesa mariana accanto al cenoafio del Longhi.

Il Longhi aveva fondato anche la chiesa di Santo Spirito con l'annesso convento e ospedale, e quando la congregazione dei celestini facente parte dell'ordine benedettino venne ceduta nel 1475 per volontà dell'amministrazione cittadina, furono vane le richieste di poter ottenere la gestione della struttura da parte dei celestini di Plorzano, che ebbero come loro sostenitore il condottiero Bartolomeo Colleoni imparentato con l'allora priore, ma che per ordine di Roma, passò ai Canonici regolari lateranensi dell'Ordine di Sant'Agostino.[5][6]


Gli edifici avevano linee architettoniche e arredi molto sobri come era indicato dall'ordine dei padri Benedettini, ma nel Seicento furono modificati con l'aggiunta di stucchi e arredi barocchi, per volontà di Celestino Regazzoni che modificò anche la soffittatura, rimuovendo le antiche capriate con l'aggiunta di un soffitto piano, e con l'affrescatura a opera di Simone Cesareo. Il convento era completo di due chiostri uno di piccole dimensioni di origini medioevali e uno detto chiostro grande con pilastri in pietra e capitelli trecenteschi provenienti da un luogo differente. Venne aggiunta la grande scalinata a due rampe in pietra.

Nel 1704 la chiesa venne ulteriormente ornata di dipinti e stucchi da Antonio Camuzio, nel medesimo periodo fu aggiunto il porticato esterno sul lato sud della chiesa.[4] Nel 1789 la congregazione fu soppressa da parte della Repubblica di Venezia, e i locali divennero anche sede del seminario fino al 1870 quando furono nuovamente occupati dai padri cappuccini che dovettero però, dopo un ventennio, lasciare nuovamente la chiesa. Nel 1890 i locali furono acquistati dall'amministrazione comunale, che vi fece la sede dell'ospedale dei contagiosi. Nel 1938 i locali furono acquistati da Lodovico Goisis che li adibì a orfanotrofio femminile, intitolato alla moglie: Istituto Giuseppina Goisis Buonamici, con la rimozione di parti del monastero e la creazione di un nuovo corpo di fabbrica.[7] Furono poi restaurate parti degli stucchi e della chiesa su direzione dell'ingegnere Luigi Angelini.

Nel Novecento furono eseguiti lavori di manutenzione e restauro con la riapertura della chiesa al culto nel 1939.[8]

DescrizioneModifica

EsternoModifica

«Il sapore agreste intimamente monastico del Chiostrino nel luminoso chiarore del suo bianco intonaco è tuttora rimasto anche attraverso le vicissitudini scolari del convento»

(Luigi Angelini)

La chiesa originariamente aveva un aspetto molto semplice. Il picco chiostro è la parte pi++ù antica dell'intero complesso.

InternoModifica

L'aula a unica navata, era composta da tre campata con tetto a capriate poggianti su archi diaframma. La terza campata non si presentava in asse ma leggermente rivolta a sud.
L'edificio fu modificato nel XIII secolo con l'aggiunta di una nuova parte di fabbricato che ha creato la composizione a croce greca, e con la nuova collocazione del presbiterio e dell'altare maggiore spostato di novanta gradi. La zona presbiteriale ha la copertura a volta a crociera con corpose lesene semicircolari che si poggiano su capitelli pensili. La volta mantiene l'affresco raffigurante l'agnello e i simboli della passione di Cristo. La chiesa fu anche innalzata di circa un metro con l'aggiunta di decori ad archetti esterni. La pavimentazione è in lastre nere di ardesia.[4] L'aula sul lato destro, tra la porta e una finestra, conserva la scritta O S C con la croce inserita nella lettera S. Il chiostro conserva sul lato contro la chiesa, l'affresco raffigurante Madonna col Bambino e san Celestino e tre giovani in preghiera.[4]
Nei restauri del 2010 sono stati rinvenuti affreschi molto rovinati ma attributi al Trecento del Maestro dell'albero della vita raffigurante la Madonna in gloria con il Bambino e Santi.[9] Il ciclo I cinque santi: sant'Antonio abate, sant' vescovo, santa Caterina d'Alessandria, san Nicola e san Cristoforo sono considerati lavoro dell'artista attivo nell'ultimo quarto del XIV secolo chiamato quindi Maestro di San Nicolò ai Celestini.[10]

La volta conserva i dipinti del 1670 di Giuseppe Ceareo. La torre campanaria realizzata nel 1489, sopra un piccolo edificio preesistente, legata alla parte occidentale della chiesa, in pietra da taglio in conci di piccole dimensioni disposte in modo orizzontale, e con la cima a tronco di cono.

NoteModifica

  1. ^ Guglielmo Longhi, su servizi.ct2.it. URL consultato il 1º giugno 2020.
  2. ^ TIRONI.
  3. ^ Natalia Stocchi, Monastero di San Nicolò di Plorzano, benedettini celestini, su lombardiabeniculturali.it, Lombardia Beni Culturali. URL consultato il 2 giugno 2020.
  4. ^ a b c d Ex convento dei Celestini (PDF), su territorio.comune.bergamo.it, IBCAA-Inventario dei Beni Culturali, Ambientali e Archeologici del Comune di Bergamo. URL consultato il 5 giugno 2020.
  5. ^ Federica Bigoni, Chiesa S. Spirito, su lombardiabeniculturali.it, Lombardia Beni Culturali. URL consultato il 3 giugno 2020.
  6. ^ Adolfo Ragionieri Antonio Martinelli, Bartolomeo Colleoni, Litostampa Istituto Grafico, 1990.
  7. ^ Daniela Brignone, GOISIS, Lodovico, su treccani.it, Treccani. URL consultato il 5 giugno 2020.
  8. ^ Chiesa di San Nicolò ai Celestini, su visitbergamo.net. URL consultato il 1º giugno 2020.
  9. ^ Scoperta alla chiesa di S. Nicolò Affresco del «maestro della Basilica, su ecodibergamo.it, L'Eco di Bergamo, 23 novembre 2010. URL consultato il 23 luglio 2020.
  10. ^ AA.VV., Dizionario biografico dei Pittori bergamsachi, Bolis, 2006, pp. 313-397.

BibliografiaModifica

  • Luigi Tironi, Santa Caterina in Bergamo, Comunità di Santa Caterina, 1989.
  • Luigi Angelini, Chiostri e cortili di Bergamo, luglio 1965.

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica

  • Chiesa di San Nicolò ai Celestini, su lombardiabeniculturali.it, Sistema Informativo Regionale dei Beni Culturali (SIRBeC) – Regione Lombardia.