De beneficiis

Il De Beneficiis è un trattato in sette libri dell'oratore e filosofo romano Lucio Anneo Seneca, realizzato tra il 56 e il 62 d.C. circa. Si configura come un'analisi della pratica del beneficio, colta anche nelle sue dimensioni politico-sociali, in un'epoca in cui alla progressiva acquisizione di potere da parte dell'imperatore Nerone si cercava di contrapporre la virtus romana, tipica della tradizione senatoria.

Contenuto dell'operaModifica

Dedicato all'amico di Seneca Ebuzio Liberale, questo trattato di filosofia morale riprende da famose opere quali il De Amicitia e il De Officiis di Cicerone e il Perì toù Kathèkontos di Panezio la tematica del beneficio, inteso come concreta elargizione di un bene. Esso era di grande importanza nella Roma repubblicana e imperiale, presso cui uno dei valori fondamentali era l'amicitia, intesa come legame politico oltre che personale. Per Seneca, il beneficio è un'azione degna per sé, che prescinde da ogni convenienza e utilitarismo, ed è fonte di arricchimento sia per chi dona che per chi riceve. L'opera, che raccoglie le esperienze di vita pubblica dell'autore, diventa una sorta di galateo dei rapporti tra elargitori e beneficati[1], attraverso una dettagliatissima descrizione dei singoli casi.

Oggetto di profondo disprezzo da parte dell'autore è l'ingratitudine, che mina al delicato equilibrio che deve regolare la pratica del beneficio: esempio di tale comportamento è Gneo Lentulo, uomo ricchissimo e console nel 14 a.C., che pur essendo debitore ad Augusto del suo potere e delle sue ricchezze, non mancava di lamentarsi con lui che, per badare a queste ultime, avesse abbandonato una promettente carriera oratoria. Fonte di cotanta ingratitudine è, secondo Seneca, l'avidità, che "non permette ad alcuno di essere riconoscente"[2]

NoteModifica

  1. ^ Luca Canali, Ingenium et Ars.
  2. ^ Lucio Anneo Seneca, De Beneficiis, 2, 27.