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Fabio Albertini, principe di Cimitile (Napoli, 9 febbraio 1775Napoli, 5 marzo 1848), è stato un diplomatico e patriota italiano del Regno delle due Sicilie.

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BiografiaModifica

Figlio di Gaetano Albertini, principe di Cimitile, principe di Sanseverino, marchese di San Marzano, patrizio napoletano e di Serafina Carmignani dei marchesi di Acquaviva; nipote del diplomatico Giambattista Albertini. All'età di 18 anni sposò Marianna Guevara, figlia del duca di Bovino e di Anna Cattaneo di San Nicandro, figlia dell'aio di Ferdinando I di Borbone[1].

Prese parte alla Repubblica Napoletana del 1799 - fu membro della prima compagnia della Guardia Nazionale[2] - e riuscì a scampare alla repressione Sanfedista trovando riparo nel monastero della Sapienza[1].

Prese successivamente parte alle attività del Governo di Gioacchino Murat.e per numerosi anni soggiorno' a Parigi. Il 15 novembre 1809[3] e' a Fontainebleau in rappresentaza del Regno delle due Sicilie alla celebrazioni di Napoleone per il trattato di Schönbrunn.

Partecipo' al Congresso di Vienna nel 1815.

Durante i moti del 1820 -21 venne nominato ambasciatore plenipotenziario prezzo lo Zar Alessandro II al fine di perorare la causa del nuovo governo costituzionale. Sulla strada verso San Pietroburgo si fermò a Vienna dove, grazie a personali rapporti di amicizia ottenne, non ricoprendo alcuna carica ufficiale presso tale Corte, alcuni incontri con il Principe di Metternich. Diceva l'Albertini al Principe di Metternich “La rivoluzione Napoletana, benche' provocata dai Carbonari, deesi tuttavia considerare come opera della nazione. Sara' permesso di biasimare la forma con cui questa rivoluzione si è manifestata; ma sarebbe impossibile annullarla o farla retrocedere!". E ancora, in una lettera inviata al Governo di Napoli il 30 agosto 1820[4]: "Napoli e' riguardata dalle potenze straniere come appestato politico, per cui si deve tirare una barriera di ferro tra Napoli e il resto d'Europa. Quando vi e' la peste in una citta' la si rinchiude e vi si lasciano morire sani e infetti" l principe austriaco negò qualsiasi apertura nei confronti della Costituzione napoletana.

In seguito al diniego dell'Imperatore di ricevere l'ambasciatore napoletano l'Albertini fu nominato (ottobre 1820) ministro plenipotenziario presso Giorgio IV d'Inghilterra.

Nel viaggio verso la capitale inglese si fermo' a Torino, dove ebbe incontri con il ministro russo Conte Mocenigo e a Parigi, dove ebbe colloqui con il primo ministro Duca di Richelieu. Tento' in questo modo di ottenere l'appoggio francese promettendo anche una mediazione tra la nuova costituzione di Napoli e la Charte.

Arrivato a Londra ebbe colloqui con il Ministro degli esteri Castlereagh, filoaustriaco che si trincero' dietro cavilli di diritto internazionale per non riconoscere il ruolo di ministro plenipotenziario all'Albertini. Di fronte alla forte indignazione parlamentare dei maggiori esponenti Whig il Ministro degli esteri inglese fu costretto ad assicurare che l'Albertini era stato trattato con tutti i riguardi, "in his private capacity which his high rank no less than the respectability of his personal character so justly demanded".

Sulla via per Lubiana, ricevuti ordini contraddittori da parte di Ferdinando I, decise di fermarsi a Parigi e di tornare successivamente a Londra.

Alla sconfitta del Governo Costituzionale ricevette una lettera dal Re con il divieto di ritornare in patria; scrisse una lettera di risposta nella quale confermava che non sarebbe “ritornato a Napoli men che onorevolmente”[5][6][7][8].

Rimase in esilio a Londra fino al 1838, dove frequentò intellettuali e esuli italiani. Fu intimo amico di Ugo Foscolo e alla morte del poeta contribui' a finanziare il suo sepolcro nel cimitero di Chiswick[1]. Fondò, insieme a Guglielmo Pepe, al principe Spinelli di Cariati, al Conte Porro Lambertenghi ed altri, il comitato segreto "I fratelli Costituzionalisti d'Europa”. Nel lungo esilio visse per alcuni periodi anche a Parigi, sempre portando avanti idee per un governo costituzionale.

Del 1836 è il suo ritratto di F. X. Winterhalter[9].

Così lo ricorda Scipione Volpicella nella sua memoria:

«Ho conosciuto nella vita nuova un vecchio venerando e magnifico, il quale aveva nome Fabio Albertini Principe di Cimitile. Le volte, ch'io mi faceva a rendergli ossequio, il trovava col corpo accasciato dentro il suo seggiolone in una ampia stanza cinta, siccome altre contigue, d'adorni scaffali, in cui stavano scelti esemplari di stampe rarissime, e manoscritti e codici rarissimi, molti dei quali apparivano riccamente e bellamente legati. Questi, che fu dei pochi risplendevoli avanzi dell'ordine aristocratico napoletano, ed ebbe a rappresentare molto onoratamente al 1820 la monarchia costituzionale della sua patria, si piacque, secondo che l'indole nobile e la squisita cultura il movevano, di comprare e di mettere insieme, ove l'opportunità gli si porse, quanto valse a formare la sua mirabile libreria.[10]»

Pochi mesi dopo la sua morte il figlio primogenito, Giovambattista Albertini, venne nominato (28 maggio 1848) Pari del Regno nel Parlamento Napoletano[11].

OnorificenzeModifica

Nel 1814 fu nominato Ciambellano di S.M. Gioacchino Murat ricevendo attestati “in considerazione delle prove di fedeltà, che Ella ha dato in difficili circostanze dello Stato".

NoteModifica

  1. ^ a b c Fonti: Archivio Albertini di Cimitile
  2. ^ Fonti: Proclami e sanzioni della repubblica Napoletana, ristampati, ed. per cura di C. Colletta 1863
  3. ^ Nouvelles littéraires et politiques: 1809,111-293.
  4. ^ fonte: articolo apparso sul Corriere della Sera il 3 maggio 1924
  5. ^ Fonti: F. De Angelis, Storia del Regno di Napoli sotto la dinastia Borbonica, di
  6. ^ Fonti: Treccani, dizionario Biografico degli Italiani
  7. ^ Fonti: "Storia documentata della diplomazia europea in Italia dall'anno 1814 all'anno 1861"
  8. ^ Fonti: P. Colletta, Storia del Reame di Napoli
  9. ^ Fonti: Catalogo Franz Xaver Winterhalter: Works 1836-1840
  10. ^ Scipione Volpicella, Giovanbattista del Tufo illustratore di Napoli del secolo XVI.
  11. ^ Fonti: Atti dall’archivio del Parlamento Napoletano 1848 1849

Collegamenti esterniModifica