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Foto di Bellicini pubblicata su L'unità dopo l'evasione dal carcere di Lecce

Maffeo Bellicini, detto Lino (Bienno, 1938), è un criminale italiano naturalizzato francese, fondatore dell'organizzazione malavitosa romana denominata Clan dei marsigliesi, attiva in Italia nel corso degli anni settanta.

Indice

BiografiaModifica

L'arrivo a RomaModifica

Bresciano d'origine, Bellicini visse la sua adolescenza in Francia facendo apprendistato criminale nel clan di Jean Claude Vella, dedicandosi soprattutto allo spaccio di droga e allo sfruttamento della prostituzione. Quando la sua banda entrò in conflitto per il controllo del territorio con i fratelli Zemmour, Bellicini decise di trasferirsi in Svizzera dove realizzò una serie di colpi milionari.

Arrestato in Portogallo per una rapina, riuscì poi ad evadere e a trasferirsi a Roma[1],dove ben presto strinse amicizia con altri due marsigliesi: Albert Bergamelli e Jacques Berenguer.

Il Clan dei marsigliesiModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Clan dei marsigliesi.

I tre misero in piedi un gruppo criminale conosciuto come la banda delle tre B e, più tardi, come il Clan dei marsigliesi.[2], specializzati inizialmente in rapine a mano armata e nel traffico di stupefacenti.

Fra il 1975 e il 1976, attraverso una serie di sequestri di persona (ai danni di imprenditori come Ortolani, Bulgari, Danesi e altri) che fruttarono un bottino di all'incirca 4 miliardi totali, la banda fece il suo definitivo salto di qualità elevando la sua reputazione negli ambienti della criminalità organizzata romana.[3]

Il 22 febbraio del 1975, si resero responsabile di una rapina all'interno dell'ufficio postale di Piazza dei Caprettari a Roma risoltosi con un magro bottino e con l'uccisione dell'agente Giuseppe Marchisella.[4]

Grazie all'inchiesta portata avanti dal magistrato romano Vittorio Occorsio, le serie di reati della banda venne interrotta con gli arresti, da parte delle forze dell'ordine, dei più importanti boss. Bellicini fu anch'egli arrestato e poi, nell'agosto del 1976, riuscì ad evadere dal carcere di Lecce, assieme al boss sardo Graziano Mesina. Gli agenti lo riacciuffarono solo due mesi dopo, in un ristorante di Roma.

Il 25 febbraio del 1981, al processo contro la banda per la rapina di piazza dei Caprettari, gli venne comminata la condanna all'ergastolo dopo che, nel processo di primo grado, era stato assolto per insufficienza di prove.[5]

NoteModifica

BibliografiaModifica

Voci correlateModifica

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