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La deposizione di Gesù è l'episodio finale della passione di Gesù, dopo la sua morte. Si tratta di un episodio che ha avuto numerose raffigurazioni artistiche nel corso dei secoli.

Indice

Nel nuovo testamentoModifica

VangeliModifica

Nel Vangelo secondo Marco l'episodio avviene di sera, di Parascève ("Preparazione", la vigilia del sabato); Giuseppe di Arimatea, di cui si dice che era membro autorevole del sinedrio e che attendeva il regno di Dio, si recò da Pilato a chiedere il corpo di Gesù. Pilato, sorpreso che Gesù fosse già morto, chiese conferma del decesso a un centurione, e solo dopo concesse il corpo a Giuseppe. Questi, dopo aver acquistato un lenzuolo, depose il corpo dalla croce e lo avvolse nel sudario, poi lo mise in un sepolcro scavato nella roccia che chiuse rotolandovi davanti una pietra. Maria di Magdala e Maria "di Ioses" stettero a osservare dove era sepolto il corpo.[1]

Nel Vangelo secondo Matteo, la sera dopo la crocifissione di Gesù, il ricco Giuseppe di Arimatea, che era divenuto discepolo di Gesù, ne chiese il corpo a Pilato, che glielo consegnò. Giuseppe mise il corpo in un lenzuolo candido, lo depose nella sua tomba nuova, che si era fatto scavare nella roccia e che chiuse facendovi rotolare una grande pietra davanti alla porta, e se ne andò. Assistettero alla deposizione Maria di Magdala e «l'altra Maria».[2]

Il Vangelo secondo Luca presenta Giuseppe di Arimatea come membro del sinedrio, e come persona buona e giusta che "aspettava il regno di Dio"; questo vangelo precisa che Giuseppe non aveva condiviso la decisione dei suoi colleghi. Giuseppe depose il corpo di Gesù dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo mise in una tomba scavata nella roccia, «nella quale nessuno era stato ancora deposto»; l'evangelista precisa a questo punto che era il giorno della Parascève e che già splendevano le luci del sabato. A osservare la tomba e la deposizione del corpo in essa vi erano «le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea»; esse tornarono indietro a preparare i profumi e gli unguenti per il corpo, ma osservarono il riposo del sabato.[3]

Nel Vangelo secondo Giovanni si racconta che Giuseppe di Arimatea era discepolo di Gesù, ma che teneva questo fatto nascosto per timore dei Giudei. Giuseppe insieme a Nicodemo chiesero il corpo di Gesù a Pilato, che glielo concesse. Giuseppe si recò sul Golgota con Nicodemo, che recava mirra e aloe; i due deposero il corpo dalla croce e lo avvolsero in bende e oli aromatici. Nel luogo dell'esecuzione c'era un giardino con all'interno una tomba mai usata; lì deposero Gesù, in quanto era Parascève e la tomba era quella vicina.[4] In Giovanni, il corpo di Gesù è trattato "com'è usanza seppellire per i Giudei" (Gv19,40), ovvero con la preparazione completa per la sepoltura, e le donne non si recano al sepolcro il giorno dopo il sabato a quello scopo.

Molti studiosi mettono in dubbio la storicità della tradizione relativa alla deposizione e sepoltura di Gesù, così come viene descritta nei vangeli canonici.
Secondo le consuetudini romane - e vi sono molte testimonianze storiche in merito - i cadaveri dei giustiziati erano lasciati decomporre sulla croce alla mercé degli animali, come deterrente per chi osava sfidare Roma; non vi sono prove di alcuna eccezione da parte di un governatore romano e tantomeno Ponzio Pilato, noto per la sua fermezza e crudeltà.
Oltre a ciò, secondo le regole romane e giudaiche, i giustiziati erano sepolti senza cerimonie pubbliche e in una fossa comune, in modo da evitare che la tomba potesse diventare meta di pellegrinaggi da parte di eventuali seguaci del condannato; Pilato avrebbe, verosimilmente, dovuto consegnare il cadavere di Gesù ai membri del Sinedrio, invece che a Giuseppe di Arimatea, i quali avrebbero evitato di seppellirlo in un luogo conosciuto e alla presenza di amici dello stesso Gesù. Gli Atti degli Apostoli, contraddicendo i vangeli, fanno infatti riferimento ad una diversa tradizione non conciliabile, sostenendo che la deposizione dalla croce e la sepoltura di Gesù furono effettuate da coloro che non lo riconobbero come Messia e lo condannarono, quindi le autorità giudaiche e cioè tutti i membri del Sinedrio: "Gli abitanti di Gerusalemme infatti e i loro capi non l'hanno riconosciuto e condannandolo hanno adempiuto le parole dei profeti che si leggono ogni sabato; e, pur non avendo trovato in lui nessun motivo di condanna a morte, chiesero a Pilato che fosse ucciso. Dopo aver compiuto tutto quanto era stato scritto di lui, lo deposero dalla croce e lo misero nel sepolcro. Ma Dio lo ha risuscitato dai morti "[5]. Anche Paolo di Tarso non parla mai di Giuseppe di Arimatea in nessuno dei suoi scritti.[6] Secondo Albert Barnes, invece, il soggetto di "lo deposero dalla croce" è "i Giudei", e Giuseppe e Nicodemo erano essi stessi Giudei; secondo Charles Ellicott, non era necessario affermare che Gesù fosse stato deposto da coloro che erano "discepoli in segreto, come Giuseppe e Nicodemo. Bastava il fatto che anche loro erano fra i capi dei Giudei, e che anche loro facevano ciò che facevano senza alcuna aspettativa di una risurrezione"[7].
Va, inoltre, considerato che - se Giuseppe di Arimatea e Nicodemo, come riportato nei vangeli, avessero toccato il cadavere o il sepolcro - a causa dell'impurità contratta[8] non avrebbero potuto festeggiare l'imminente Pasqua, cosa molto grave per degli Ebrei praticanti e autorevoli membri del Sinedrio. Per analogo motivo, infatti, i capi dei giudei la stessa mattina non vollero entrare nel pretorio durante il processo a Gesù di fronte a Pilato[9]. Risulta, infine, piuttosto improbabile quanto dichiarato dal Vangelo secondo Matteo, cioè che Giuseppe di Arimatea si fosse fatto costruire una tomba a Gerusalemme, proprio nei pressi del Golgota. Infatti - a parte la coincidenza che la tomba fosse proprio nel luogo della crocifissione di Gesù - per gli Ebrei era molto importante essere sepolti nella propria terra nativa con i loro padri che, nel caso di Giuseppe e dei suoi famigliari, era appunto la città di Arimatea - identificabile come l'attuale Rentis, a oltre trenta chilometri dalla capitale giudaica - e non Gerusalemme.[10][11][12]
Inoltre, in contraddizione con i vangeli sinottici - i quali riportano che le donne dovettero recarsi la domenica a trattare il cadavere di Gesù con gli aromatici - nel Vangelo secondo Giovanni il corpo di Gesù fu trattato con gli aromatici lo stesso venerdì, dopo la deposizione dalla croce, da Giuseppe di Arimatea e Nicodemo. Infatti, secondo il Vangelo di Giovanni, a differenza dei sinottici, Maria Maddalena la domenica non si recherà al sepolcro per quello scopo. Lo stesso vangelo precisa, inoltre, che il cadavere di Gesù fu trattato "com'è usanza seppellire per i Giudei", ovvero con la preparazione completa per la sepoltura. Il fatto che i vangeli parlino di "imbalsamazione" è un'ulteriore incongruenza storica: gli Ebrei, infatti, non imbalsamavano i defunti ma li preparavano con una procedura che prevedeva il lavaggio, la rasatura e l'uso di oli e sostanze aromatiche (mirra ed estratto di legno d'aloe) per dissipare il lezzo di cadavere. Verosimilmente, la figura di Giuseppe di Arimatea può essere stata creata per la necessità di avere un personaggio degno di fiducia e un luogo preciso, a differenza di una fossa comune, da cui proclamare la resurrezione di Gesù.[13][14]

Nell'arteModifica

Rappresentazioni della Deposizione nei secoli
 
Benedetto Antelami (XII secolo)
 
Deposizione di scuola antelamiana nel duomo di Tivoli (XIII secolo)
 
Deposizione dalle Très Riches Heures du Duc de Berry (XV secolo)
 
Deposizione Delacroix 1859

L'evento costituisce un soggetto dell'arte sacra cristiana, dove si rappresenta Gesù quando viene tolto dalla croce (deposizione dalla croce e Pietà) o quando viene posto nella tomba (deposizione nel sepolcro). Alla scarna descrizione dei vangeli, gli artisti hanno fornito una immensa produzione di dipinti, bassorilievi, statue e descrizioni poetiche che hanno accompagnato la cristianità lungo i duemila anni della sua storia.

NoteModifica

  1. ^ Vangelo secondo Marco, 15,42-47.
  2. ^ Vangelo secondo Matteo, 27,57-61.
  3. ^ Vangelo secondo Luca, 23,50-56.
  4. ^ Vangelo secondo Giovanni, 19,38-42.
  5. ^ At13,27-30.
  6. ^ Bart Ehrman, E Gesù diventò Dio, Nessun Dogma Editore, 2017, pp. 133-135, ISBN 978-88-98602-36-0.
  7. ^ [1]
  8. ^ L'impurità di sette giorni è richiamata ad esempio in Nm19,11; Nm31,19.
  9. ^ Allora condussero Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l'alba ed essi non vollero entrare nel pretorio per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua (Gv18,28).
  10. ^ Bart Ehrman, E Gesù diventò Dio, Nessun Dogma Editore, 2017, pp. 132-143, ISBN 978-88-98602-36-0.
  11. ^ Adriana Destro e Mauro Pesce, La morte di Gesù, Rizzoli, 2014, pp. 138-159,293,294,296, ISBN 978-88-17-07429-2.
  12. ^ Bart Ehrman, Prima dei vangeli, Carocci Editore, 2017, p. 136, ISBN 978-88-430-8869-0.
  13. ^ Adriana Destro e Mauro Pesce, La morte di Gesù, Rizzoli, 2014, pp. 141-142,154-155,294,296, ISBN 978-88-17-07429-2.
  14. ^ Bart Ehrman, E Gesù diventò Dio, Nessun Dogma Editore, 2017, p. 132,148, ISBN 978-88-98602-36-0.

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