Estate di San Martino (economia)

Con la locuzione Estate di San Martino si indica quell'improvviso miglioramento economico e demografico che nel XVI secolo interessò l'Italia. Nonostante le guerre d'Italia e la scoperta di fine '400 delle nuove rotte commerciali extra-mediterranee, potenzialmente mortali per i commerci Veneziani e Genovesi, l'Italia crebbe durante il Cinquecento e mantenne il suo primato Europeo. Ma gli effetti di tale sviluppo non perdurarono nel tempo: nel Seicento, l'Italia entrò effettivamente in una profonda crisi. Il riferimento all'estate di San Martino è duplice: la metafora si riferisce non solo alla durata della ripresa e dello slancio, ma allude anche alla qualità dello sviluppo economico, al rapporto tra la favorevole congiuntura internazionale e le strutture dell'economia italiana.

Caratteristiche generaliModifica

Alla fine del Cinquecento, l'Italia (considerata come la sommatoria di tutti gli Stati, indipendenti o no, che la compongono) è arrivata a 13 milioni di abitanti. Pur essendo la penisola sostanzialmente agreste (circa l'80% delle persone vive in campagna), esistono grandi realtà urbane cresciute in maniera vertiginosa: Napoli è arrivata a quota 300.000 abitanti, Venezia a 200.000, Palermo e Roma a 100.000.

L'aumento di braccia durante il secolo diede vita alla coltivazione estensiva dell'incolto e alla valorizzazione delle terre già "colonizzate": bonifiche, migliorie e introduzione di nuove colture (come la patata) diedero slancio alla produzione agricola dei vari Stati. Nonostante i tempi difficili delle guerre d'Italia del primo Cinquecento, riprende slancio il commercio, il denaro acquisisce più valore e aumentano i prezzi dei beni e dei servizi. Quello dei cereali (che in Lombardia arrivò perfino a triplicare) non deve essere considerato un sintomo di crisi, anzi sintetizza perfettamente il mutamento avvenuti nelle leggi della domanda e dell'offerta.

Per evitare di scadere però nella generalizzazione, bisogna fare due considerazioni. Innanzitutto bisogna sottolineare che l'estate di San Martino non toccò il mondo contadino: i braccianti non migliorarono le loro condizioni economiche e umane perché rimasero sottoposti a un durissimo sfruttamento da parte del signore feudale o del grande proprietario terriero (questo è il motivo per cui molti intellettuali marxisti riducevano o annullavano gli effetti benefici di questo periodo).

Inoltre la diffusione del benessere non fu uniforme: le regioni settentrionali ebbero una crescita maggiore di quelle centrali, che a loro volta si svilupparono di più rispetto a quelle meridionali. Il disavanzo economico tra le "due Italie" aumentò quindi ancor di più.

Nell'Italia settentrionaleModifica

Le opere di risanamento furono avviate da tutte le maggiori entità politiche centro-settentrionali: la Repubblica di Venezia si impegnò per il risanamento di Mestre e della bassa valle del Piave; nella Lombardia spagnola i grandi proprietari cerealicoli eseguiron un vasto programma di irrigazione delle zone prima ostracizzate; nel granducato di Toscana Ferdinando I de' Medici diede il via a una serie di bonifiche in val di Chiana e in Maremma.

Nella produzione di beni non agricoli, l'aumentata domanda interna (dovuta al già ricordato progresso demografico) e internazionale nel settore tessile continuava a favorire le tradizionali aree produttrici italiane: per la lana Milano, Mantova, Como, Bergamo, Pavia, Brescia e Firenze; per la seta Genova, Venezia e ancora Milano e Firenze.

Notevole vivacità manifestò nel corso del XVI secolo il settore manifatturiero legato alla domanda statale: la formazione di stati nazionali accentrati richiedeva quella di un esercito professionale, che aveva bisogno delle armi dotate delle migliori tecnologie. Tale tentativo di sviluppo della macchina militare produsse un aumento del volume di manufatti per l'apparato bellico: Venezia, ad es., raddoppiò il numero delle costruzioni navali.

Ma i settori in cui gli italiani ebbero una parte da protagonisti furono il commercio e il credito. La bilancia commerciale, dovuta all'intrecciarsi di esportazione e importazione, era ovunque favorevole ai mercanti italiani che primeggiavano anche nei confronti della monarchia spagnola: basti dire che nel 1596 i grandi capitalisti genovesi misero in ginocchio Filippo II, che fu costretto a dichiarare bancarotta.

I genovesi in particolare riuscirono a creare una rete commerciale dalle proporzioni vastissime e dagli interessi diversificati e ramificati: attraverso di essi una massa enorme di denaro affluì verso l'Italia. Anche nella produzione e nei beni di lusso i liguri ottennero risultati positivi, imitati in questo dagli uomini d'affari toscani.

Nell'Italia centro-meridionaleModifica

La favorevole congiuntura ebbe un'influenza positiva anche nel Mezzogiorno, che però rispetto all'Italia centro-settentrionale trasse sicuramente meno benefici. L'immobilismo sostanziale dello Stato Pontificio e l'inabitudine dei meridionali a lavorare la lana ostacolarono e frenarono i fattori di sviluppo.

Dal punto di vista agricolo si formò una figura sociale, quella del massaro: un mediatore tra il grande proprietario feudale e il contadino. I massari dotati di raziocinio e di spirito non conservatore organizzarono la produzione delle aziende cerealicole di base, provocando un incremento notevole delle esportazioni di grano. Anche l'olio fu venduto in grandi quantità. A Napoli, in Calabria e in Sicilia aumentò e migliorò la produzione della lana, con Messina a fare la parte del leone.

La difficoltà di sfamar una popolazione in continuo aumento, la dipendenza finanziaria dalla corona spagnola (che aumentò le tasse ai suoi domini meridionali), la subordinazione alle scelte degli operatori economici stranieri e le catastrofi naturali ebbero due conseguenze negative: se da un lato impedirono che gli effetti dell'estate di S. Martino si realizzassero a pieno regime, dall'altro posero le basi per la futura, funerea, crisi del Seicento.