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Lucio Albinio (storia romana)

Lucio Albinio (in latino Lucius Albinius; ... – ...) è stato un cittadino romano vissuto nella Roma repubblicana, appartenente alla classe dei plebei.

BiografiaModifica

La figura di Lucio Albinio è legata al sacco di Roma, messo in atto dai Galli Senoni condotti da Brenno, una delle pagine più difficili della storia romana, tanto che il 18 luglio, giorno della battaglia persa dai romani presso il fiume Allia, in seguito fu dichiarato giorno "nefasto" del calendario romano[1].

A Roma, dove era giunta notizia della disfatta, regnava il caos, con i Senatori intenti ad organizzare l'estrema resistenza sul Campidoglio, e i cittadini romani, in preda alla paura e al terrore, che cercavano scampo fuggendo fuori Roma, sul Gianicolo.

«Un'altra massa di persone - composta per lo più da plebei -, non potendo trovare posto nell'area tanto ridotta del colle e non potendo essere sfamata in quel regime di così grave penuria alimentare, sciamò disordinatamente fuori dalla città e, dopo aver formato una sorta di linea continua, si incamminò verso il Gianicolo.»

(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, V, 40)

E in quel frangente i romani si dimostrarono attaccati ai loro Dei e alle loro tradizioni, con il Flamine di Quirino e le Vestali, che cercavano di mettere in salvo quanti più oggetti sacri possibile.

«Alla fine decisero che la soluzione migliore fosse quella di metterli dentro a piccole botti da sotterrare poi nel santuario accanto all'abitazione del flamine di Quirino, là dove oggi è considerato sacrilegio sputare. Il resto degli oggetti, dividendosene il carico, li portarono via per la strada che conduce dal ponte Sublicio al Gianicolo.»

(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, V, 40)

In quel frangente si inserisce la figura leggenderia di Lucio Albinio, che seppure in fuga con la propria famiglia, seppure plebeo, mantenne ferma la tradizionale religiosità romana, facendo scendere i propri familiari dal carro, per far posto alle Vestali, e portandoli in salvo fino a Cere.

«E siccome quell'individuo - osservando la distinzione tra le cose divine e umane anche nel pieno della tragica situazione -, riteneva fosse un sacrilegio che le sacerdotesse di Stato andassero a piedi portando i sacri arredi del popolo romano mentre lui e i suoi se ne stavano sul carro sotto gli occhi di tutti, ordinò a moglie e figli di scendere e dopo aver fatto salire le vergini con gli oggetti sacri»

(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, V, 40)

NoteModifica

  1. ^ «Dies Alliensis ab Allia fluvio dictus: nam ibi exercitu nostro fugato Galli obsederunt Romam.» M. Terenti Varronis De Lingua Latina, Liber VI, 4

Collegamenti esterniModifica