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Santa Maria in Cappella
Trastevere - santa Maria in cappella o santa francesca romana 03-0411-2.jpg
Esterno
StatoItalia Italia
RegioneLazio
LocalitàRoma
Religionecattolica
TitolareMaria
Diocesi Roma
Consacrazione1090
Inizio costruzioneXI secolo

Coordinate: 41°53′14.4″N 12°28′41.3″E / 41.887333°N 12.478139°E41.887333; 12.478139

Croce del giubileo di Urbano VIII allo stipite[1]
La Chiesa di Santa Maria in Cappella, interno

La chiesa di Santa Maria in Cappella è una chiesa di Roma, nel rione Trastevere, situata in Vicolo di S. Maria in Cappella, 6.

StoriaModifica

Questa antichissima chiesa è ricordata per la prima volta da una lapide, posta sulla destra appena entrati, che ricorda il giorno della consacrazione (25 marzo 1090), avvenuta da Papa Urbano II, e il suo nome ad pineam (ossia presso la pigna). L'attuale appellativo ha un'origine incerta, e diverse sono le sue interpretazioni:

  • la più complessa, e anche la meno probabile, fa riferimento proprio alla lapide d'entrata, il cui quarto stico recita: “que appell(atur) ad pinea(m) per ep(iscop)os Ubaldu”; l'espressione que appell ad, divenne nel gergo popolare cappella;
  • altri (Nibby, Hulsen) credono che il nominativo cappella derivi dal latino cupella, ossia barile; a prova di ciò il fatto che nel XV secolo la Compagnia dei barilai aveva in questa chiesa la sua sede;
  • la soluzione più semplice invece riconduce tale denominazione ad una preesistente cappella o oratorio sul luogo dell'attuale chiesa.

La chiesa poi non è molto menzionata nel corso dei secoli successivi all'XI. Oltre alla consacrazione di un altare nel 1113, la chiesa è ricordata quando, per motivi di stabilità, la navata destra fu chiusa al pubblico e nel 1391 Andreozzo Ponziani, suocero di Francesca Romana vi fondò, dopo restauro, l'ospedale del Santissimo Salvatore. Alla sua morte, l'ospedale rimase affidato a Francesca e la chiesa passò poi alle Oblate di Tor de' Specchi, che la cedettero nel 1540 alla compagnia dei barilari.

I Doria-Pamphilj vi esercitarono il patronato e Innocenzo X ne conferì la proprietà nel 1650 a Donna Olimpia che, acquistando vari terreni attorno, vi fece costruire un giardino di delizie detto "i bagni di Donna Olimpia", affacciato direttamente sul Tevere. Se ne intravede ancora la facciata dal lungotevere Ripa, dietro un muro moderno [2].

Successivamente la chiesa divenne fatiscente, fu chiusa, riaperta, passò di mano più volte, finché nel 1797 subì una prima serie di importanti restauri ad opera del Sodalizio dei Marinari di Ripa e Ripetta. Altri restauri furono intrapresi dai proprietari Doria-Pamphilj, a metà dell'Ottocento, sotto la direzione di Andrea Busiri Vici; con questi lavori la chiesa prese il suo aspetto attuale, e furono costruiti due nuovi corpi di fabbrica ai lati del casino, installandovi un ospizio (ancora funzionante come "casa di riposo della Fondazione di Santa Francesca Romana", convenzionata con la sanità pubblica), e mantenendo il giardino.

La facciata della chiesa è frutto del restauro del Busiri Vici, mentre il campanile è ancora quello medievale (XII secolo). L'interno si presenta a tre navate, divise fra loro da antiche colonne di spoglio, ossia recuperate da altri edifici precedenti. La decorazione interna è frutto dei lavori di restauro dell'Ottocento e quasi più nulla rimane di medievale. Dal cortile della chiesa si accede all'ospizio.

NoteModifica

  1. ^ Sul mosaico compaiono le api Barberini e la fronda d'ulivo dei Pamphilij. L'opera è attribuita al Borromini, che l'avrebbe fatta realizzare da Giovan Battista Calandra in micromosaico (mosaico filato) in occasione del giubileo di Urbano VIII Barberini (1625) per la basilica di S. Pietro, come sigillo della porta santa alla chiusura dell'evento. Quando Innocenzo X Pamphilij riaprì la porta santa per il suo giubileo, nel 1649, ruppe simbolicamente il sigillo (sono ancora visibili le tracce del martello lungo il profilo del mosaico) e ne fece dono al cardinal nipote (nipote di donna Olimpia, Francesco Maidalchini), e per questa via il piccolo mosaico venne riposizionato sullo stipite della porta della chiesa, che era divenuta la cappella privata dell'adiacente giardino di donna Olimpia in Trastevere.
  2. ^ L'Armellini riporta il resoconto di una visita effettuata alla chiesa durante il pontificato di Alessandro VII (1655-1667):

    «Il prete che hora ha la cura di detta chiesa è don Francesco Carrone fratello del signor marchese di s. Tommaso, consegliero e primo segretario di Stato del serenissimo duca di Savoia che per sua provigione riceve scudi quattro e mezzo, con obbligo di ponere cera, oglio, biancheria, hostie e vino… Questa chiesa ha tre altari, cioè l’altar maggiore con un quadro della b. Vergine, a destra l’altare della Natività di N. S. con alcuni pastori, a sinistra l’altare della Purificazione. È alta palmi 22, lunga 70, larga 10. Al suo ingresso vi è il cimitero circondato di basso muricciuolo: anticamente vi era l’hospitalità dei poveri.»

    (Armellini, op. cit., p. 672-673)

BibliografiaModifica

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