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Ponzio Pilato

politico romano, figura importante nelle vicende di Gesù Cristo
Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando il film, vedi Ponzio Pilato (film).
Ponzio Pilato
What-is-truth02.jpg
PredecessoreValerio Grato
SuccessoreMarcello
ConsorteClaudia Procula
Procurator Augustidal 26 d.C. al 36 d.C.
San Ponzio
Duccio maesta detail4.jpg
Ponzio Pilato riceve Gesù, da un dipinto di Duccio di Buoninsegna.
 
Venerato daChiesa ortodossa etiope
CanonizzazioneVI secolo
Ricorrenza25 giugno[1]

Ponzio Pilato (in latino: Pontius Pilatus; in greco: Πόντιος Πιλᾶτος; in ebraico: פונטיוס פילאטוס; floruit 26-36; ... – I secolo) è stato un politico romano.

Nei Vangeli, Pilato è colui che condanna a morte Gesù.

Pilato è ricordato come martire dalla Chiesa copta e come santo dalla Chiesa etiope[1].

BiografiaModifica

I dettagli biografici di Pilato prima e dopo la sua nomina in Giudea non sono certi, sebbene il suo nome sembri rimandare ad un'origine sannita.[2]

Oltre che dai vangeli, le vicende di Ponzio Pilato ci sono note anche dai resoconti di due autori ebrei del tempo: Flavio Giuseppe e Filone di Alessandria[3]. Un breve accenno è inoltre presente in Tacito.[3]

Fu il quinto prefetto della prefettura della Giudea, su nomina di Seiano e in carica tra gli anni 26 e 36; è famoso per il ruolo che svolse nella passione di Gesù, secondo quanto testimoniano i vangeli, in quanto fu giudice del processo di Gesù e ne ordinò la flagellazione e la crocifissione.

Pilato compare in tutti e quattro i vangeli canonici, anche se questi non ne riportano un resoconto storico, ma un'interpretazione teologica, differente tra gli stessi evangelisti, in base a precedenti materiali della tradizione cristiana[4]. Il Vangelo secondo Marco mostra Gesù innocente dell'accusa di aver complottato contro l'Impero romano e raffigura Pilato come estremamente riluttante a giustiziarlo, dando la colpa alle gerarchie giudaiche per la condanna, anche se Pilato era l'unica autorità in grado di decidere una condanna a morte. Nel Vangelo secondo Matteo, Pilato si lava le mani del caso e, riluttante, manda Gesù a morte. Nel Vangelo secondo Luca, Pilato riconosce che Gesù non aveva minacciato l'Impero. Nel Vangelo secondo Giovanni, Pilato interroga Gesù, il quale non afferma di essere né il Figlio dell'Uomo né il Messia, ma gli dà conferma rispondendo "tu lo dici: io sono " (Gv 18,37).[5]

 
Ecce Homo, dipinto di Antonio Ciseri, raffigurante Ponzio Pilato che presenta Gesù flagellato alla gente di Gerusalemme.

Secondo quanto riportato da Flavio Giuseppe, Pilato provò senza successo a romanizzare la provincia romana della Giudea, introducendo immagini dell'imperatore a Gerusalemme (cosa che suscitò una forte protesta perché la legge ebraica non lo consentiva)[6] e provando a costruire un acquedotto con i fondi che si raccoglievano nel Tempio.[7] Anche se Gerusalemme rimaneva la capitale, il governatore romano aveva la sua residenza a Cesarea, che grazie alla sua ubicazione rappresentava una buona scelta strategica.[8]

Il governatore della Siria, Lucio Vitellio, lo destituì nell'anno 36 o 37 a causa della durezza con la quale aveva represso i Samaritani che avevano messo in atto la rivolta del monte Garizim e l'imperatore Caligola lo mandò in Gallia (37–41).[9] Al suo ruolo di prefetto della Giudea subentrò Marcello.

Filone di Alessandria racconta che era corrotto, licenzioso e crudele, che rubava e che condannava senza processo.[10] Eusebio di Cesarea, citando degli scritti apocrifi, afferma che Pilato non ebbe fortuna sotto il regno di Caligola e si suicidò nella città gallica di Vienne.[11] Secondo Agapio di Ierapoli, Pilato si suicidò durante il primo anno del regno di Caligola.[12]

Ruolo nella passione di GesùModifica

 
Statua di Ponzio Pilato, a San Giovanni Rotondo, sul percorso della Via Crucis monumentale, nella stazione di "Gesù condannato a morte".

Negli scritti cristianiModifica

Secondo il Nuovo Testamento - benché tali narrazioni non siano storicamente conciliabili e attendibili, rappresentando queste la personale interpretazione teologica di ogni evangelista su precedenti materiali della tradizione cristiana[13] - Gesù fu portato al cospetto di Pilato dalle autorità ebraiche di Gerusalemme, le quali dopo averlo arrestato, lo interrogarono e ricevettero delle risposte che lo fecero considerare blasfemo.
In merito alla figura di Ponzio Pilato, il racconto dei vangeli non appare storico e gli esegeti del cattolico "Nuovo Grande Commentario Biblico"[14] osservano che "i ritratti che ne danno i vangeli come di un uomo indeciso e preoccupato della giustizia contraddicono altre antiche descrizioni della sua crudeltà e ostinazione", mentre il teologo John Dominic Crossan, ex sacerdote cattolico e tra i cofondatori del Jesus Seminar,[15] rileva come le informazioni "riguardanti Pilato [che ci giungono] da Flavio Giuseppe mostrano la sua mancanza di interesse per la sensibilità religiosa ebraica e la sua capacità di avere metodi piuttosto brutali per il controllo della popolazione".[16]

La domanda più importante che Pilato fece a Gesù fu se lui considerasse se stesso come re dei Giudei. Nella prosecuzione dell'interrogatorio, secondo il Vangelo secondo Giovanni, Gesù affermò di essere venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità e proseguì dicendo: «Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce»; al che Pilato chiese: «Che cos'è la verità?». Tale descrizione dell'interrogatorio, data dal solo Vangelo secondo Giovanni, è storicamente inverosimile[17], presentando la massima autorità romana Ponzio Pilato, noto per la sua crudeltà nei confronti degli Ebrei, che fa da spola fuori e dentro il pretorio almeno 6 volte, fungendo da portavoce tra Gesù e i capi giudei[Nota 1]; questo per non urtare la sensibilità religiosa dei suoi sudditi, in quanto i capi dei giudei non vollero entrare nel pretorio per non compromettere la loro purità rituale, in vista della cena pasquale di quella sera[Nota 2].
Pilato tentò di non condannare Gesù e, visto che in occasione della Pasqua era usanza che fosse liberato un prigioniero, Pilato lasciò al popolo la scelta tra Gesù e un assassino di nome Barabba. Tale episodio, anche secondo molti studiosi cristiani, è da ritenersi leggendario e, in merito a questa amnistia per la Pasqua, va rilevato come non sia mai stata documentata storicamente per nessun governatore romano di alcuna provincia[Nota 3] e gli stessi evangelisti sono in disaccordo se tale amnistia provenisse dai Romani o dagli Ebrei[Nota 4]; anche la figura di Barabba, personaggio che non è menzionato al di fuori dei vangeli, non è storica ma anch'essa di natura teologica[Nota 5].

Nel solo Vangelo secondo Matteo, ci sono alcuni altri elementi: un intervento della moglie di Pilato, Claudia Procula, la quale gli consiglia di rilasciare Gesù, e l'episodio di Pilato che si lava le mani davanti alla folla dicendo: «Non sono responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi!», a cui gli Ebrei rispondono: «Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli» (Mt27,24-25). Tutti questi elementi, presenti nel solo Vangelo di Matteo, non sono considerati storici - così come gli episodi matteani, relativi a Giuda, dei 30 pezzi di argento e del Campo di sangue[18] - ma sono elementi tratti da tradizioni popolari e inseriti dall'evangelista per i suoi scopi teologici[Nota 6]. In particolare, l'assunzione di responsabilità degli Ebrei[19], in risposta al lavarsi le mani di Pilato, "com'è noto [...] non è storica: proietta all'indietro le polemiche tra i Giudei e i seguaci di Gesù della fine del I secolo"[Nota 7]; tale episodio, atto a scagionare Pilato, sarà utilizzato dai cristiani in maniera antiebraica e sarà "trattato come se fosse una auto maledizione con la quale la gente ebraica attirò su sé stessa il sangue di Gesù per tutti i tempi successivi"[Nota 8]. Il gesto di lavarsi le mani, inoltre, per quanto presente nella letteratura classica greca, è stato introdotto dall'evangelista - che scriveva alcuni decenni dopo e in ambiente greco-romano, al di fuori della Palestina - per esprimersi "con un linguaggio comprensibile per i lettori «giudeo-cristiani» che sapevano del rituale"[20] e non appare storicamente plausibile in riferimento a Pilato[Nota 9].

Riguardo alla flagellazione di Gesù, presentata nel processo di fronte a Pilato, gli evangelisti[21] riportano differenti resoconti: Luca parla di una fustigazione (pena meno grave in cui si percuoteva il condannato senza frustarlo) e la pone a metà processo, senza evidenziare che tale pena sia poi stata applicata; Giovanni pone la flagellazione (pena più severa, in cui si colpiva il condannato con un flagello, cioè una frusta, fatto di lacci di cuoio aventi in punta schegge d'ossa, piombi e pungiglioni) a metà processo, stessa scelta temporale di Luca; Marco/Matteo fanno invece riferimento a una flagellazione a processo terminato; la versione storicamente più verosimile appare essere quella di Marco/Matteo: la flagellazione era posta dopo la condanna e come parte della pena insieme alla crocifissione[Nota 10].

Pilato è anche presente negli Atti di Pilato, un apocrifo del II/III secolo.

Fonti antiche non cristianeModifica

Altri testi che ci parlano di lui in relazione a Gesù sono un brano dello storico giudeo Flavio Giuseppe risalente all'anno 93 o 94:

«Ci fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio, se pure bisogna chiamarlo uomo: era infatti autore di opere straordinarie, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità, ed attirò a sé molti Giudei, e anche molti dei greci. Questi era il Cristo. E quando Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra noi, lo punì di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano amato. Egli infatti apparve loro al terzo giorno nuovamente vivo, avendo già annunziato i divini profeti queste e migliaia di altre meraviglie riguardo a lui. Ancor oggi non è venuta meno la tribù di quelli che, da costui, sono chiamati Cristiani.»

Questo passaggio, noto come Testimonium Flavianum, è da tempo oggetto di discussione a causa del suo tono celebrativo: la maggioranza degli studiosi lo ritiene autentico nella sostanza ma oggetto di interpolazioni da parte di copisti medievali. In un manoscritto arabo del X secolo ne è ad esempio documentata una versione con le stesse informazioni, ma in una versione più scarna e priva degli elementi celebrativi.

Un riferimento a Pilato è inoltre presente nel brano dello storico romano Tacito risalente all'anno 116 o 117:

«Cristo era stato ucciso sotto l'imperatore Tiberio dal procuratore Pilato; questa esecrabile superstizione, momentaneamente repressa, è iniziata di nuovo, non solo in Giudea, origine del male, ma anche nell'Urbe (Roma), luogo nel quale confluiscono e dove si celebrano ogni tipo di atrocità e vergogne.»

Secondo alcuni in questo passo di Tacito ci sarebbe un errore: a Pilato infatti viene assegnato il ruolo di procuratore e non quello di prefetto, mentre tale titolo, a parere di alcuni studiosi, entrò in uso solo dal 44. Altri fanno però notare come il termine "procuratore" venga però attribuito da Flavio Giuseppe anche a Coponio, il primo prefectus cum iure gladii della Giudea appena diventata provincia romana.[22] Questo dimostrerebbe una certa confusione nell'uso dei termini da parte degli storici antichi: prefetto indicava un ruolo militare, procuratore un ruolo legato alle finanze. Inoltre, che Pilato venisse anche qualificato con il titolo di Prefetto è confermato dal recente rinvenimento dell'iscrizione di Cesarea in cui è appunto definito Prefetto della Giudea (dettagli nella sezione successiva).

Iscrizione di Cesarea di PalestinaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Iscrizione di Pilato.
 
Copia dell'iscrizione trovata presso il teatro di Cesarea marittima nel 1961. Vi si leggono il committente, con il gentilizio Pontius e il cognomen Pilatus, la carica dello stesso, Prefectus Iudeae (prefetto della Giudea), il nome del dedicatario, Tiberiéum.

Nel 1961 presso l'anfiteatro romano di Cesarea è stata infine rinvenuta casualmente una lapide risalente al periodo tiberiano sulla quale Pilato veniva menzionato nell'incisione incompleta che recita: "[Caesarensibu]s Tiberiéum/[Pon]tius Pilatus/[Praef]ectus Iuda[ea]e".[23] traducibile forse come "presso i Cesarensi, Ponzio Pilato, Prefetto di Giudea, [dedicato a] Tiberio". Altre interpretazioni riferiscono di una possibile attestazione di lavori effettuati da Pilato presso l'anfiteatro della città, forse colpita da un terremoto o della presenza sul luogo del ritrovamento di un tempio realizzato in onore dell'imperatore da Pilato.[24]

Pilato nella Chiesa ortodossa etiopeModifica

La Chiesa ortodossa etiope segue una tradizione secondo cui, dopo il processo a Gesù, Pilato si convertì; e lo venera come santo, celebrandone la ricorrenza il 25 giugno.[1] Secondo altre tradizioni si suicidò.

 
Resti di Peltuinum, in provincia dell'Aquila, dove Pilato avrebbe posseduto la villa dell'esilio

Nella leggendaModifica

 
Fontana Fraterna di Isernia: un'iscrizione romana di dedica a Pilato ha fatto ipotizzare che egli avesse vissuto nella città pentra

La tradizione cristiana ha generato leggende in competizione tra loro sul suo luogo di nascita.

Numerose località si contendono l'onore di avergli dato i natali o di averlo ospitato al suo rientro in Italia dopo i fatti evangelici. Ad esempio, a San Pio di Fontecchio (AQ) vi è un monte detto Montagna di Pilato dove la tradizione locale colloca la villa in cui Pilato si ritirò prima di morire. Il ritrovamento in tempi recenti di resti di edifici romani ha stimolato ulteriormente questa leggenda.

Altre leggende parlano delle rovine romane di Peltuinum presso L'Aquila. Vi è anche una rivendicazione molisana sulla città natale di Pilato, ossia Isernia, per un'iscrizione romana di dedica sulla storica Fontana Fraterna.

Un'altra leggenda narra che la villa di Pilato fosse localizzata a Tussio (AQ), nelle vicinanze dell'antica Peltuinum. Ad avvalorare la tesi è sopravvenuto il ritrovamento di due leoni in pietra risalenti al I secolo, che porterebbero invece ad indicarne la tomba. Sempre a Pilato viene accreditata l'introduzione nella altopiano di Navelli dello zafferano (Crocus sativus).

Secondo un'altra leggenda Pilato fu esiliato dall'imperatore Caligola a Vienne in Francia e vi è morto suicida. Sulla via per Vienne avrebbe soggiornato prima a Torino, nella Porta Palatina, poi a Nus in Valle d'Aosta, dove il castello è noto col nome di "Castello di Pilato", nonostante la costruzione attuale risalga al medioevo.

Altra leggenda vuole i suoi natali ad Atina (FR).

La leggenda che vuole Bisenti (TE) quale patria di Ponzio Pilato, a differenza delle altre leggende riferite ad altri luoghi, è molto articolata. Non si limita ad affermare che il prefetto sia nato a Bisenti, ma spiega i dettagli dell'origine bisentina del preside romano. Secondo questa tradizione, tramandata di generazione in generazione, un avo del celebre funzionario romano, Ponzio Aquila, avrebbe partecipato alla congiura delle idi di Marzo contro Giulio Cesare; con il ristabilirsi dell'ordine pubblico, le famiglie dei cesaricidi furono confinate presso le colonie romane e tra queste i Ponzi furono esiliati in quel di Berethra (antico nome di Bisenti dal greco BARATRON “valle stretta e profonda"). Nato e cresciuto in questa località, il giovane e futuro prefetto avrebbe avuto dunque la possibilità di conoscere le tradizioni ebraiche e apprendere una lingua “straniera”, l'aramaico. L'allora Berethra, infatti, era è ubicata nel cuore di un territorio, dell'area centro-adriatica, conosciuto in antichità con la denominazione di "Palestina piceni" in quanto colonizzato nel 600 a.C. circa da popolazioni mediorientali provenienti dalla terra di Canaan.

Proprio la conoscenza del linguaggio e delle abitudini simil-giudaiche, apprese vivendo nella “Palestina Piceni”, avrebbero avvantaggiato il giovane militare Ponzio Pilato nella nomina di V prefetto della Giudea. A Bisenti è visitabile il luogo che la tradizione indica come casa natale di Ponzio Pilato. L'edificio, anche se modificato e ristrutturato nel corso dei secoli, conserva ancora, nel suo impianto, le caratteristiche di una tipica domus romana: un lato dello stabile presenta un porticato con un cortiletto o “vestibolo”, sul lastrico di tale corte si notano dei resti di un'antica pavimentazione realizzata con ciottoli che formano delle particolari geometrie molto simili alle figurazioni dei mosaici che impreziosivano le ville romane.

A ridosso di tale cortiletto si trova un locale, l'“atrium” della “casa di Ponzio Pilato”. Al di sotto di tale area dell'edificio, sono presenti due enormi cisterne che, per le caratteristiche tecniche costruttive delle murature in “opus caementicium” e per la presenza di alcune tracce di intonaco impermeabile di tipo “opus signinum”, possono essere fatte risalire all'epoca romana. Sotto l‘ ”impluvium”, è ancora perfettamente conservato un qanat, un sistema di distribuzione idrico molto diffuso nei territori mediorientali. Non si può dunque escludere che il qanat di Bisenti sia stato realizzato proprio da Ponzio Pilato che, avendone appreso la tecnologia costruttiva in Giudea, una volta tornato in Abruzzo avrebbe costruito un sistema idrico del genere per captare le acque da una falda, incanalarle mediante una galleria sotterranea per alcuni chilometri e prelevarla, per le proprie esigenze personali, da un pozzo situato all'interno della sua casa e, per le necessità degli altri concittadini Berethriani, in una fonte di erogazione pubblica, oggi denominata "fonte vecchia", della quale si possono ancora ammirare, integralmente preservate, i cunicoli di adduzione e le vasche di decantazione.

Comunque, ad avvalorare la leggenda che Pilato fosse di origine abruzzese, vi è l'ipotesi che lo fa discendere dalla famiglia Vestina dei Ponzi, da cui sarebbero usciti, al tempo della guerra sociale, gli avi di Ponzio Pilato quali condottieri dell'esercito sannita. Questa vecchia tradizione popolare è anche presente in un'opera minore di Ennio Flaiano. È anche riportata da Angelo Paratico in "Gli assassini del Karma" e da Giacomo Acerbo in "Fra due plotoni di esecuzione".

La figura di Ponzio Pilato è legata a diverse tradizioni anche in provincia di Latina: l'isola di Ponza lega il suo nome a una leggenda che lo vuole esiliato qui, mentre i suoi natali sono rivendicati anche dalle antiche città di Cori e Cisterna di Latina. Notevole è anche la tradizione attestata ad Ameria oggi Amelia dove oltre ad essersi tramandata la "leggenda" del Palazzo di Pilato ed essere attestata la presenza di una villa romana in località monte Pelato (ma forse più correttamente Pilato) nel XVI secolo un'iscrizione ritrovata nei pressi della chiesa Abbazia di San Secondo desta sicuramente una certa curiosità. Si parla infatti di un certo ['Pilatus/IIII VIR/QUINQ (UENNALIS) (CIL, XI 4396)]. Tale iscrizione avvalorerebbe quanto riportato nel Vangelo Apocrifo degli Atti di Pilato dove più volte viene citata la Città di Ameria quale luogo di esilio e morte del governatore.

Circa la morte esistono diverse ipotesi: giustiziato dall'Imperatore Caligola; suicida in Gallia dopo esservi stato esiliato; penitente e convertito al Cristianesimo per influenza della moglie Claudia Procula (canonizzata dalla Chiesa greco-ortodossa); morto a Vienne o a Latina.[25]

Antoine de La Sale, scrittore e viaggiatore francese del XV secolo, riporta una leggenda raccolta durante un viaggio nell'Italia Centrale secondo cui Ponzio Pilato, riportato a Roma da Vespasiano, fu fatto uccidere e il suo cadavere trasportato, su di un carro trainato da buoi, verso le pendici del Monte Vettore, nel massiccio dei Sibillini, per essere infine gettato nel lago che oggi porta il suo nome.

Influenza nella cultura e nella letteraturaModifica

Indipendentemente dal giudizio storico o religioso sulla sua figura, il ruolo principale svolto da Pilato nella storia di Gesù Cristo ne ha fatto uno dei personaggi più citati e utilizzati nella letteratura mondiale. La presenza del suo nome all'interno del Credo cristiano (patì sotto Ponzio Pilato), recitato da tutti i fedeli che partecipano alle celebrazioni eucaristiche in tutto il mondo, rende Pilato di gran lunga il personaggio dell'antichità romana più nominato nei secoli. Inoltre Pilato è stato credibilmente identificato nella Divina Commedia di Dante Alighieri come "Colui/ che fece per viltade il gran rifiuto"[26][27][28].

Nel racconto Il procuratore della Giudea (1902) dello scrittore francese Anatole France, un Ponzio Pilato vecchio e amareggiato rievoca con un commilitone i vecchi tempi del servizio in Palestina, la litigiosità e la ingovernabilità degli Ebrei, le azioni intraprese e le critiche ricevute, i riconoscimenti e le sanzioni ad opera della burocrazia imperiale. Dell'episodio della condanna di un eversore a nome Gesù il Nazareno, pretesa e ottenuta dai maggiorenti locali, nessun ricordo.

Il breve romanzo Ponzio Pilato (1961) di Roger Caillois immagina l'arresto e il processo di Gesù Cristo dal punto di vista di Pilato, che qui è un funzionario imperiale di basso rango dal carattere debole, e un uomo sostanzialmente laico e razionale, incapace di capire ciò che gli appare come il fanatismo degli ebrei. La questione dell'arresto di Gesù gli appare inizialmente come una seccatura politica che rischia di provocare una rivolta, di rovinare le relazioni con l'élite sacerdotale ebraica e la sua reputazione presso i superiori. A Pilato viene consigliato di sacrificare Gesù come il modo più facile per uscire da questa situazione, ma egli esita perché sente che commetterebbe un'ingiustizia. Alla fine, dopo una notte di tormentose riflessioni, Pilato decide di avere la libertà di fare ciò che è giusto e libera Gesù, cambiando così tutta la successiva storia umana.

Il romanzo Il Maestro e Margherita (1966-'67) dello scrittore russo Michail Afanas'evič Bulgakov contiene un romanzo nel romanzo incentrato sull'incontro tra Pilato e Yeshua (il nome ebraico di Gesù). Nel romanzo di Bulgakov è infatti presente una riscrittura del processo a Gesù dei Vangeli. Nel finale (nel capitolo Il perdono e il rifugio eterno), Pilato guarda con occhi ciechi il disco della luna, condannato insieme al suo unico amico fedele guardiano, un cane scuro (... chi ama deve condividere la sorte dell'oggetto del suo amore),[29] a dormire da duemila anni in un luogo deserto, ma colpito dall'insonnia quando c'è la luna piena.

NoteModifica

  1. ^ Lo storico e teologo John Dominic Crossan (John Dominic Crossan, Who killed Jesus?, HarperOne, 1995, pp. 99, 116-117, ISBN 978-0-06-061480-5.), ex sacerdote cattolico e tra i cofondatori del Jesus Seminar, sottolinea come "decisamente la più significativa invenzione giovannea è il magistralmente bilanciato scenario nel quale Pilato corre avanti e indietro tra Gesù all'interno e le autorità ebraiche all'esterno durante il molto, molto più lungo [rispetto ai Sinottici] processo Romano" e "l'intera passione giovannea manca di verosimiglianza storica perché mostra Gesù in totale controllo durante l'arresto, il processo, la crocifissione e anche la sepoltura. Egli sta giudicando Pilato, non Pilato lui"; analogo il parere del teologo e sacerdote cattolico Raymond Brown (Raymond E. Brown, The Death of the Messiah Vol. 1, Anchor Yale Bible, 2010, pp. 758-759, 860-861, ISBN 978-0-300-14009-5.): "dentro Gesù è sereno in modo sovrano riflettendo la sua convinzione [...] egli non tratta Pilato come un uguale, ancor meno come un superiore, piuttosto Gesù pronuncia degli oracoli che lasciano Pilato attonito [...] non ci può essere dubbio che questo è deliberatamente un tocco artistico, espandendo e riarrangiando che cosa arriva dalla tradizione", in quanto è usanza di "Giovanni aggiungere dialoghi, come Matteo aggiungere azioni, riflettenti le controversie teologiche tra cristiani e leaders Ebrei della sinagoga del tardo primo secolo".
  2. ^ Benché "secondo Marco, invece, avevano già mangiato la Pasqua la sera precedente!", come nota il biblista Bart Ehrman (Bart Ehrman, Il Nuovo Testamento, Carocci Editore, 2015, p. 89, ISBN 978-88-430-7821-9; Bart Ehrman, Prima dei vangeli, Carocci Editore, 2017, pp. 130-136, ISBN 978-88-430-8869-0. Cfr anche: John Dominic Crossan, Who killed Jesus?, HarperOne, 1995, pp. 148, 174-178, ISBN 978-0-06-061480-5.).
  3. ^ Il teologo e sacerdote cattolico Raymond Brown (Raymond E. Brown, The Death of the Messiah Vol. 1, Anchor Yale Bible, 2010, pp. 815-820, ISBN 978-0-300-14009-5.) ne rileva l'inverosimiglianza storica e l'assoluta mancanza di fonti: oltre alla mancanza di citazioni in Filone, anche "Flavio Giuseppe dà una lunga lista di concessioni romane sia imperiali che locali ai Giudei, iniziando con quelle di Giulio Cesare, ma nessuna di queste concessioni menziona il rilascio di un prigioniero a una festa [e] la letteratura talmudica dà quasi una descrizione ora per ora della Pasqua e non menziona mai questa usanza", aggiungendo inoltre come sia dubbio che "i governatori Romani potrebbero aver mai compromesso sé stessi con un'usanza che avrebbe richiesto loro di rilasciare un assassino al centro di una recente rivolta in una provincia tesa ed instabile", "l'esistenza di varie amnistie e perdoni nelle diverse culture potrebbe aver reso l'idea di una regolare usanza di rilascio festiva plausibile per i narratori e chi ascoltava, che non avevano un'esatta conoscenza della Giudea dell'anno 30". Anche gli studiosi del cattolico "Nuovo Grande Commentario Biblico" rilevano come "non esistono testimonianze extrabibliche dell'usanza annuale di rilasciare un prigioniero in occasione della Pasqua. Forse un'amnistia occasionale è stata trasformata in una usanza, dagli evangelisti o dalle loro fonti" (Raymond E. Brown, Joseph A. Fitzmyer, Roland E. Murphy, Nuovo Grande Commentario Biblico, Queriniana, 2002, p. 818, ISBN 88-399-0054-3.), mentre quelli dell'interconfessionale Bibbia TOB osservano come di tale usanza "non se ne ha conferma altrove" (Bibbia TOB, Nuovo Testamento Vol.3, Elle Di Ci Leumann, 1976, p. 120.) e il teologo Rudolf Bultmann afferma: "L'episodio di Barabba è ovviamente un'espansione leggendaria. Non c'è alcuna evidenza nella legge ebraica o Romana dell'usanza della quale riferisce Marco [la liberazione di un prigioniero a Pasqua]. L'usanza alla festa Romana della Lectisternia, alla quale Hugo Grotius si riferisce come analogia, non è rilevante, principalmente perché questa era concernente a un perdono di massa" (Rudolf Bultmann, History of the Synoptic Tradition, Hendrickson Publisher, 1963, p. 272, ISBN 1-56563-041-6.). Anche il teologo John Dominic Crossan (John Dominic Crossan, Gesù una biografia rivoluzionaria, Ponte alle Grazie, 1994, pp. 174-178, ISBN 88-7928-270-0.), ex sacerdote cattolico e tra i cofondatori del Jesus Seminar, rileva come questo "non sia assolutamente un racconto storico, e che sia più plausibilmente un'invenzione di Marco" e "il suo ritratto di un Ponzio Pilato mitemente acquiescente dinanzi alla folla urlante è esattamente l'opposto dell'immagine che ci siamo fatti di lui attraverso la descrizione di Giuseppe Flavio: la specialità di Pilato era il controllo brutale della folla. [Inoltre] qualcosa come la consuetudine di concedere in occasione della Pasqua un'amnistia generalizzata - liberazione di qualsiasi prigioniero venisse richiesta per acclamazione dalla folla - è contraria ad ogni saggezza amministrativa" e "Filone, per esempio, che scrive circa un decennio dopo, descrisse ciò che i governatori decenti facevano per crocifiggere i criminali nelle occasioni festive. Essi potevano posporre la data dell'esecuzione in attesa della fine della festa, o potevano concedere alla famiglia del condannato la sepoltura, ma Filone non dice assolutamente nulla circa possibili abrogazioni della pena su richiesta".
  4. ^ Il teologo Raymond Brown (Raymond E. Brown, The Death of the Messiah Vol. 1, Anchor Yale Bible, 2010, pp. 815-820, ISBN 978-0-300-14009-5.) evidenzia, infatti, che "i vangeli differiscono in merito alle origini della usanza del perdono, questo riguardava il governatore Romano secondo Marco/Matteo e gli Ebrei secondo Giovanni".
  5. ^ Lo stesso nome "Barabba" (bar 'abbā') significa in aramaico, lingua parlata nella Palestina del I secolo, "figlio del padre" e, in alcuni manoscritti del Vangelo secondo Matteo, viene chiamato «Gesù Barabba», quasi a voler sottolineare la colpa dei Giudei, spesso rimarcata dagli evangelisti, nella scelta sbagliata del "Gesù figlio del padre" (cfr: Raymond E. Brown, Joseph A. Fitzmyer, Roland E. Murphy, Nuovo Grande Commentario Biblico, Queriniana, 2002, pp. 818, 876, 937, ISBN 88-399-0054-3; Bart Ehrman, Prima dei vangeli, Carocci Editore, 2017, pp. 146-147, ISBN 978-88-430-8869-0; Bibbia TOB, Nuovo Testamento Vol.3, Elle Di Ci Leumann, 1976, p. 121.). Il teologo cattolico Raymond Brown ritiene che, presupponendone una qualche storicità, "il substrato storico dell'episodio di Barabba può essere stato relativamente semplice. Un uomo di nome Barabba fu arrestato dopo una sommossa che aveva causato alcuni morti in Gerusalemme. Alla fine egli fu rilasciato da Pilato quando una festa portò il governatore a Gerusalemme per supervisionare l'ordine pubblico. Presumibilmente questo accadde nello stesso periodo in cui Gesù fu crocifisso, oppure non lontano da esso, oppure in un'altra Pasqua. In qualunque caso, questo rilascio colpì i cristiani, vista l'ironia che si trattava dello stesso problema legale, sedizione contro l'autorità dell'Impero. [...] La tendenza dei narratori di contrapporre il rilascio di Barabba e la crocifissione di Gesù mettendoli insieme allo stesso momento di fronte alla giustizia di Pilato sarebbe stata accresciuta se entrambi avessero avuto lo stesso nome personale, Gesù"; "il reale peso della narrazione di Barabba è su un altro livello, cioè la verità che gli Evangelisti volevano trasmettere riguardo alla morte di Gesù. Per loro la condanna dell'innocente Gesù aveva un lato negativo, la scelta del male. La storia di Barabba, se pur con una base fattuale, fu drammatizzata per trasmettere questa verità" (Raymond E. Brown, The Death of the Messiah Vol. 1, Anchor Yale Bible, 2010, pp. 815-820, ISBN 978-0-300-14009-5.). Anche il teologo cristiano John Dominic Crossan sottolinea che "Marco scriveva poco dopo la fine della terribile prima guerra giudaico-romana del 70 dopo Cristo quando Gerusalemme e il suo tempio erano stati totalmente distrutti. [...] Quella, dice Marco, era stata la scelta di Gerusalemme, essa aveva scelto Barabba invece che Gesù, un ribelle armato invece di un Salvatore privo di armi. La storia di Barabba era, in altre parole, una drammatizzazione simbolica del destino di Gerusalemme, come lui lo aveva visto" (John Dominic Crossan, Gesù una biografia rivoluzionaria, Ponte alle Grazie, 1994, p. 177, ISBN 88-7928-270-0.). Gli esegeti del cattolico "Nuovo Grande Commentario Biblico" osservano, inoltre, che "c'è quindi un contrasto tra Gesù Barabba e Gesù Cristo [...] È chiara l'ironia della scena. Di più: gridano perché venga rilasciato uno chiamato Barabba, «figlio del padre» e respingono colui che è veramente figlio del Padre" (Raymond E. Brown, Joseph A. Fitzmyer, Roland E. Murphy, Nuovo Grande Commentario Biblico, Queriniana, 2002, pp. 876, 937, ISBN 88-399-0054-3.).
  6. ^ Il teologo e sacerdote cattolico Raymond Brown precisa che sono "popolari quasi folkloristici temi per insegnare la lezione teologica che la giustizia di Dio non è derisa ma interessa ogni parte coinvolta nello spargimento del sangue del figlio di Dio" e sono "una composizione di Matteo sulla base di una tradizione popolare riflettente sul tema del sangue innocente di Gesù e della responsabilità da esso creato. È della stessa derivazione e formazione degli episodi di Giuda e della moglie di Pilato. (Infatti io sospetto che la tradizione dietro alla storia dei Magi arrivi dagli stessi circoli giudaico cristiani)" (Raymond E. Brown, The Death of the Messiah Vol. 1, Anchor Yale Bible, 2010, pp. 755, 831-836, ISBN 978-0-300-14009-5. Cfr anche: Rudolf Bultmann, History of the Synoptic Tradition, Hendrickson Publisher, 1963, p. 272, ISBN 1-56563-041-6; Raymond E. Brown, Joseph A. Fitzmyer, Roland E. Murphy, Nuovo Grande Commentario Biblico, Queriniana, 2002, p. 876, ISBN 88-399-0054-3; Aldo Schiavone, Ponzio Pilato. Un enigma tra storia e memoria, Einaudi, 2016, ISBN 978-88-062-2836-1; Adriana Destro e Mauro Pesce, La morte di Gesù, Rizzoli, 2014, pp. 125-126, 290, ISBN 978-88-17-07429-2.).
  7. ^ Così il Biblista Mauro Pesce. Analogo parere del teologo Raymond Brown e degli esegeti del cattolico "Nuovo Grande Commentario Biblico", che in merito evidenziano come "l'amaro, sgradevole carattere di questo versetto può essere solo capito come risultato della polemica contemporanea e alla luce della prospettiva storica di Matteo". (Adriana Destro e Mauro Pesce, La morte di Gesù, Rizzoli, 2014, p. 122, ISBN 978-88-17-07429-2; Raymond E. Brown, The Death of the Messiah Vol. 1, Anchor Yale Bible, 2010, p. 833, ISBN 978-0-300-14009-5; Raymond E. Brown, Joseph A. Fitzmyer, Roland E. Murphy, Nuovo Grande Commentario Biblico, Queriniana, 2002, p. 876, ISBN 88-399-0054-3.).
  8. ^ Il teologo e sacerdote cattolico Raymond Brown evidenzia, infatti, che "mentre l'intero Nuovo Testamento è stato mal usato in maniera antiebraica, questo testo, con tutta la gente che urla «Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli», ha avuto un ruolo speciale. È stato trattato come se fosse una auto maledizione con la quale la gente ebraica attirò su sé stessa il sangue di Gesù per tutti i tempi successivi. [...] Questa è una di quelle frasi che sono state responsabili per oceani di sangue umano e un incessante flusso di miseria e desolazione"; aggiunge tale teologo come la stessa frase fu poi usata dai primi cristiani e dai Padri della Chiesa: "Origene andò drasticamente aldilà del giudizio di Matteo quando nel 240 dopo Cristo egli scrisse: «per questa ragione il sangue di Gesù ricade non solo su quelli che vissero al momento ma anche su tutte le generazioni di Giudei che seguirono, fino alla fine dei tempi». Sfortunatamente egli fu seguito nella sua valutazione da alcuni dei più grandi nomi della Cristianità". (Raymond E. Brown, The Death of the Messiah Vol. 1, Anchor Yale Bible, 2010, pp. 831-832, ISBN 978-0-300-14009-5.).
  9. ^ Gli esegeti del cattolico "Nuovo Grande Commentario Biblico" (Raymond E. Brown, Joseph A. Fitzmyer, Roland E. Murphy, Nuovo Grande Commentario Biblico, Queriniana, 2002, p. 876, ISBN 88-399-0054-3.) ritengono che "questo gesto durante un processo non è romano, è bensì una prassi dell'AT: Dt21,6-9; Sal26,6;73,13"; analoghe le conclusioni del teologo cristiano Rudolf Bultmann e dello storico Aldo Schiavone che osserva come "non si può credere a una sola parola di questo racconto", precisando anche come tale gesto doveva comunque essere compiuto dopo e non prima dell'uccisione della vittima (Rudolf Bultmann, History of the Synoptic Tradition, Hendrickson Publisher, 1963, p. 272, ISBN 1-56563-041-6; Aldo Schiavone, Ponzio Pilato. Un enigma tra storia e memoria, Einaudi, 2016, ISBN 978-88-062-2836-1.). Raymond Brown (Raymond E. Brown, The Death of the Messiah Vol. 1, Anchor Yale Bible, 2010, p. 836, ISBN 978-0-300-14009-5.) sottolinea, inoltre, che in merito al "tentativo di Pilato di evitare la responsabilità di emettere una sentenza su un uomo innocente, il rituale di lavarsi le mani di Deuteronomio 21 era efficace solo se gli anziani che lo facevano non avevano parte nell'omicidio, sia commettendolo, sia conoscendo chi l'aveva commesso. La responsabilità di Pilato può non essere la principale responsabilità, ma egli non poté lavarla via più di quanto Lady Macbeth poté lavare via la «macchia maledetta». (Nella tragedia di William Shakespeare, la «macchia maledetta» è quella che Lady Macbeth, sonnambula, quando inizia a sentire il peso del sangue e dei lutti che ha causato, cerca ossessivamente di lavar via dalle proprie mani).
  10. ^ Secondo, infatti, autorevoli studiosi cristiani, le versioni degli evangelisti furono: [in Luca] "anche se Pilato menziona la fustigatio, un castigo non troppo grave, Luca non dice mai che Gesù venne percosso o flagellato. Egli va verso la croce in pieno dominio della situazione" (Raymond E. Brown, Joseph A. Fitzmyer, Roland E. Murphy, Nuovo Grande Commentario Biblico, Queriniana, 2002, p. 937, ISBN 88-399-0054-3.) e "nonostante l'omissione di Luca del castigo inferto a Gesù, forse per sua preferenza di non far sottostare Gesù a una tale violenza fisica, la tradizione conteneva riferimento a una flagellazione di Gesù che Marco/Matteo e Giovanni usarono in modi differenti" (Raymond Brown, The Death of the Messiah Vol. 1, Anchor Yale Bible, 2010, pp. 851-853, ISBN 978-0-300-14009-5.), inoltre in Luca "questa pena non è legata alla sentenza capitale, a differenza di Mt27,26 e Mc15,15 (che impiegano il termine tecnico flagellare)" (Bibbia TOB, Nuovo Testamento Vol.3, Elle Di Ci Leumann, 1976, p. 280.); [in Giovanni]: "nell'arrangiamento altamente teologico del processo Romano in 7 episodi di Giovanni la flagellazione è parte di un episodio in metà [e] la sequenza in Giovanni19,1-5 implica che la flagellazione fu fatta dentro il pretorio, la sequenza in Marco15,15-16; Matteo27,26-27 implica che la flagellazione fu fatta fuori dal pretorio" (Raymond E. Brown, The Death of the Messiah Vol. 1, Anchor Yale Bible, 2010, pp. 852-853, ISBN 978-0-300-14009-5.) e teologicamente Giovanni "considera senza dubbio gli eventi in un altro modo e suggerisce che si veda in Gesù l'uomo vero che, con questa stessa umiliazione, inaugura la regalità messianica" (Bibbia TOB, Nuovo Testamento Vol.3, Elle Di Ci Leumann, 1976, p. 351.); infine, "solo Marco/Matteo menzionano che Gesù fu flagellato alla fine del suo processo" e "Marco/Matteo hanno il più plausibile momento per la flagellazione, ovvero alla fine del processo Romano e dopo che Gesù è stato sentenziato, così che la flagellazione è parte della pena per la crocifissione" (Raymond E. Brown, The Death of the Messiah Vol. 1, Anchor Yale Bible, 2010, pp. 851, 871, ISBN 978-0-300-14009-5).

RiferimentiModifica

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  2. ^ [1]
  3. ^ a b Jean-Pierre Lémonon, "Ponce Pilate", Les Editions de l'Atelier, 2007.
  4. ^ Vedi la sezione "Storicità e attendibilità del processo" alla voce "Processo di Gesù". (Cfr, ad esempio: Raymond E. Brown, The Death of the Messiah Vol. 1, Anchor Yale Bible, 2010, p. 556, ISBN 978-0-300-14009-5; John Dominic Crossan, Who killed Jesus?, HarperOne, 1995, pp. 116-117, ISBN 978-0-06-061480-5; Rudolf Bultmann, History of the Synoptic Tradition, Hendrickson Publisher, 1963, p. 272, ISBN 1-56563-041-6; Bart Ehrman, Prima dei vangeli, Carocci Editore, 2017, pp. 131-135, ISBN 978-88-430-8869-0.).
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  7. ^ Flavio Giuseppe, Guerra Giudaica, ii.175-177.
  8. ^ Helen K. Bond, Pontius Pilate in History and Interpretation, Cambridge, Cambridge University Press, 1998, p. 7.
  9. ^ Flavio Giuseppe, Antichità giudaiche, xviii.85-89 (traduzione italiana disponibile qui Archiviato il 4 marzo 2016 in Internet Archive.).
  10. ^ Filone Alessandrino, Legatio ad Gaium, 302.
  11. ^ Eusebio, Historia Ecclesiae II: 7.
  12. ^ Agapius, Universal History, trad. di A. Vasiliev (1909), parte II, pp.1-287.
  13. ^ Vedi la sezione "Storicità e attendibilità del processo" alla voce "Processo di Gesù". (Cfr, ad esempio: Raymond E. Brown, The Death of the Messiah Vol. 1, Anchor Yale Bible, 2010, p. 556, ISBN 978-0-300-14009-5; John Dominic Crossan, Who killed Jesus?, HarperOne, 1995, pp. 116-117, ISBN 978-0-06-061480-5; Rudolf Bultmann, History of the Synoptic Tradition, Hendrickson Publisher, 1963, p. 272, ISBN 1-56563-041-6; Bart Ehrman, Prima dei vangeli, Carocci Editore, 2017, pp. 131-135, ISBN 978-88-430-8869-0.).
  14. ^ Raymond E. Brown, Joseph A. Fitzmyer, Roland E. Murphy, Nuovo Grande Commentario Biblico, Queriniana, 2002, p. 818, ISBN 88-399-0054-3.
  15. ^ John Dominic Crossan, Who killed Jesus?, HarperOne, 1995, pp. 148, 174-178, ISBN 978-0-06-061480-5.
  16. ^ Cfr, tra gli altri: Raymond E. Brown, The Death of the Messiah Vol. 1, Anchor Yale Bible, 2010, p. 753, ISBN 978-0-300-14009-5; Bart Ehrman, Prima dei vangeli, Carocci Editore, 2017, pp. 135-137, ISBN 978-88-430-8869-0; Adriana Destro e Mauro Pesce, La morte di Gesù, Rizzoli, 2014, pp. 78-79, ISBN 978-88-17-07429-2.
  17. ^ Vedi voce "Processo di Gesù" e cfr: Raymond E. Brown, The Death of the Messiah Vol. 1, Anchor Yale Bible, 2010, pp. 758-759, 860-861, ISBN 978-0-300-14009-5; John Dominic Crossan, Who killed Jesus?, HarperOne, 1995, pp. 99, 116-117, 148, ISBN 978-0-06-061480-5; Raymond E. Brown, Joseph A. Fitzmyer, Roland E. Murphy, Nuovo Grande Commentario Biblico, Queriniana, 2002, p. 818, ISBN 88-399-0054-3.
  18. ^ Mt27,3-10.
  19. ^ "E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli»" (Mt27,25).
  20. ^ Adriana Destro e Mauro Pesce, La morte di Gesù, Rizzoli, 2014, pp. 125-126, 290, ISBN 978-88-17-07429-2.
  21. ^ Mc15,15-16; Mt27,26-27; Lc23,16-26; Gv19,1-17.
  22. ^ Flavio Giuseppe, Guerra Giudaica II, 8.
  23. ^ Descrizione dell'incisione menzionante Ponzio Pilato a Cesarea Archiviato il 20 agosto 2014 in Internet Archive..
  24. ^ iscrizione di Cesarea, su pilloledistoria.it.
  25. ^ morte di Pilato, su pilloledistoria.it.
  26. ^ Giovanni Pascoli, Colui che fece il gran rifiuto, in "Il Marzocco", a. VII, n. 27, 6 luglio 1902
  27. ^ Dante Alighieri, La Divina Commedia - Inferno, a cura di Natalino Sapegno (Venezia, La Nova Italia, 1984)
  28. ^ Ottaviano Giannangeli, Fu Pilato e non Celestino V l'autore del "gran rifiuto" in Dante (Pescara, Associazione, Scuola, Cultura e Arte Rivista "Il Monitore", 1999)
  29. ^ Michail Afanas'evič Bulgakov, Il Maestro e Margherita, Rimini, Guaraldi 1995, p. 440.


BibliografiaModifica

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  • Josef Blinzler, Il processo di Gesù, Brescia, Paideia, 1966
  • Helen K. Bond, Ponzio Pilato: storia e interpretazione, edizione italiana a cura di Giulio Firpo, Brescia Paideia 2008.
  • Chaim Cohn, Processo e morte di Gesù. Un punto di vista ebraico, Torino, Einaudi, 2000
  • Giovanni Iannucci, Vidi e conobbi. Osservazioni, note, chiarimenti e dibattiti su La Divina Commedia, Bologna, A. Forni, 1963
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  • Giacomo Jori (a cura di), Ponzio Pilato. Storia di un mito, Firenze, Olschki, 2013 ISBN 978-88-222-6249-3
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Filmografia su Ponzio PilatoModifica

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