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Gian Vincenzo Gravina

letterato e giurista italiano

BiografiaModifica

 
Scritti critici e teorici, 1973

Discendente da una rispettata famiglia, ricevette la sua formazione dal cugino Gregorio Caloprese, il quale era conosciuto come poeta e filosofo, dopo la quale Gravina fu a Napoli dove studiò diritto canonico a lungo. Nel 1689 si recò a Roma, dove, ispirandosi al programma di rinnovamento poetico avviato da Cristina di Svezia, fu cofondatore e ideologo dell'Accademia dell'Arcadia, fondata nel 1690 con l'intento di riformare la poesia mettendo al bando il Barocco e l'eccesso poetico nel nome di più razionali modelli classici. In questa accademia si svilupparono ben presto due diverse tendenze: quella dello stesso Gravina, basata sui modelli di Dante e Omero e sostenitrice della funzione civile della letteratura, e quella più moderata e disimpegnata di Crescimbeni, che si rifaceva più che a Petrarca al petrarchismo cinquecentesco. Le tensioni tra le due fazioni e le rivalità interne all'assemblea degli Arcadi portarono allo "scisma d'Arcadia" del 1711, in seguito al quale i 'graviniani' fondarono nel 1714 l'Accademia dei Quiriti, erede dei principi fondativi dell'estetica graviniana: la verosimiglianza a garanzia della funzione educatrice o civilizzante della letteratura. Tra gli allievi di Gravina, anche il poeta e librettista Pietro Metastasio, al quale fornì un'ottima formazione letteraria. Questi divenne anch'esso un eccellente membro dell'Accademia dell'Arcadia.

Il contributo alla storia del dirittoModifica

Le sue Originum iuris civilis libri tres (Napoli 1701, per il primo libro De ortu et progressu iuris civilis; Lipsia 1708, per i due seguenti; Napoli 1713, edizione definitiva) ebbero un'influenza maggiore sul pensiero politico del Settecento e furono lette da Montesquieu.

Il contributo alla storia letterariaModifica

Giunto a Roma, Gravina partecipò alle riunioni dell'Arcadia recitando alcune Egloghe[1], e affiancò e sostenne l'operato del poeta Alessandro Guidi, il cui Endimione (1692)[2] uscì con un Discorso sopra l'Endimione in cui sono ravvisabili i princìpi estetici del successivo storico della letteratura: dalla funzione mediatrice del poeta tra i concetti astratti e gli indotti, alla poesia come forma regolatrice del vivere sociale, all'opzione per una poesia filosofica o sapiente. Tali assunti guidano Gravina nella ricostruzione del patrimonio letterario classico, affidata al Delle antiche favole (1696)[3], poi inglobato in Della Ragion Poetica (1708), nel quale indaga le origini e il senso della poesia antica e moderna. Molti di questi assunti si ritrovano nelle cinque tragedie: Palamede, Andromeda, Appio Claudio, Papiniano e Servio Tullio (1712), i cui temi ricorrenti sono la tirannide e la spirale di violenza distruttiva che da questa inevitabilmente si genera nello scontro tra il sapiente e il tiranno. A sostegno della sua prassi teatrale scrisse nel 1715 il trattato Della tragedia.

NoteModifica

  1. ^ Amedeo Quondam, Filosofia della luce e luminosi nelle egloghe del Gravina : documenti per un capitolo della cultura filosofica di fine Seicento, Napoli, Guida, 1970.
  2. ^ Guidi, Alessandro, 1650-1712., Endimione, Edizioni dell'Orso, 2011, ISBN 9788862743457, OCLC 812362159. URL consultato il 17 settembre 2018.
  3. ^ Gravina, Gianvincenzo, 1664-1718,, Delle antiche favole : in appendice Discorso sopra l'Endimione di Alessandro Guidi, ISBN 9788884556738, OCLC 820785600. URL consultato il 17 settembre 2018.

BibliografiaModifica

  • Gian Vincenzo Gravina, Scritti critici e teorici, Scrittori d'Italia 255, Roma-Bari, Laterza, 1973. URL consultato il 29 giugno 2015.
  • Gianvincenzo Gravina, Della Ragion poetica, a cura e con un saggio introduttivo di R. Gaetano, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2005.

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