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José Piñera Echenique
José Pinera.jpg

Ministro del Lavoro e della Previdenza sociale del Cile
Durata mandato 26 dicembre 1978 –
29 dicembre 1980
Presidente Augusto Pinochet
Predecessore Vasco Costa Ramírez
Successore Miguel Kast Rist

Ministro delle Miniere
Durata mandato 29 dicembre 1980 –
4 dicembre 1981
Predecessore Carlos Quiñones López
Successore Hernán Felipe Errázuriz

Dati generali
Partito politico indipendente
Tendenza politica Liberismo
Titolo di studio Laurea in Economia
Università Universidad Católica de Chile, Università di Harvard
Professione economista

José Piñera Echenique (Santiago del Cile, 6 ottobre 1948) è un economista e politico cileno, esponente del pensiero economico liberista.

Indice

BiografiaModifica

Laureato alla Universidad Católica de Chile, nel 1974 conseguirà poi il PhD in economia presso l'Università Harvard.

Ministro del Lavoro e della Sicurezza SocialeModifica

Entrato nel 1978 nel governo de Augusto Pinochet, rivestirà prima il ruolo di Ministro del Lavoro e della Sicurezza Sociale (1978-1980), poi quello di Ministro delle Miniere (1980-1981). Assunse i "Chicago boys", gruppo di giovani economisti cileni formati, negli anni settanta, presso l'università di Chicago sotto l'egida di Milton Friedman e Arnold Harberger. In quegli anni, Piñera implementò tre riforme: la privatizzazione del sistema pensionistico, la creazione di un nuovo codice del lavoro pro-occupazione, e la legge costituzionale che apriva il settore minerario all'iniziativa privata.

Dissensi con la giunta militareModifica

Piñera cominciò poi a distaccarsi dal regime: nell'aprile del 1981 venne reso noto che, in una riunione del gabinetto dei ministri, affrontò il generale Pinochet per evitare che un importante leader sindacale, Manuel Bustos, venisse esiliato. Come risultato, l'ordine di esilio fu revocato.[1] In disaccordo con la giunta militare, nel 1981 rassegnò le dimissioni, avviando così una campagna indirizzata alla transizione del Cile verso una democrazia. Egli sostiene che le sue politiche favorirono il cosiddetto "miracolo economico del Cile". Piñera si schierò contro Pinochet al referendum del 1988, che costrinse il generale a ritirarsi e indire libere elezioni nel 1989.

Dopo il ritorno alla democraziaModifica

Nel 1990, dopo l'avvenuta transizione del paese alla democrazia, Piñera fondò Proyecto Chile 2010 con l'obiettivo di trasformare il Cile in un paese sviluppato entro quella data (il bicentenario dell'indipendenza).

Nel 1992, con l'obiettivo di dimostrare che anche i poveri potessero comprendere i benefici di un'economia liberista, si candidò come consigliere comunale a Conchalí, dove vinse. Alle presidenziali del 1993 si candidò come indipendente, arrivando terzo tra i sei contendenti.

Nel 1994 ha fondato il The International Center for Pension Reform per promuovere in tutto il mondo il sistema pensionistico cileno. Nello stesso anno divenne co-presidente del Cato Institute's Project on Social Security Choice.

Il fratello minore Sebastián Piñera, del partito liberal-conservatore Rinnovamento Nazionale, alle presidenziali del 2009, è stato eletto Presidente della Repubblica con una coalizione di centro-destra, venendo rieletto alle presidenziali del 2017.

Polemiche sulla partecipazione ai governi di PinochetModifica

Nel giugno 2010 è coinvolto in una polemica sul giudizio storico su Pinochet e Allende: pur riconoscendo la repressione della dittatura, aggiunse che il golpe fu necessario perché Allende, dopo l'elezione, si era posto fuori dalla legalità devastando la democrazia e l'economia cilena[2], con l'intenzione di instaurare il "socialismo reale castrista", pur essendo stato sfiduciato dal Parlamento (il Congresso del Cile), che invocò spesso, in effetti, un intervento legalitario dei militari (che invece instaurarono un regime). Piñera azzardò anche un contestato paragone con la salita al potere di Adolf Hitler in Germania, avvenuta anch'essa con metodi formalmente democratici.[3] Egli ha considerato il golpe come un male minore, e ha sostenuto che i militari eseguirono un ordine legittimo del Parlamento (che poi però sciolsero), che votò a favore della destituzione di Allende 18 giorni prima dell'11 settembre 1973.[4]

Molte volte, a causa della sua collaborazione alla politica economica del regime, è stato duramente contestato e insultato, arrivando fino quasi alle minacce di violenza fisica[5], da movimenti della sinistra comunista.[6] Tuttavia occorre ricordare la sua disapprovazione alle torture e alle violazioni di diritti umani nel Cile di Pinochet, di cui almeno in parte doveva essere a conoscenza (viste anche le sue dimissioni)[7], cosa che però non gli impedì di far parte del governo dittatoriale.[2]

Egli sottolinea spesso che, a suo dire, la colpa fu della sinistra come della destra, per il clima da guerra civile creato da formazioni militari e paramilitari, come il MIR, che Allende legittimò offrendo al suo leader un posto di governo (da questi rifiutato), nonostante l'uso del terrorismo da parte della formazione di estrema sinistra. Sull'uso della tortura ha scritto invece che

«è un atto abominevole. Non c'è assolutamente alcuna giustificazione per comportarsi in maniera crudele e vile contro la dignità sacra degli esseri umani. Ogni torturatore viola non solo il corpo, l'anima e la mente del suo simile, ma anche la legge ed i codici etici della civiltà occidentale".[8]»

Piñera ha prodotto inoltre un dossier, intitolato Nunca más ("mai più") o Never again. How Allende destroyed democracy in Chile ("Mai più. Come Allende ha distrutto la democrazia in Cile"), il cui titolo spagnolo si ispira al rapporto omonimo sulla guerra sporca argentina, in cui espone il proprio punto di vista e afferma che non dovrà più avvenire che la violenza politica contamini la vita del Cile, e che ogni tentativo di rivoluzione o reazione contro la democrazia liberale, dovrà essere fermato sul nascere, al fine di evitare guerriglia e terrorismo (compreso quello di stato, come avvenuto nella dittatura militare).[4]

PremiModifica

NoteModifica

Voci correlateModifica

Altri progettiModifica

Collegamenti esterniModifica

Controllo di autoritàVIAF (EN85315886 · ISNI (EN0000 0000 8005 5669 · LCCN (ENn82041175 · GND (DE120221721 · WorldCat Identities (ENn82-041175